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Covid Italia, l’appello dei birrifici artigianali in crisi: “Aiutateci o chiuderemo”

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Roma, 29 gen. (Labitalia) – Un settore giovane, in continua crescita, che ha ‘conquistato’ gli italiani ma è stato ‘travolto’ più di altri dalla crisi generata dal Covid-19, con un crollo del fatturato del 90%. E’ quello degli 900 microbirrifici artigianali italiani, che dallo scoppio dell’emergenza hanno visto crollare drasticamente le vendite, con lo stop di ristoranti e pub e dell’intero canale Horeca. E, a differenza di altri comparti, non hanno ricevuto ristori dallo Stato. Infatti, nei dl Ristori non compare il codice Ateco dei produttori di birra, che include paradossalmente sia i birrifici artigianali sia le grandi multinazionali, non toccate dalla crisi visto che possono godere dello sbocco commerciale dei supermercati e dell’intera Gdo.

“La birra artigianale -spiega ad Adnkronos/Labitalia Mario Grillo, che a Camigliatello Silano, sull’altopiano della Sila in Calabria, da un paio di anni produce la ‘Birra artigianale della Sila’- sta vivendo insieme a tutti i settori dell’Horeca un momento drammatico: dal 2020 la crisi generata dal Covid-19 ha messo in ginocchio i birrifici artigianali che vivono in simbiosi con la ristorazione e le attività Horeca. La mancanza di ristori per il comparto sta creando una situazione insopportabile dal punto di vista umano ed economico. Come si può vivere così? Come si può programmare la ripartenza?”, sottolinea amaro.

Grillo, che a Camigliatello conduce un’azienda agrituristica (Fattoria Biò) con i familiari ed è anche vicepresidente di Cia Calabria, sulla sua birra artigianale ha scommesso, e non poco. “Abbiamo realizzato una nostra piccola filiera -spiega – con un progetto sperimentale seguito dall’Arsac, l’Agenzia per lo sviluppo dell’agricoltura in Calabria, e seminato grani autoctoni, come il grano tenere verna, e poi luppolo e orzo distico, che ben si adatta alle zone montane. Quest’anno abbiamo raccolto 300 quintali di grano e orzo da cui ricaveremo su per giù 135mila litri di birra”, sottolinea.

Birra che, adesso, con il blocco del canale Horeca, rischia di restare in magazzino, con un danno notevole, economico e non solo, visto che non essendo pastorizzata deperisce prima rispetto a quella commerciale. “Solo per la maltazione, che viene effettuata per conto terzi, abbiamo speso 20mila euro. Se non venderemo le birre, come faremo?”, sottolinea amaro Grillo.

E la storia di Grillo è comune a tante altre. “Il nostro è un settore -attacca – totalmente abbandonato, una filiera produttiva che coinvolge tanti lavoratori, creando valore lungo la filiera che dà margine anche alle aziende agricole che producono le materie prime; orzo, grano, luppolo. Perché la birra ti dà quel margine di guadagno che in agricoltura non c’è quasi mai, permette così al contadino che coltiva la terra di farlo in modo dignitoso”, aggiunge amaro Grillo.

Per Grillo, e per la Cia nazionale che lo ha sollecitato più volte, serve un intervento ‘ad hoc’ del governo per salvare un comparto che vale il 4% del mercato nazionale e dà lavoro a settemila addetti, producendo in media 500 mila ettolitri (di cui il 20% biologico) e fatturando oltre 250 milioni di euro annui.

“Il governo deve intervenire -rimarca Grillo- con determinazione, adeguatezza nei ristori, proporzionati alla mancanza di fatturato e non con mere elemosine, che in questo caso, vista la totale assenza finora, non sarebbero opportuni. Si faccia presto: molti birrifici sono gestiti da giovani, e non possono più reggere senza poter lavorare, senza nessuna considerazione”, lancia l’allarme.

Un modo per dare subito sollievo a chi produce la birra utilizzando per il 51% le proprie materie prime e realizzando una birra agricola sarebbe quello di “eliminare -spiega Grillo- il pagamento dell’accisa sulla birra, che già non c’è sul vino: esiste, quindi, una discriminazione tra i due prodotti che sono entrambi connessi all’attività agricola”.

“In passato, abbiamo provato a interessare su questo le forze politiche, senza ricevere però ascolto. Riproponiamo questa proposta adesso, farebbe risparmiare soldi ai produttori in un momento di difficoltà come questo. E metterebbe anche fine a una discriminazione tra chi produce vino e chi produce birra che sono entrambi prodotti derivanti dall’attività agricola”, conclude.

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