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(Adnkronos) – Secondo gli investigatori Giulio Caporrimo infatti, si vedeva sottoposto alla direzione di un Francesco Palumeri che egli non riconosceva come suo leader e soprattutto non riteneva all’altezza di un simile incarico. “Allo stesso modo, non riteneva ammissibile quello che era accaduto con la riformulazione della commissione, perché le decisioni assunte al riguardo, secondo le sue valutazioni, andavano fuori da quella cornice di ortodossia mafiosa che caratterizza cosa nostra, essendo stata violata, secondo lui, una delle regole principali dell’organizzazione, ovvero quella che si sintetizza nel fatto che si è mafiosi fino alla morte e si mantiene il proprio incarico di vertice anche nel corso della detenzione”.

Caporrimo, quindi, che non considerava Palumeri un reggente, riottenuta la libertà, di lì a breve e dopo aver toccato con mano la nuova realtà associativa, decideva di stabilirsi a Firenze per prendere le distanze da questa nuova organizzazione che egli giungeva a definire non più come “cosa nostra” ma come “cosa come vi viene”.

“Di contro, la decisione di defilarsi di Caporrimo ha dimostrato la piena operatività delle decisioni prese dalla nuova commissione provinciale. Francesco Palumeri, in quanto portavoce e vice di Calogero Lo Piccolo, ha avuto quindi il titolo formale per imporsi su Caporrimo che, giocoforza, ha dovuto, almeno inizialmente, soccombere”, spiegano gli inquirenti. Cosa nostra, organizzazione verticistica disciplinata da regole precise, quindi, si trova davanti a un bivio: “accettare il ricostituito organismo provinciale, oppure, rimettere in discussione tutto attraverso le persone più carismatiche che vengono nel tempo rimesse in libertà, come nel caso di Caporrimo”.

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