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Psoriasi segna la pelle e la qualità della vita: “Così migliora l’adesione alle terapie”

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Milano, 19 gen. (Adnkronos Salute) – Colpisce democraticamente sia uomini che donne, spesso nel fiore degli anni, irrompendo nella quotidianità dei pazienti, incidendo sulla loro qualità di vita. E’ la psoriasi, croce di molti italiani. “Sulla base degli studi epidemiologici il 2-3% della popolazione soffre” di questa patologia, spiega all’Adnkronos Salute Maria Concetta Fargnoli, responsabile dell’Unità di dermatologia ospedale San Salvatore dell’Aquila, “ed è possibile stimare che l’80-90% presenti una forma lieve o moderata”, due aggettivi che non devono trarre in inganno: per fare un esempio, alcuni pur avendo “una malattia poco estesa”, presentano “localizzazioni speciali quali cuoio capelluto, volto, regione palmo-plantare” o aree intime e ciò può avere “un impatto significativo sulla qualità di vita”, fa notare l’esperta.

Anche il capitolo terapie è complesso per questi pazienti che faticano spesso ad aderire alle cure, come capita con le malattie croniche. “Il bisogno più sentito da loro è una terapia con una rapida efficacia, ben tollerata ed il cui effetto duri nel tempo”, riflette Fargnoli. Oggi “abbiamo raggiunto degli eccellenti risultati nella terapia delle forme moderate-gravi grazie all’introduzione dei farmaci biologici, ma nelle forme lievi-moderate in cui la terapia prescritta è più spesso quella topica ci sono ancora molti margini di miglioramento, legati soprattutto alla necessità di superare la scarsa aderenza dei pazienti al trattamento”.

In questi casi “la formulazione in schiuma migliora l’accettabilità della terapia da parte del paziente e la sua tollerabilità e quindi l’aderenza al trattamento, che, come ho detto, rappresenta il principale limite delle terapie topiche”, evidenzia la specialista. Segnali errati che hanno origine nel sistema immunitario: tutto comincia da qui. Scatta una crescita troppo rapida delle cellule cutanee, in pratica se ne formano di nuove nel giro di giorni, anziché settimane. Il risultato tangibile di questo invisibile ‘incidente di percorso’ sono i segni che i pazienti portano sulla pelle: placche ruvide, spesse e squamose, spesso infiammate e caratterizzate da rossore, le tipiche lesioni della psoriasi.

La malattia si distingue in base all’estensione: lieve, quando interessa meno del 3% del corpo; moderata, quando interessa dal 3% al 10% del corpo; grave, quando colpisce più del 10% del corpo. Le nuove terapie hanno dato un contributo a migliorare la quotidianità dei pazienti, che sognano di minimizzare gli appuntamenti con i farmaci e si sentono motivati a continuare in presenza di una rapidità d’azione che consente di vedere risultati nel giro magari di una settimana.

Il carico emotivo che la malattia porta con sé non si può sottovalutare, evidenzia Fargnoli: “Nel definire la gravità di malattia occorre anche considerare l’impatto sulla qualità di vita del paziente”, spiega l’esperta. Si fa infatti riferimento a “due indici: il primo, il Pasi (Psoriasis Area and Severity Index), definisce l’estensione e la gravità della malattia; il secondo, il Dlqi (Dermatology Life and Quality Index), definisce l’impatto della malattia sulla qualità di vita del paziente. Entrambi hanno importanza nella valutazione globale del paziente”.

“Le manifestazioni cliniche della malattia sono rappresentate da lesioni rosse e squamose con variazioni di aspetto in base alla localizzazione ed i sintomi che possono associarsi sono il prurito, il bruciore ed il dolore”. L’impatto non è da poco, assicurano in maniera unanime gli specialisti, specie considerando che una quota consistente di pazienti è giovane e nel pieno della vita sociale e lavorativa. “La psoriasi presenta 2 picchi di incidenza, uno precoce e uno tardivo. Il primo è in età giovanile tra i 20 e i 30 anni, il secondo picco tra i 50 e i 60 anni. L’esordio precoce si accompagna in genere a familiarità per la malattia e a una maggiore gravità della stessa”, illustra Fargnoli.

Quali sono oggi i trattamenti su cui possono fare affidamento i pazienti? “Resta sempre la distinzione tra psoriasi lieve e moderata in ambito terapeutico perché la psoriasi moderata è in genere unita con la grave e viene secondo linee guida trattata anche con terapie sistemiche – chiarisce Fargnoli – Per la psoriasi lieve abbiamo a disposizione diverse terapie topiche, tra cui le più utilizzate sono quelle a base di corticosteroidi, derivati della vitamina D e combinazioni delle due, oltre a terapie cheratolitiche a base di acido salicilico e urea. La scelta del veicolo è molto importante e deve essere effettuata in base alle caratteristiche, alle sedi ed estensione delle lesioni”.

Quanto all’evoluzione delle armi a disposizione, “l’ultimo importante passo in avanti per le terapie topiche è stata la terapia di associazione tra corticosteroidi e derivati della vitamina D e, più recentemente, l’introduzione di 2 formulazioni innovative che ne consentono anche l’utilizzo non solo nelle forme lievi ma anche nelle forme moderate con ottimi risultati”, dice l’esperta. L’impatto dell’innovazione terapeutica sulla qualità di vita “è sicuramente importante”, assicura ricordando come nelle forme lievi-moderate “la formulazione in schiuma” ha mostrato di avere impatto anche “sull’aderenza al trattamento”. Come sembra confermare un recente studio osservazionale tedesco condotto su 391 pazienti: l’82% ha aderito alla terapia con l’associazione in schiuma fino alla fine delle 4 settimane, mostrandosi propenso a proseguire. Il 95% ne è risultato soddisfatto.

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