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Tumori al fegato, con immunoterapia ‘aumento sostanziale della sopravvivenza’

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Milano, 18 gen. (Adnkronos Salute) – Il farmaco immunoterapico atezolizumab (Tecentriq*), in combinazione con bevacizumab (Avastin*), fornisce “la più lunga sopravvivenza globale osservata in uno studio di fase III in prima linea nel carcinoma epatocellulare (Hcc) non resecabile”. I risultati positivi sull’associazione sono stati presentati dal gruppo farmaceutico svizzero Roche in occasione del Gastrointestinal Cancers Symposium – 2021 organizzato dall’American Society of Clinical Oncology (Asco). Si tratta dei dati aggiornati sulla sopravvivenza globale dello studio ‘IMbrave150’, che valuta atezolizumab in combinazione con bevacizumab, rispetto a sorafenib, in pazienti affetti da Hcc non resecabile che non hanno ricevuto una precedente terapia sistemica.

Dopo un follow-up mediano di 15,6 mesi – riferisce il gruppo basilese in una nota – un’analisi aggiornata ha mostrato che atezolizumab in combinazione con bevacizumab ha ridotto il rischio di morte del 34%, con una sopravvivenza globale (Os) mediana di 19,2 mesi, rispetto a 13,4 mesi per sorafenib. I risultati aggiornati della Os, insieme a quelli della sopravvivenza libera da progressione (Pfs) e della risposta oggettiva (Orr), sono stati coerenti con quelli dell’analisi primaria e supportano l’uso della combinazione nell’Hcc. I dati di sicurezza per atezolizumab e bevacizumab sono stati anch’essi coerenti con i profili di sicurezza noti di ogni singolo farmaco, senza che siano stati identificati nuovi segnali di sicurezza.

“Atezolizumab in combinazione con bevacizumab, come dimostrato dall’aggiornamento dei dati dallo studio IMbrave150, rappresenta un’importante opzione di trattamento per i pazienti che vivono con carcinoma epatocellulare non resecabile e fornisce la più lunga sopravvivenza globale osservata in uno studio di fase III in prima linea per questa patologia – afferma Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica alla Humanitas University e vice responsabile dell’Unità di Oncologia medica dell’Irccs Humanitas Research Hospital – Si tratta di dati estremamente incoraggianti, poiché sottolineano la maggiore efficacia e tollerabilità rispetto alle terapie standard, aspetto che potrà incidere in maniera significativa sulla qualità della vita dei pazienti. Questa opzione di trattamento, inoltre, apre la strada a un approccio che preveda in misura sempre maggiore il coinvolgimento di clinici con competenze differenti al fine di trattare i pazienti in maniera sistemica”.

“I dati sottolineano un importante avanzamento in termini metodologici, poiché consentono ai clinici di avere informazioni di follow-up a lungo termine su efficacia e tollerabilità, dunque su un arco temporale più lungo rispetto all’istantanea fornita generalmente nei trial – dichiara Calogero Cammà, professore ordinario di Gastroenterologia all’università di Palermo e direttore della Scuola di specializzazione – I risultati mettono in risalto un cambio di paradigma in termini di beneficio ed efficacia rispetto alle terapie standard: come dimostrato dai dati dello studio IMbrave150, infatti, l’immunoterapia in prima linea in combinazione consente quasi di raddoppiare rispetto al passato la mediana di sopravvivenza, portandola a 19,2 mesi. Inoltre, è importante sottolineare come in termini di tollerabilità non siano stati riportati segnali di allarme, e questo rappresenta un auspicio incoraggiante rispetto ad un potenziale miglioramento in termini di qualità della vita dei pazienti”.

Atezolizumab in combinazione con bevacizumab – ricorda Roche – è ora approvato in molti Paesi, inclusi gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e l’Ue, per i pazienti con Hcc non resecabile ed è raccomandato in molte linee guida di pratica clinica a livello globale.

La compagnia renana ha un ampio programma di sviluppo per atezolizumab, che comprende molteplici studi di fase III in corso e pianificati, in diversi tipi di tumori polmonari, genitourinari, della pelle, della mammella, gastrointestinali, ginecologici, della testa-collo. Questo include studi che valutano atezolizumab sia in monoterapia che in combinazione con altri farmaci.

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