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Del Conte: “Il vero smart working sposta una quota di responsabilità sul lavoratore”

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Milano, 30 set. (Labitalia) – E’ diventata una formula magica: si dice smart working e si pensa alla soluzione di molti problemi, soprattutto in epoca di pandemia da Covid19. Ma troppo spesso, in realtà, è semplicemente un lavoro dell’ufficio fatto da casa. Eppure, lo smart working non è questo. “Il vero smart working -spiega ad Adnkronos/Labitalia Maurizio Del Conte, presidente di Afol Metropolitana, giuslavorista e già presidente di Anpal- è quello che sposta quote di responsabilità organizzativa sul lavoratore, abbinando la modalità di rendere la prestazione per obiettivi, per risultati, anziché per il tempo passato in un luogo di lavoro”.

Una rivoluzione che scardina alcuni ‘dogmi’ della nostra concezione dell’organizzazione del lavoro: basti infatti pensare che le retribuzione e i permessi sono conteggiati su base oraria. “Oggi il lavoro, i processi produttivi -osserva Del Conte- si sono modificati, le imprese sono più ‘leggere’, molte catene di montaggio sono automatizzate e gestite da robot, e oggi un’azienda ‘compra’ e soprattutto dovrebbe pagare come tale, l’intelligenza delle persone”.

Questo uso della tecnologia, prosegue Del Conte, comporta “che si riducano gli investimenti in lavori di bassa qualità e si sposti il lavoro laddove produce più valore, e laddove si crea più ricchezza”. Non a caso, cita Del Conte che insegna Diritto del Lavoro alla Bocconi, “tutte le analisi fatte sulle prospettive dei lavori futuri ci dicono che la distruzione del lavoro dovuta alle nuove tecnologie è, e sarà sempre di più, concentrata sulle mansioni routinarie”. “Per questo, per questi nuovi lavori di qualità occorrerà investire molto in formazione, a partire da una quota notevole delle risorse del Recovery Fund. Non sarà un caso che la Germania sforni 900.000 diplomati tecnici superiori all’anno e noi 9.000. E’ evidente che abbiamo trascurato parecchio la materia istruzione e formazione professionale”,commenta.

Anche nella Pa il fenomeno ha numeri importanti: il 50% dei dipendenti pubblici che possono farlo rimarrà in smart working fino alla fine del 2020, e dal 1° gennaio del prossimo anno la quota salirà al 60%. In tutto, quasi un milione di lavoratori in lavoro agile nella Pa. “Lo smart working -dice Del Conte, che è il ‘padre’ della legge 81/17, quella sullo smart working appunto- può essere una leva formidabile di crescita della pubblica amministrazione, ma solo se smettiamo di parlare di ‘furbetti del cartellino’ e ci concentriamo, invece, su come un ufficio pubblico è organizzato e su come ogni persona possa contribuire all’efficienza nel rendere quel servizio pubblico per cui è stata assunta”.

Del Conte ricorda che “i problemi della Pa in smart working, evidenziati da alcuni, sono in realtà gli stessi della Pa con i dipendenti negli uffici”. “Ma se c’è un dirigente di una struttura amministrativa in grado di assegnare i compiti, di fare piani di performance basati sui servizi pubblici resi e non su procedure amministrative interne, insomma di impostare il lavoro per risultati, lo smart working diventa una leva di efficienza”, avverte.

“Riorganizzando i dipartimenti per risultati faremmo fare alla Pa tutta un grande passo in avanti, con una spesa che si ridurrebbe notevolmente. Anche se tutto il risparmio ottenuto dalle minori spese per spazi, trasferte, mobilità, inquinamento, costi sociali di inquinamento, riscaldamento, corrente elettrica, cancelleria -conclude Del Conte- è solo un pezzo del vantaggio dello smart working, importante ma secondario all’interno dell’uso più razionale ed efficiente del lavoro pubblico”.

(di Mariangela Pani)

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