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Pensioni, Cazzola: “A fine anno va in scadenza Opzione donna”

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Roma, 17 ago. (Labitalia) – A fine anno va in scadenza Opzione donna, misura di anticipo pensionistico riservata alla platea femminile, già prorogata in passato. A fare il punto sulla situazione della misura (introdotta nel 2004 dalla riforma Maroni) è Giuliano Cazzola, esperto di previdenza. “Attualmente nel caso dell’Opzione donna i nuovi requisiti prevedono la possibilità di pensionamento anticipato per le lavoratrici che entro il 31 dicembre 2019 (rispetto al 31 dicembre 2018 previsto dalla normativa previgente) hanno maturato un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni e una età pari o superiore a 58 anni nel caso di dipendenti e un anno in più nel caso di lavoratrici autonome”, scrive su Il Sussidiario.net.

“L’opzione è esercitabile -dettaglia Cazzola- se si accetta il calcolo della pensione con il metodo integralmente contributivo, metodo che, come è noto, comporta penalizzazioni tanto maggiori quanto più sono gli anni di anticipo rispetto al requisito anagrafico di legge”. Per Opzione donna, ricorda l’esperto, “nell’anno 2019 sono pervenute circa 26.700 domande, in calo del 3,2% rispetto al 2018 (erano 26.674): di queste ne sono state accolte circa 19.200”.

“Le regioni dove è stato presentato il maggior numero di domande sono, nell’ordine, la Lombardia (5.888), l’Emilia-Romagna (3.369) e il Piemonte (2.849). Tra le domande accolte, il 28% è stato inoltrato da donne con 35 anni di contribuzione. Nell’ambito delle domande pervenute, il 18,4% è stato respinto, mentre il 9,3% risulta giacente. Al 22 gennaio 2020, risultano accolte 19.290 domande, pari all’85% delle domande riferite a donne che chiedono il pensionamento in fondi della gestione privata”, spiega Cazzola.

“Dal Rendiconto sociale Inps 2018, emanato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza nel novembre 2019, risulta che il 53,3% delle domande di Opzione donna accolte è riferito a donne in situazioni di difficoltà lavorativa (disoccupate, cassa integrate)”, aggiunge Cazzola.

“Infatti, il 34,4% delle pensioni liquidate al 30 aprile 2019 -osserva- riguarda lavoratrici senza alcun reddito nel 2017, mentre l’8,1% è riferito a lavoratrici con reddito fino a 5.000 euro, il 10,8% a lavoratrici con reddito tra 5.001 a 8.700 euro, il 13,5% con reddito tra 8.701 e 13.000 euro, il 33,2%, invece, è riferito a lavoratrici con redditi 2017 superiori a 13.000 euro anni, il 27,6 % da 13.001 a 26.000 euro e il 5,6% con redditi superiori a 26.000 euro annui”.

“Gli effetti finanziari complessivi netti stimati nella relazione tecnica per l’intervento risultavano pari a circa 250 milioni di euro per il 2019, 396 nel 2020 e 490 nel 2021, per una platea di circa 19.600 donne che avrebbero esercitato l’opzione. Nel successivo intervento normativo (art. 1, comma 476, della legge di bilancio 2020), la relazione tecnica ha stimato effetti finanziari netti pari a circa 67 milioni nel 2020, 187 nel 2021 e 282 nel 2022, con importi medi mensili delle pensioni pari a 1.150 euro mensili per le lavoratrici dipendenti private, 1.300 mensili per le lavoratrici pubbliche e 880 per le autonome, per una platea di 18.200 lavoratrici”.

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