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Istat gli italiani rinunciano a curarsi

ISTAT e Euromonitor: 5,8 milioni rinunciano a curarsi mentre il wellness è in boom

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di Redazione Ecoseven – 28/06/2026

GLi italiani rinunciano a curarsi?

Gli italiani rinunciano a curarsi? Mentre il marketing globale celebra il consumatore disposto a pagare di più per integratori, dispositivi e prodotti “scientificamente formulati”, in Italia 5,8 milioni di persone — il 9,9% della popolazione — nel 2024 hanno rinunciato a una visita o a un esame di cui avevano bisogno, secondo i dati ISTAT presentati in audizione sulla manovra. È il paradosso dell’economia del benessere: cresce come mercato premium proprio mentre, per una fetta crescente di famiglie, la salute di base diventa un lusso. Capire questa frattura aiuta a leggere meglio i propri consumi e a distinguere il benessere che fa bene da quello che è solo marketing.

Cosa dice il marketing: il benessere come mercato in crescita

Ogni anno le grandi società di analisi dei consumi fotografano le tendenze d’acquisto globali. Per il 2026, Euromonitor International ha individuato tra i quattro trend principali quello che ha battezzato “Rewired Wellness“: una domanda crescente di soluzioni per il benessere ad alta tecnologia e “medicalmente validate”.

I numeri che accompagnano questa tendenza sono significativi. La spesa globale dei consumatori in beni e servizi per la salute è prevista raggiungere i 6.900 miliardi di dollari nel 2026. Tre consumatori su quattro dichiarano di monitorare un parametro di salute (sonno, alimentazione, attività fisica) con un’app o un dispositivo. E il 49% si dice disposto a pagare il 10% in più per prodotti di bellezza con una formulazione scientifica.

È il ritratto di un consumatore che investe nel proprio benessere, sposta budget verso integratori, wearable, cosmesi hi-tech e servizi personalizzati. Un mercato in espansione, su cui le aziende puntano con decisione. Ma è solo metà del quadro, e la metà più visibile.

Cosa dice la realtà: Gli italiani rinunciano a curarsi?

L’altra metà la raccontano i dati ISTAT, e il contrasto è netto. Nel 2024 il 9,9% della popolazione italiana — circa 5,8 milioni di persone — ha dichiarato di aver rinunciato negli ultimi dodici mesi a una visita specialistica o a un accertamento diagnostico di cui aveva bisogno. Un anno prima, nel 2023, la quota era del 7,6% (4,5 milioni di persone): in dodici mesi il fenomeno è cresciuto in modo marcato.

Le ragioni della rinuncia sono due, e spesso si intrecciano. La prima sono le lunghe liste di attesa, indicate dal 6,8% della popolazione: una quota più che raddoppiata rispetto al 2,8% del 2019. La seconda sono i motivi economici, l’impossibilità di sostenere il costo della prestazione, indicati dal 5,3% e anch’essi in aumento. Quando il servizio pubblico non riesce a dare una risposta in tempi accettabili, l’alternativa è pagare di tasca propria nel privato; e chi non può permetterselo, semplicemente, rinuncia.

Il dato più rivelatore è un altro: nel 2024 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie è perfino diminuita del 2,5%. Non perché gli italiani avessero meno bisogno di curarsi, ma perché una parte di loro ha tagliato anche su questo. La rinuncia colpisce soprattutto gli adulti tra i 45 e i 64 anni, gli anziani over 65 e in misura maggiore le donne.

Perché i due dati non si contraddicono

A prima vista sembra un controsenso: come può il benessere essere un mercato in boom se milioni di persone rinunciano a curarsi? In realtà i due fenomeni descrivono due mondi diversi, e proprio per questo vanno letti insieme.

Il “benessere” del marketing è in larga parte un mercato di beni e servizi voluttuari: integratori, abbonamenti, dispositivi, cosmesi avanzata, alimenti funzionali. È rivolto a chi ha reddito disponibile da investire nell’ottimizzazione di sé, e cresce proprio puntando su questa fascia. La “salute” dei dati ISTAT è invece il bisogno di base: la visita cardiologica, la risonanza, l’esame del sangue di controllo. Riguarda tutti, ma pesa di più su chi ha meno.

Il risultato è un’economia del benessere a due velocità. Da un lato un segmento premium che si espande; dall’altro una sanità essenziale che, per una quota crescente di popolazione, diventa difficile da raggiungere. Non è che gli italiani “scelgano” gli integratori al posto della visita medica: sono spesso persone diverse, in condizioni economiche diverse. La frattura non è nei comportamenti individuali, ma nella distribuzione delle possibilità.

Capire questa frattura ha conseguenze pratiche su come ciascuno gestisce la propria spesa per il benessere. Ecco alcuni valutazioni utili.

  1. Distinguere il benessere “necessario” da quello “voluttuario”. Una visita di controllo prescritta è salute; un integratore alla moda spesso è consumo. Il primo viene prima del secondo.
  2. Diffidare del “medicalmente validato” come slogan. Molti prodotti premium usano un linguaggio scientifico senza prove cliniche solide alle spalle. La formulazione “scientifica” non garantisce un beneficio reale.
  3. Conoscere le alternative pubbliche. Per molte prestazioni esistono percorsi nel SSN o agevolazioni che riducono i costi: vale la pena informarsi prima di pagare il privato.
  4. Attenzione alle liste di attesa come trappola di spesa. Quando l’attesa nel pubblico è lunga, si è spinti verso il privato a pagamento: conoscere i propri diritti (classi di priorità, tempi massimi garantiti) aiuta a non spendere inutilmente.
  5. La prevenzione di base conviene più del gadget. Esami di screening, attività fisica e alimentazione equilibrata incidono sulla salute più di gran parte dei prodotti “wellness” a pagamento.
  6. Valutare i wearable per quello che sono. Un dispositivo che monitora il sonno o i passi può motivare, ma non sostituisce un controllo medico: è uno strumento, non una cura.
  7. Riconoscere la propria posizione nella frattura. Chi ha disponibilità può spendere con consapevolezza; chi è in difficoltà ha diritto a cercare i canali pubblici e gli aiuti esistenti, senza vergogna.

FAQ – Domande frequenti

Quanti italiani rinunciano a curarsi?

Secondo i dati ISTAT, nel 2024 il 9,9% della popolazione italiana, pari a circa 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato a una visita specialistica o a un esame diagnostico di cui aveva bisogno. È un netto aumento rispetto al 7,6% del 2023 (4,5 milioni di persone). Le cause principali sono le lunghe liste di attesa (6,8% della popolazione) e i motivi economici (5,3%).

Cos’è l’economia del benessere?

Con “economia del benessere” si indica l’insieme dei beni e servizi legati alla salute e al benessere personale: dalla sanità ai prodotti per la cura di sé, dagli integratori ai dispositivi per il monitoraggio della salute. È un settore in forte crescita: la spesa globale in beni e servizi per la salute è prevista raggiungere i 6.900 miliardi di dollari nel 2026, secondo Euromonitor. Comprende però sia bisogni essenziali, come le cure mediche, sia consumi voluttuari, come molti prodotti “wellness”.

Perché le famiglie spendono di più per il benessere ma rinunciano alle cure?

In realtà si tratta spesso di persone e situazioni diverse, non delle stesse famiglie che scelgono gli integratori al posto delle cure. Il mercato del benessere premium cresce trainato da chi ha reddito disponibile da investire, mentre la rinuncia alle cure riguarda soprattutto chi ha difficoltà economiche o si scontra con liste di attesa troppo lunghe. I due fenomeni convivono e descrivono una società in cui le possibilità di accesso alla salute sono distribuite in modo diseguale.

Conviene pagare per prodotti “scientificamente formulati”?

Dipende dalle prove che li sostengono. Il fatto che un prodotto sia presentato come “scientificamente formulato” o “medicalmente validato” non garantisce di per sé un beneficio reale: spesso è un linguaggio di marketing. Prima di spendere, è utile verificare se esistono studi indipendenti a supporto e, per questioni di salute, confrontarsi con un medico. Per molti obiettivi di benessere, prevenzione, attività fisica e alimentazione equilibrata hanno un impatto maggiore e un costo inferiore.

Quanto pesa la spesa sanitaria privata sulle famiglie italiane?

Nel 2023 le famiglie italiane hanno contribuito alla spesa sanitaria complessiva con circa il 23-26% del totale, con risorse proprie. L’Italia è tra i Paesi UE con il più alto contributo privato. Nel 2024, però, questa spesa diretta è diminuita del 2,5%: un segnale che, di fronte ai costi, una parte delle famiglie ha tagliato anche sulla salute, rinunciando a prestazioni invece di pagarle nel privato.

In breve

L’economia del benessere viene spesso raccontata come un mercato in pieno boom: 6.900 miliardi di dollari di spesa globale prevista nel 2026, consumatori disposti a pagare un premium per prodotti hi-tech e “scientificamente formulati”. Ma in Italia questa narrazione convive con un dato che la ridimensiona: nel 2024, 5,8 milioni di persone (il 9,9%) hanno rinunciato a curarsi, per liste di attesa o per costi, e la spesa sanitaria privata delle famiglie è perfino calata. Non è una contraddizione, ma una frattura: il benessere come consumo voluttuario cresce tra chi può permetterselo, mentre la salute di base diventa più difficile da raggiungere per chi ha meno. Per il lettore, la lezione pratica è distinguere il benessere necessario da quello venduto come tale, mettere la prevenzione e le cure essenziali prima dei gadget, e conoscere i canali pubblici e gli aiuti disponibili.


ATTENZIONE: Questo articolo su  ha finalità informative e divulgative e non sostituisce il parere di un medico né una consulenza economica o fiscale. In caso di necessità di cure è sempre opportuno rivolgersi al proprio medico e informarsi sui percorsi del Servizio Sanitario Nazionale e sulle agevolazioni disponibili, senza rinunciare alle prestazioni necessarie. Fonti principali: ISTAT, indagine “Aspetti della vita quotidiana” e audizione sulla manovra 2026 (dato sulla rinuncia alle cure: 9,9% della popolazione, 5,8 milioni di persone nel 2024); ISTAT, dati sulla spesa sanitaria 2023-2024; Euromonitor International, Top Global Consumer Trends 2026 (trend “Rewired Wellness”; il dato sul 49% disposto a pagare un premium si riferisce specificamente ai prodotti di bellezza con formulazione scientifica, non ai prodotti per il benessere in generale). I dati sulla rinuncia alle cure derivano da indagine campionaria e possono essere soggetti ad approfondimenti interpretativi.

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