DDL Malan sulla caccia: cosa prevede e perché divide

La riforma della caccia, anche noto come DDL sulla caccia, è tornata al centro del dibattito politico italiano. Il disegno di legge a prima firma del senatore Lucio Malan punta a riscrivere le regole dell’attività venatoria ferme da oltre trent’anni, scatenando uno scontro netto tra chi lo considera un aggiornamento necessario e chi vi legge un arretramento nella tutela della biodiversità. Proviamo a fare chiarezza su cosa prevede davvero il testo e sulle ragioni delle parti in causa, senza schieramenti.
Che cos’è il DDL Malan sulla caccia
Il provvedimento interviene su una delle leggi ambientali cardine del nostro Paese. Il DDL 1552, che porta la prima firma di Lucio Malan (FdI), modifica la legge 11 febbraio 1992 n. 157, recante le norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio. Si tratta della normativa che da oltre tre decenni disciplina la caccia in Italia.
La riforma conta venti articoli. Al momento il testo è in discussione al Senato e il suo iter non è concluso: l’esame in Aula è ancora in corso e il provvedimento potrebbe subire ulteriori modifiche prima di un voto definitivo.
I punti principali della riforma
Il cuore della riforma è un cambio di impostazione culturale, prima ancora che tecnico. Cambia infatti il ruolo dei cacciatori, intesi come “bioregolatori“, e la caccia viene definita formalmente “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”. È il passaggio da una logica di pura protezione a una di “gestione attiva” della fauna.
Da questa nuova impostazione discendono le modifiche più concrete e discusse. Aumenta il numero di animali cacciabili, con la sparizione del riferimento al lupo dall’elenco delle specie di fauna selvatica tutelate, e aumentano le aree in cui la caccia è consentita, come spiagge e aree protette. Sul fronte degli strumenti e delle modalità, è prevista la possibilità di utilizzare visori per la caccia notturna; quanto al lupo, la specie non diventerebbe cacciabile, ma potrebbe essere abbattuta nell’ambito di specifici piani di contenimento.
Le ragioni di chi sostiene la riforma
La maggioranza che sostiene il DDL Malan sulla caccia parte da una premessa: la legge del 1992 sarebbe ormai inadeguata alle mutate condizioni del territorio. Il centrodestra giustifica l’estensione delle possibilità di prelievo con i rischi crescenti legati alla presenza di animali selvatici, come gli incidenti stradali e i danni agli allevamenti provocati ad esempio dai cinghiali.
L’argomento centrale è dunque quello della “gestione”: secondo i promotori, una popolazione di fauna selvatica non governata produce squilibri che ricadono sulla sicurezza delle persone e sulle produzioni agricole. In questa visione, il cacciatore viene riqualificato come una figura di presidio del territorio.
Le ragioni di chi la contesta
Sul fronte opposto, le critiche sono altrettanto nette e provengono da partiti, mondo scientifico e associazioni. In modo compatto i partiti di opposizione hanno contestato il ddl: la segretaria del Pd Elly Schlein lo ha definito una resa alla frangia venatoria più estremista, mentre il leader del M5s Giuseppe Conte lo ha giudicato un grave passo indietro nella tutela della natura e della biodiversità. Gli oppositori sostengono che l’ampliamento delle specie cacciabili e delle aree consentite indebolisca l’impianto protettivo della 157.
A rendere il quadro più complesso interviene la dimensione internazionale. Il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna ha scritto al governo italiano, e già lo scorso dicembre la Commissione europea aveva inviato una lettera per manifestare le proprie preoccupazioni sul provvedimento. Anche realtà del mondo della montagna, come il Club Alpino Italiano, hanno espresso riserve sull’impianto del testo.
La prospettiva del “Saper Vivere”: un dibattito che ci riguarda tutti
Al di là delle posizioni di parte, il DDL Malan sulla caccia tocca un nodo che riguarda l’intera collettività: il rapporto tra l’uomo, il territorio e la fauna selvatica. Da un lato è reale il problema della convivenza con specie la cui presenza è cresciuta, con conseguenze su agricoltura e sicurezza stradale. Dall’altro è altrettanto reale l’esigenza di tutelare la biodiversità, un patrimonio fragile e non rinnovabile.
La vera sfida, in un’ottica di vita consapevole, è tenere insieme questi due piani senza ridurli a uno scontro ideologico. Le decisioni su come gestire la fauna dovrebbero poggiare su basi scientifiche solide e su un confronto trasparente tra tutte le parti, perché ogni equilibrio naturale, una volta spezzato, è molto difficile da ricostruire. Per il cittadino, informarsi sui contenuti reali di una riforma, al di là degli slogan, è il primo passo per partecipare in modo maturo a un dibattito che definirà il volto dei nostri ecosistemi per gli anni a venire.
ATTENZIONE: Le informazioni contenute in questo articolo si riferiscono all’iter parlamentare del DDL 1552 (“DDL Malan”) alla data di pubblicazione. Trattandosi di un provvedimento ancora in discussione, i contenuti del testo possono subire modifiche fino all’approvazione definitiva. L’articolo ha finalità informativa e riporta in forma neutrale le posizioni delle diverse parti, senza esprimere giudizi di merito. Per il testo ufficiale e aggiornato si rimanda al sito del Senato della Repubblica.
FAQ – Domande frequenti sul DDL Malan e la riforma della caccia
Che cos’è il DDL Malan sulla caccia?
È il disegno di legge 1552, a prima firma del senatore Lucio Malan, che modifica la legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e il prelievo venatorio. È composto da venti articoli ed è attualmente in discussione al Senato.
Cosa cambia con la riforma DDL Malan sulla caccia?
La caccia viene definita “attività utile alla conservazione” e i cacciatori diventano “bioregolatori”. Aumentano le specie cacciabili e le aree in cui è consentita la caccia, ed è introdotta la possibilità di utilizzare visori per la caccia notturna.
Il lupo diventa cacciabile?
Il lupo non diventerebbe formalmente una specie cacciabile, ma il riferimento alla sua tutela sparisce dall’elenco e la specie potrebbe essere abbattuta nell’ambito di specifici piani di contenimento.
Perché la riforma divide?
La maggioranza la considera un aggiornamento necessario per gestire i rischi legati alla fauna selvatica, come incidenti stradali e danni agricoli. L’opposizione, parte del mondo scientifico e diverse associazioni la giudicano un arretramento nella tutela della biodiversità.
L’Unione Europea ha preso posizione?
La Commissione europea ha inviato una lettera per esprimere preoccupazioni sul provvedimento, e anche il Comitato permanente della Convenzione di Berna ha scritto al governo italiano in merito alla riforma.



