Gillbert, il pesce robot mangia plastica (nato da un concorso pubblico)

I microplastici sono ovunque: nell’acqua che beviamo, nel pesce che portiamo in tavola, persino nel nostro sangue. E la cosa più frustrante è che, una volta finiti in mare, recuperarli è quasi impossibile: sono frammenti più piccoli di cinque millimetri che si infilano nelle fessure dei fondali, là dove nessun macchinario tradizionale riesce ad arrivare. Ma se a dare la caccia a quei frammenti fosse qualcosa di altrettanto piccolo, flessibile e silenzioso, qualcosa che nuota come un pesce? È esattamente l’idea da cui nasce il pesce robot mangia plastica, e il più affascinante di tutti ha un nome quasi affettuoso: Gillbert.
Gillbert, il pesce robot mangia plastica è nato da un concorso pubblico
La storia di Gillbert ha qualcosa di romantico. Non è uscito da un laboratorio militare o da una startup miliardaria, ma dalla matita di una studentessa: Eleanor Mackintosh, all’epoca matricola di chimica all’Università del Surrey, nel Regno Unito, che aveva inviato il suo schizzo al primo Natural Robotics Contest, una competizione aperta al pubblico per progettare robot ispirati alla natura e utili al pianeta.
La sua intuizione era semplice e geniale al tempo stesso. Le branchie sono uno dei meccanismi più straordinari della natura, specializzate nel filtrare l’ossigeno dall’acqua: e se si adattasse quello stesso principio per filtrare, invece, i frammenti di plastica? Il progetto ha vinto, ed è stato trasformato in un prototipo reale dal team del dottor Robert Siddall, ideatore del concorso.
Come funziona un pesce robot mangia plastica
Il meccanismo imita il modo in cui un pesce vero respira. Mentre nuota, Gillbert apre la “bocca” e chiude le branchie per ingoiare l’acqua; poi richiude la cavità e riapre le branchie per filtrare e trattenere i microplastici al suo interno. Le particelle restano intrappolate in una sacca interna — il suo “stomaco” — che viene poi svuotata in appositi contenitori.
Il risultato è una creatura artificiale lunga circa quanto un piccolo salmone, stampata in 3D e — dettaglio curioso — che si illumina al buio. Il prototipo ha già dimostrato di saper raccogliere particelle minuscole in un lago britannico, anche se gli ingegneri puntano a renderlo più veloce e più “intelligente”. Forse l’aspetto più importante per chi studia l’inquinamento è un altro: oltre a raccogliere plastica, questo pesce robot fornisce dati su dove e in quali forme i microplastici si concentrano nell’acqua, informazioni preziose per orientare normative e interventi futuri.
C’è poi un dettaglio che rende il progetto particolarmente vicino alla filosofia del saper vivere: il design è open source, e chiunque abbia accesso a una stampante 3D e qualche nozione di elettronica può costruirne uno. Non una tecnologia chiusa e proprietaria, ma un sapere condiviso.
Il cugino cinese: il robot grande quanto un’unghia
Gillbert non è solo. Qualche anno prima, un gruppo di ricercatori dell’Università di Sichuan, in Cina, aveva presentato sulla rivista scientifica Nano Letters un pesce robot di natura completamente diversa, pensato per le situazioni in cui le dimensioni contano davvero. Lungo appena 13 millimetri, questo micro-pesce non filtra l’acqua ma attrae le molecole dei microplastici facendole aderire al proprio corpo mentre nuota, un po’ come una calamita.
La parte affascinante è da dove nasce il materiale con cui è costruito. Il corpo si ispira alla madreperla, la sostanza resistente e flessibile che riveste l’interno delle conchiglie: una struttura stratificata che al microscopio ricorda un muro di mattoni, e che permette al robot di muovere la coda. Il materiale ha anche una proprietà sorprendente: è autorigenerante, capace cioè di ripararsi da solo in caso di piccoli tagli. E come si muove un robot così minuscolo? Grazie alla luce: puntando un laser sulla coda, il materiale si deforma e si piega, e ripetendo l’operazione il pesce nuota in tutte le direzioni, infilandosi proprio in quelle fessure dei fondali che restano off-limits per i macchinari più grandi.
Una soluzione, non la soluzione
Davanti a invenzioni così suggestive è facile lasciarsi andare all’entusiasmo, ma vale la pena mantenere lo sguardo lucido. Questo tipo di pesce robot raccoglie i microplastici dove ormai si trovano: a valle del problema. Il vero nodo resta a monte — un cambiamento di sistema che impedisca alla plastica di arrivare in mare — perché ridurre gli scarti, smaltirli correttamente e fare informazione resta la base di tutto. Lo ricorda bene anche il programma ambientale delle Nazioni Unite, UNEP, nel suo lavoro sull’inquinamento da plastica.
È qui che entra in gioco il senso più profondo di questa storia. Ci voleva un pesce di plastica per ricordarci di non sporcare l’acqua in cui i pesci veri devono vivere? Forse sì. Ma la buona notizia è che la tecnologia, quando nasce dall’ingegno di una studentessa e viene messa a disposizione di tutti, può diventare uno strumento concreto di consapevolezza. Il gesto più ecologico, intanto, resta quello di sempre: ridurre la plastica che usiamo ogni giorno, perché ogni frammento che non finisce in mare è un frammento che nessun pesce robot dovrà mai inseguire.
ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e divulgative. Le tecnologie descritte sono prototipi in fase di ricerca e sviluppo: i dati prestazionali si riferiscono a test di laboratorio o in ambienti controllati e non rappresentano soluzioni già operative su larga scala. Le informazioni sull’inquinamento da microplastiche hanno carattere generale e non sostituiscono il parere di fonti scientifiche e istituzionali specializzate.
Domande frequenti (FAQ)
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Che cos’è il pesce robot mangia plastica Gillbert?
È un pesce robotico stampato in 3D, sviluppato all’Università del Surrey nel Regno Unito a partire dall’idea vincitrice del Natural Robotics Contest, ideata dalla studentessa Eleanor Mackintosh. Usa branchie artificiali per filtrare i microplastici dall’acqua mentre nuota, trattenendoli in una sacca interna.
Come fa un pesce robot a raccogliere i microplastici?
Esistono due approcci principali. Gillbert filtra l’acqua attraverso branchie artificiali, imitando la respirazione di un pesce vero. Il micro-robot sviluppato in Cina, invece, attrae le particelle di plastica facendole aderire al proprio corpo grazie a legami chimici, funzionando come una sorta di calamita.
Il pesce robot mangia plastica risolve davvero l’inquinamento dei mari?
No, non da solo. Questi dispositivi raccolgono i microplastici già dispersi nell’ambiente, ma il problema va affrontato soprattutto a monte, riducendo la produzione e la dispersione di plastica. Sono strumenti utili soprattutto per la raccolta mirata e per fornire dati sulla distribuzione dell’inquinamento.
Si può costruire un pesce robot mangia plastica in casa?
Il progetto di Gillbert è open source: i piani sono disponibili online e, in teoria, chiunque disponga di una stampante 3D e di conoscenze di base di elettronica può realizzarne una versione. Resta comunque un progetto sperimentale, pensato principalmente per scopi di ricerca e divulgazione.
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