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smart working e salute mentale

Smart working e salute mentale: cosa si rischia davvero

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smart working e salute mentale

Niente sveglia all’alba, niente traffico, niente mensa affollata: per milioni di persone lo smart working ha significato libertà, tempo recuperato, una vita più gestibile. Eppure un’ampia ricerca appena pubblicata invita a guardare anche l’altra faccia della medaglia. Quando si parla di smart working e salute mentale, infatti, accanto ai benefici evidenti emerge un costo più silenzioso e difficile da notare: la solitudine. Vediamo con calma cosa dice lo studio, e soprattutto cosa non dice, per evitare conclusioni affrettate.

Smart Working e salute mentale lo studio (588 mila lavoratori sotto la lente)

La ricerca è firmata da Natalia Emanuel (Federal Reserve Bank di New York), Emma Harrington (Università della Virginia) e Amanda Pallais (Harvard), ed è stata pubblicata il 4 giugno 2026 sulla prestigiosa rivista Science. Il titolo, “Home alone“, dice già molto.

Gli autori hanno analizzato cinque grandi indagini rappresentative condotte negli Stati Uniti tra il 2011 e il 2024, per un totale di 588.322 lavoratori. Il metodo è interessante: hanno escluso gli anni più acuti della pandemia (2020 e 2021) e confrontato chi svolge mansioni che si possono fare da remoto con chi invece deve lavorare in presenza, misurando come è cambiato il benessere prima e dopo il Covid.

Cosa hanno trovato i ricercatori

Il risultato principale è netto. Nel periodo post-pandemia, i lavoratori con mansioni “da remoto” hanno trascorso più tempo da soli, hanno mostrato un peggioramento del benessere mentale su diversi indicatori e hanno fatto maggiore ricorso a servizi di sostegno psicologico e a prescrizioni legate alla salute mentale.

Qualche numero aiuta a inquadrare il fenomeno. Chi ha un lavoro adatto al remoto ha accumulato in media circa un’ora in più al giorno trascorsa da solo rispetto ai colleghi in presenza. Gli autori stimano inoltre che la diffusione del lavoro da remoto spieghi all’incirca un terzo dell’aumento del disagio mentale registrato a livello nazionale nel periodo esaminato.

Il dato più delicato: chi vive da solo

C’è un gruppo per cui l’effetto è risultato molto più marcato: le persone che già vivevano sole. Per loro l’aumento dei giorni passati in solitudine è stato circa dieci volte superiore rispetto a chi vive con altri, e cresce in modo sensibile anche la probabilità di trascorrere un’intera giornata senza alcun contatto umano. È il cuore del problema: per chi convive con familiari o partner, l’ufficio è una delle tante occasioni di socialità; per chi vive solo, spesso era la principale. Tolta quella, il vuoto si sente.

Perché allora le persone scelgono comunque il remoto?

Qui sta il paradosso che lo studio mette bene in luce. Nonostante questi costi, i lavoratori continuano a preferire lo smart working, al punto da accettare anche stipendi più bassi pur di mantenerlo. Come mai? Perché i benefici — tempo, flessibilità, risparmio — si percepiscono subito, mentre i costi sulla salute mentale si accumulano lentamente e sono facili da ignorare finché non diventano evidenti.

È un meccanismo psicologico comprensibile, e proprio per questo merita consapevolezza: non si tratta di rinunciare allo smart working, ma di riconoscere un rischio che agisce in sordina.

Cosa NON dice lo studio (ed è altrettanto importante)

Su un tema così delicato, le sfumature contano quanto i titoli. Gli stessi autori invitano alla prudenza, e ci sono almeno tre precisazioni fondamentali.

La prima: la ricerca non è una condanna del lavoro da remoto. Come ha sottolineato la co-autrice Emma Harrington, il remoto fa risparmiare tempo e denaro, permette di stare più con la famiglia e rende il lavoro più accessibile, ad esempio, alle persone con disabilità.

La seconda: i dati si fermano al 2024. Eventuali strategie messe in atto dalle persone per compensare l’isolamento — coltivare relazioni fuori dal lavoro, attività sociali, palestra — potrebbero non essersi ancora riflesse nei numeri.

La terza riguarda la soluzione. Secondo diversi esperti, la risposta non è imporre il rientro forzato in ufficio. Come osserva l’economista di Stanford Nicholas Bloom, estraneo allo studio, il modo migliore per tutelare la salute mentale nel lavoro da casa è lasciare che siano le persone a scegliere. Lo studio suggerisce piuttosto che un minimo di giornate garantite in presenza possa aiutare, non solo per coordinare meglio il lavoro, ma anche per il benessere — un punto a favore dei modelli ibridi, oggi i più diffusi.

Saper lavorare (bene) da casa

In fondo, il messaggio più utile di questa ricerca è in linea con una certa idea di saper vivere: la libertà dello smart working è una conquista, ma va abitata con consapevolezza. Significa non dare per scontato il contatto umano solo perché il lavoro non lo impone più, costruire occasioni di socialità che prima arrivavano “gratis” dall’ufficio, alternare le giornate a casa con momenti in presenza quando possibile. La tecnologia ci ha dato la possibilità di lavorare ovunque; sta a noi ricordarci che restiamo, prima di tutto, animali sociali.


ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e divulgative e non costituisce in alcun modo consiglio medico o psicologico. I dati riportati si riferiscono a uno studio osservazionale su scala di popolazione e non sono applicabili automaticamente al singolo individuo. Se stai attraversando un periodo di solitudine, disagio o difficoltà legate al lavoro o al benessere psicologico, è importante parlarne con il proprio medico o con un professionista della salute mentale, che può offrire un supporto personalizzato.


Domande frequenti (FAQ)

Lo smart working fa male alla salute mentale?

Non in senso assoluto. Lo studio pubblicato su Science nel 2026 ha rilevato che il lavoro da remoto prolungato è associato a più tempo trascorso in solitudine e a un peggioramento di alcuni indicatori di benessere mentale, soprattutto per chi vive solo. Gli stessi autori, però, precisano che il remoto ha anche benefici importanti e che i risultati non vanno letti come una condanna del lavoro da casa.

Chi è più a rischio di isolamento con lo smart working?

Secondo la ricerca, le persone che vivono da sole. Per loro l’aumento dei giorni trascorsi in solitudine è risultato circa dieci volte superiore rispetto a chi vive con familiari o partner, con una maggiore probabilità di passare intere giornate senza contatti umani. Per chi vive con altri, l’effetto è molto più contenuto.

Il lavoro ibrido è meglio per il benessere?

Lo studio suggerisce che un minimo di giornate in presenza possa avere effetti positivi sia sul coordinamento del lavoro sia sulla salute mentale. Molti esperti ritengono che la soluzione migliore non sia imporre il rientro in ufficio, ma lasciare alle persone la libertà di scegliere il modello più adatto. I modelli ibridi, oggi i più diffusi, vanno in questa direzione.

Come ridurre la solitudine lavorando da casa?

Pur senza fornire una ricetta valida per tutti, le indicazioni che emergono sono di buon senso: costruire occasioni di socialità al di fuori del lavoro, mantenere relazioni e attività sociali regolari, alternare quando possibile giornate a casa e in presenza. Se la solitudine o il disagio diventano persistenti, è importante rivolgersi a un professionista.

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