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Hiv, Di Perri (UniTo): “Long acting dà certezza di aderenza a terapia”

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(Adnkronos) – "Le formulazioni long acting rappresentano un cambio di paradigma logistico importante. Iniettare un farmaco con proprietà che lo fanno permanere a lungo a livelli adeguati per sopprimere la replicazione virale toglie di fatto quel rituale giornaliero", ed evita al paziente di "ricordarsi che hai un'infezione che devi chemiosopprimere. Il poter vedere il paziente 1 o 2 volte l'anno riduce il rischio che aderenza e vita quotidiana diventino un problema. E' anche un bel modo di investire il denaro pubblico, perché siamo certi che il paziente è per forza aderente in quanto il farmaco viene somministrato sotto controllo medico". Così Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie infettive all'università di Torino e direttore della Clinica di Malattie infettive, commentando alcuni studi di fase 1 presentati alla Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (Croi 2026) che si è tenuta a Denver nelle scorse settimane.  Durante i lavori congressuali sono stati presentati i primi risultati per 2 candidati long acting di fase 1 con ambizione 'twice‑yearly', cioè un'iniezione ogni 6 mesi: VH‑184, un inibitore dell'integrasi di terza generazione, e VH‑499, un inibitore del capside. Per VH‑184, lo studio di fase 1 in adulti senza Hiv ha valutato una singola somministrazione sottocutanea o intramuscolare in 2 formulazioni. Entrambe hanno mostrato proprietà long acting e una, in particolare, ha mantenuto livelli di farmaco stabili fino al mese 7, un segnale coerente con l'ipotesi di copertura semestrale. La tollerabilità è risultata complessivamente favorevole. Anche i dati in vitro sullo stesso VH‑184 hanno mostrato una potenza migliorata e un profilo di resistenza più robusto rispetto a bictegravir quando testato contro virus con mutazioni associate alla resistenza agli inibitori del trasferimento di filamento dell'integrasi (Insti) di seconda generazione, mantenendo attività su un ampio ventaglio di ceppi resistenti, inclusi quelli con più sostituzioni. Su questo punto, Di Perri sottolinea il potenziale valore clinico: "Il VH‑184 è anche in grado di superare le eventuali resistenze accumulatesi verso i composti più anziani della stessa classe". E avverte che la vera prova sarà la distanza tra concentrazioni raggiunte e capacità del virus di replicare: "Da un punto di vista farmacocinetico gli studi di fase 1 sono molto attraenti e interessanti, ma poi ci vorrà una serie di prove cliniche nel soggetto con l'infezione", osserva.  Per VH‑499, lo studio di fase 1 (sempre in adulti senza Hiv) ha testato una singola iniezione intramuscolare o sottocutanea con dosi tra 100 e 1200 mg: entrambe le vie hanno mantenuto livelli di farmaco stabili per un periodo prolungato, supportando la possibilità di intervalli fino a 6 mesi. Anche in questo caso l'esperto sottolinea che ci vorrà tempo per vedere confermate queste premesse positive. "Siamo in fase 1 – rimarca – ci vorranno degli anni. Se però l'opzione di 6 mesi si realizza, la platea di chi gradisce questo tipo di soluzione si amplierà moltissimo, fino a immaginare, probabilmente, una coesistenza fra delle soluzioni per via orale, magari una pillola settimanale, e un'alternativa iniettabile semestrale, perché è chiaro che ci sarà chi non vuole o non è compatibile con la terapia iniettiva", conclude Di Perri. 
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