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L’Occidente capovolto e la faticosa risposta alle piazze, il punto di vista di Marco Follini

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(Adnkronos) – "L’Occidente non è amato nel mondo. E l’Occidente non ama se stesso. A più di un terzo di secolo dalla caduta del muro di Berlino si può dire senza tema di smentita che il 'nostro' mondo se la passa male. All’epoca sembrava che ci si aprisse davanti una prateria. Oggi, siamo finiti sul banco degli imputati. Anche come accusatori di noi stessi. Si può evocare Oswald Spengler che un secolo fa profetizzò il 'tramonto' dell’Occidente. Oppure ci si può fintamente consolare ricordando l’illusione di qualche anno fa secondo cui la storia era finita o giù di lì. E magari perfino crogiolarsi con la discutibile idea che noi si fosse la “civiltà superiore” dell’epoca. Tutti argomenti che affiorano e svaniscono seguendo il flusso delle mode politiche e culturali, se così le vogliamo chiamare.  Poi però c’è la realtà, che va oltre le nostre elaborazioni. E la realtà ci avvisa che stiamo attraversando il momento più critico da molto tempo a questa parte. Come se la storia -la nostra e quella altrui- avesse preso una di quelle pieghe che non si possono più correggere. Ad accentuare la nostra difficoltà c’è poi una sorta di remora che non ci aiuta a chiamare le cose per nome. E soprattutto a guardarci dentro con qualche profondità. Noi facciamo fatica a rivendicare i nostri meriti. E facciamo fatica a metterci d’accordo sulle nostre colpe.  Così, è scomparsa ormai dalla nostra visuale un’idea comune di cosa diavolo sia e cosa possa essere questa entità geopolitica assai variegata che siamo abituati a chiamare occidente. Prendendo in prestito dalla geografia tutto quello che la storia ci sta lesinando. Fatto sta che la prima potenza occidentale, gli Stati Uniti d’America, non sono più quelli di una volta. E il loro orizzonte non è certo quello atlantico.  Quanto all’Europa, è troppo disunita per reggere sulle sue fragili spalle il peso che spetterebbe alla seconda potenza occidentale. Non è un caso che la doppia crisi che si accavalla tra le onde dell’oceano lascia senza risposta e senza interlocuzione le due crisi più dolorose e più laceranti di questo tempo: l’Ucraina e il Medio Oriente. Laddove c’è un paese, a Kiev, che vorrebbe entrare in occidente, sentendosene parte. E c’è un altro paese, a Tel Aviv che non si accorge di stare uscendo un passo dopo l’altro dal nostro occidente e forse anche dal proprio.  E’ piuttosto evidente che la sfida geopolitica si è fatta improba. Ce lo dicono le nostre piazze, ribollenti di uno sdegno che si rivolge in larga parte contro noi stessi. E a sua volta la imponente sfilata dei missili sulla piazza Tien an Men ce lo ha appena ricordato nei modi ruvidi che sono propri di quei mondi.  Ma c’è una sfida ancora più importante che si sta giocando a margine dei rapporti tra le grandi potenze. Ed è la contesa di principio tra l’ordine liberal- democratico di cui noi siamo i titolari, sia pure largamente imperfetti, e quelle forme di potere più assertivo che governano saldamente in altri contesti e guadagnano proseliti anche nelle nostre contrade.  E qui appunto l’argomento bussa alle nostre porte. E ci pone una domanda di fondo. Ha ancora un significato questa disputa di principio? L’idea di una democrazia liberale è ancora una suggestione, una convinzione, un titolo di merito? Ha dalla sua un respiro, oppure è diventata il bersaglio delle nostre stesse inquietudini? Quanto ancora di quell’idea ci appartiene e quanto invece richiama il nostro senso di colpa per non aver saputo adempiervi come forse era nelle premesse più ideali?  Lasciamo da parte il vecchio argomento sulla democrazia che si pensava di dover esportare nel resto del mondo. La questione a questo punto è letteralmente capovolta. Si tratta piuttosto di ragionare su quello che si finisce per importare. E cioè quei modelli politici più assertivi, autoritari, chiusi in se stessi, che una volta ci facevano paura e che ora invece sembrano insinuarsi nelle pieghe delle nostre incertezze politiche esistenziali con tratti che a molti finiscono per apparire più suggestivi e rassicuranti.  In pochissimi anni il nostro mondo s’è capovolto. E se prima si presentava con il volto inquietante di quello che a suo tempo si definiva imperialismo ora invece sembra indossare la maschera della sua titubanza. Siamo diventati incerti sui nostri stessi valori. Quei valori che fino a poco tempo fa volevamo offrire in dono al resto del mondo. E’ questo l’argomento che echeggia anche dalle nostre proteste di piazza. Che meriterebbero risposte pensate e approfondite da parte della politica che conta. Risposte né disattente, né saccenti, né magari troppo compiacenti. Si tratta di ragionare su di noi e sul mondo. E l’impressione è che stiamo facendo tutti una gran fatica a farlo fino in fondo". (di Marco Follini) —[email protected] (Web Info)

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