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Mafia: Mori, ‘scoprimmo per primi rapporti boss e appalti, ma a Borsellino fu vietato occuparsene’

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Palermo, 27 set. (Adnkronos) – “La mafia viene colpita non tanto con la cattura dei latitanti, ma soprattutto nel sostentamento economico e che non si otteneva tanto con il pizzo quanto con il condizionamento degli appalti. Io presi un ufficiale brillante, il capitano Giuseppe De Donno e lo misi a fare ricerche solo sugli appalti. Ne parlai con Giovanni Falcone che rimase un po’ perplesso, non riusciva a capire come. Per Falcone De Donno era come un figlio, lo chiamava ‘Peppe’ e progressivamente si individuò il rappresentante di Cosa nostra delegato a trattare gli appalti, questa fu la prima scoperta”. Sono le parole del generale Mario Mori intervistato da ‘Quarta Repubblica’.

“La seconda scoperta fu devastante – aggiunge Mori – nelle indagini sugli appalti si pensava che le vittime fossero i politici e gli imprenditori, invece concorrevano nel reato con i mafiosi. Questa era la verità che noi scoprimmo”. Poi Falcone fu trasferito a Roma, nel 1991, e mi disse: “consegnami il rapporto su mafia e appalti, io feci resistenza e gli dissi che non era completo. E lui lo volle entro l’indomani e mi disse ‘E’ meglio che lo riceva io, perché sai quanti guai avrete con questo rapporto…”. “E poi lo portò a Giammanco che era il capo della Procura di Palermo”, aggiunge. “Io mi resi conto in pochi giorni che non se ne parlava più di questo rapporto, mi arrabbiai molto e rappresentai la situazione, ma senza risultati, finché a luglio del 1991 la Procura emise degli arresti tra cui Angelo Siino e degli imprenditori. I legali chiesero gli atti relativi. Invece fu preso tutto il malloppo e fu dato a tutti e cinque gli avvocati, dopo mezz’ora la mafia sapeva tutto, fin dove potevamo arrivare. Lì ci fu un po’ di tensione”.

“All’epoca pensai che sbagliarono tecnicamente – aggiunge Mori – invece dopo sono successi altri fatti. All’inizio del 1992 Paolo Borsellino lascia Marsala e torna a Palermo. Giammanco non gli delega le inchieste su Palermo ma di altre province, quindi non può interessarsi formalmente a mafia e appalti. Mentre era a Marsala chiese a noi copia del dossier mafia e appalti”, dice ancora Mario Mori. “Il 25 giugno del 1992 Borsellino mi telefona per chiederci di vederci riservatamente dai carabinieri, non in Procura, Intanto non voleva farlo sapere e formalmente non poteva interessarsene”, dice. “Subito dopo la morte di Falcone, la procura spezzetta l’indagine e divide l’inchiesta in vari tribunali sparsi per la Sicilia – prosegue Mori – Se la spezzetti la distruggi”. “Il 4 luglio ci fu una riunione e Borsellino disse che i carabinieri erano delusi, ma nessuno gli disse che questa indagine era stata spezzettata”.

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