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Tiraboschi: “Smart working? Perché duri occorrono investimenti in formazione”

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Roma, 4 mag. (Labitalia) – Una connessione, un pc o un notebook e un programma condiviso. Sono le basi dello smart working, che con la pandemia da coronavirus ha avuto nel nostro Paese una straordinaria accelerazione. Ma ora che si apre la Fase 2 che fine farà questo metodo di lavoro? E le aziende che lo stanno usando, troveranno ancora conveniente continuare a usarlo? “Quello che abbiamo sperimentato in questi mesi -osserva con Adnkronos/Labitalia, Michele Tiraboschi coordinatore scientifico di Adapt, la scuola sulle relazioni industriali fondata da Marco Biagi- non è il vero smart working che si basa sul principio della libera scelta del luogo di lavoro. Abbiamo piuttosto sperimentato, in un contesto generale di isolamento sociale e di difficile conciliazione tra vita privata e lavoro, il vecchio lavoro da casa che, unito alle nuove tecnologie, ci ha mostrato pregi e rischi del lavoro da remoto”.

“Le sorti di questa sperimentazione di massa dipenderanno ora da vari fattori, non necessariamente legati alla durata del ritorno alla normalità -spiega Tiraboschi, che è anche docente al Dipartimento Economia ‘Marco Biagi’ dell’Università di Modena e Reggio Emilia-. Su tutti risulterà decisivo l’investimento da parte di aziende e Pubblica Amministrazione in formazione delle persone perché lo smart working è, prima di tutto, un atteggiamento culturale verso il lavoro secondo logiche di responsabilità e di misurazione dei risultati rispetto a obiettivi preventivamente concordati”.

Tiraboschi e i ricercatori di Adapt da anni si occupano di un puntuale monitoraggio del mondo del lavoro in Italia, secondo quella logica di benchmarking (comparazione internazionale), tanto cara a Biagi. Per questo, passare in maniera importante allo smart working, dice Tiraboschi, “è un passaggio non da poco perché significa chiudere col mercato del lavoro del Novecento industriale che era un mercato del tempo di lavoro e non delle professionalità”.(segue)

Un discorso a parte, poi, va fatto per il pubblico impiego. “Il ricorso d’imperio al lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni -spiega il professore- andrebbe attentamente studiato e monitorato, ma non credo che buona parte dei dirigenti si siano attrezzati per farlo. Chiaro che il repentino passaggio, nell’arco di pochi anni, dalla caccia ai cosiddetti fannulloni alla piena responsabilizzazione del dipendente pubblico, lascia qualche dubbio sulle modalità di organizzazione del lavoro che richiede un cambio non solo culturale ma anche gestionale che mi pare ancora molto lontano dal realizzarsi fatte salve le solite eccezioni del caso”.

I cambiamenti apportati dallo smart working alla vita del lavoratore sono molti: spariscono alcuni bisogni, se ne affacciano altri. Questo cambierà la contrattazione? “Allo stato direi ben poco -risponde Tiraboschi-. Il grave difetto della legge sul lavoro agile è quello di essere stata pensata e collocata dentro gli schemi giuridici e culturali della subordinazione del Novecento industriale. Tanto è vero che, per espressa previsione di legge, il lavoro agile può essere svolto solo dai dipendenti non dai professionisti e dai collaboratori”.

“Mi pare evidente, in questa prospettiva, che se il lavoro agile è lavoro subordinato -aggiunge Tiraboschi- la tendenza anche sindacale sarà quella di pretendere di trasporre in questo modello organizzativo le dinamiche proprie di ogni altra forma di lavoro dipendente. Altra cosa sarebbe il lavorare per progetti e a risultato, ma questo ci porterebbe nell’ambito del lavoro autonomo professionale di nuova generazione rispetto al quale mancano adeguati strumenti di welfare e di protezione sociale come ci ha fatto chiaramente vedere l’emergenza sanitaria che ha penalizzato le forme di lavoro meno tradizionali”.

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