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Mercuri (Deloitte), ‘colmare gap digitale pmi, con Recovery fund strategia per ripresa’

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Milano, 22 dic. (Labitalia) – “Nell’anno della pandemia tutti hanno capito l’importanza della digitalizzazione e dell’ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La risposta delle imprese italiane alle sfide imposte dal Covid-19 ha variato molto in funzione della dimensione aziendali: le imprese più piccole hanno avuto le maggiori difficoltà, avendo investito troppo poco in digitalizzazione negli anni passati. Ma ora, con il recovery fund, abbiamo una occasione imperdibile per far sì che tutto l’ecosistema imprenditoriale italiano transiti verso una nuova fase dell’economia, in cui l’ict farà parte integrante dei piani di business e delle strategie di rilancio. La digitalizzazione sarà uno dei pilastri del Next Gen Eu: dobbiamo usare le risorse messe a disposizione dall’Ue per colmare il gap che ci distanzia dai Paesi più competitivi e innovativi in questo ambito. Ora o mai più”. A dichiararlo è Alessandro Mercuri, consulting leader di Deloitte Italia, nel commentare i dati pubblicati oggi da Istat su ‘Imprese e ict nel 2020’.

“La pandemia – spiega – ha avviato molti processi di cambiamento e di digitalizzazione, imprimendo una accelerazione che nessuno aveva previsto. Ma questo avanzamento non basta: secondo lo stesso report Istat, nel 2020 l’82% delle imprese con almeno 10 addetti non adotta più di 6 tecnologie tra le 12 considerate dall’indicatore europeo di digitalizzazione denominato digital intensity index”.

“Emerge con chiarezza – sottolinea Mercuri – che una delle priorità di investimento per l’Italia sono le infrastrutture digitali. Se c’è un driver di crescita virtuoso e strategico di cui abbiamo bisogno è quello della digitalizzazione. Ma a queste infrastrutture devono essere affiancate anche delle competenze: dobbiamo accompagnare tutta la popolazione italiana in un processo di alfabetizzazione digitale. E, come dimostra lo studio prodotto dall’Osservatorio della nostra Fondazione, bisogna investire in competenze tecnico-scientifiche: nel nostro Paese meno del 30% degli iscritti all’Università studia discipline stem (science, technology, engineering and mathematics). E così nasce quel paradosso per cui, in uno dei Paesi con il più alto tasso di disoccupazione giovanile, un’impresa su quattro non riesce a trovare i profili professionali di cui ha bisogno”.

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