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Livolsi&Partners, pmi hanno timore a quotarsi in Borsa, servono agevolazioni fiscali

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Milano, 1 giu. (Labitalia) – Per assecondare la ripresa post pandemia, le pmi italiane possono rafforzare il loro capitale tramite la quotazione in Borsa, ma temono questo passaggio. Secondo i dati della Livolsi & Partner, su un campione rappresentativo di una quarantina di azienda con fatturato dai dieci ai 900 milioni/anno, a frenarle sono: per il 35% la trasparenza, la paura cioè di rendere pubblici i propri report, per il 30% la scarsa predisposizione a condividere obbiettivi e risultati, ossia di avere periodici confronti con gli investitori (il mercato) e rappresentanti terzi nei cda, per il 25% la mancanza di struttura manageriale esterna poiché la presenza nei ruoli apicali è solamente parentale e per il restante 10% le spese di quotazione, che mediamente assorbono tra il 5% e il 15% del controvalore dell’offerta. A parere della società milanese, è necessario attivare un sistema di agevolazioni fiscali per superare queste resistenze e favorire il risparmio interno a confluire nelle quotazioni di aziende italiane.

La fotografia riflette i dati di Borsa Italiana, in base a cui a fine 2020, la capitalizzazione complessiva delle società quotate a Piazza Affari è scesa a 607 miliardi di euro contro i 651 miliardi di euro dell’anno precedente. All’opposto Wall Street ha registrato un 2020 record, col valore delle ipo (initial public offering) pari a 435 miliardi di dollari. Eppure, anche in un mercato non molto liquido come l’aim (alternative investment market) Italia, negli ultimi due anni la capitalizzazione delle aziende che si sono quotate è cresciuta di oltre il 70%.

Conformemente allo studio ‘L’impatto della crisi da Covid-19 sull’accesso al mercato dei capitali delle pmi italiane’ di Banca d’Italia, sarebbero 2.000 le piccole e medie imprese nazionali che potrebbero approdare in Borsa. Sempre la ricerca ricorda che a fine 2019 il rapporto tra capitalizzazione di mercato e pil risultava pari solo al 36% in Italia, lontano dall’oltre 50% di Germania e ancor più dal 100% di Francia e Regno Unito.

“Le nostre aziende – afferma Massimo Bersani managing partner della Livolsi & Partners e responsabile delle operazioni di finanza straordinaria – sono abituate a risolvere i loro problemi finanziari tramite l’indebitamento bancario. Una situazione destinata a cambiare grazie ai processi di m&a (mergers and acquisitions), ai fondi di private equity, a tutti quegli strumenti come mini-bond, private debt, pir (piani individuali risparmio) e in prima istanza alla quotazione in Borsa. L’imprenditore deve essere il primo a capitalizzare la propria azienda se vuole che gli altri investitori, pubblici e privati, e le banche lo seguano nel suo progetto. Bisogna anche dire che il ricorso all’indebitamento da parte delle imprese è diminuito anche a seguito delle fusioni e concentrazioni avvenute nel settore bancario”.

“Solo organizzazioni forti a livello patrimoniale – spiega Ubaldo Livolsi, presidente della società, già ceo di Fininvest e che condusse la quotazione in borsa di Mediaset e Mediolanum – possono investire nei tre punti chiave che la competitività globale richiede: capitale umano, internazionalizzazione e tecnologia. Il contesto è favorevole. Il pnrr (piano nazionale ripresa resilienza) è un disegno di 248 miliardi, tra 191 di next generation Eu e altri stanziati dal governo, che dovrebbe rimettere in carreggiata l’Italia”.

Per Livolsi “è però necessario attivare un sistema di agevolazioni fiscali per superare le resistenze tra le pmi alla quotazione e favorire il risparmio interno a confluire nel capitale delle aziende nazionali. Da tempo sono fautore di un ‘fondo dei fondi’, un fondo di private equity, pubblico/privato (50% ciascuno), col coinvolgimento di cdp (cassa depositi e prestiti), dove per attrarre i risparmiatori si possa prefigurare una liquidation preference ai privati rispetto alle istituzioni finanziarie”.

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