Del Conte: “Blocco licenziamenti così com’è produrrà solo disoccupati lunga durata”

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Milano, 16 ott. (Labitalia) – “Il blocco dei licenziamenti ha senso solo se, nel frattempo, si abilitano le persone a trovarsi un altro lavoro, attraverso una formazione seria e una riqualificazione mirata ai bisogni del mercato: altrimenti, se si tiene lì una persona fino a gennaio senza nessuna prospettiva, non solo dopo gli toccherà il licenziamento, ma c’è il rischio più che concreto che questa persona vada a finire nella disoccupazione di lunga durata, dalla quale, come sappiamo, è più difficile uscire”. Maurizio Del Conte, giuslavorista, docente alla Bocconi e presidente di Afol Metopolitana, parla con Adnkronos/Labitalia del divieto di licenziare introdotto per arginare gli effetti sull’occupazione della pandemia: un divieto che fino ad agosto è stato totale e che col decreto Agosto è stato esteso fino a metà novembre per le aziende che hanno usufruito di tutta la Cig e fino a fine anno per le altre. Si può licenziare però in caso di fallimento, cessazione attività o accordo con i sindacati.

“Il blocco dei licenziamenti è e deve rimanere una misura straordinaria eccezionale -ricorda Del Conte-: prima di adesso, in Italia, si era avuta solo in tempo di guerra nel 1945. Dunque deve essere temporanea e queste continue proroghe rischiano di farla diventare, invece, una misura strutturale”. “A parte il profilo di legittimità costituzionale -aggiunge Del Conte- bisogna rendersi conto che qui non è una ‘nottata’ che dobbiamo passare, gli effetti della crisi si sentiranno ancora per molto tempo e dobbiamo avere un’idea di quale riforma degli ammortizzatori sociali fare per garantire un sostegno ai lavoratori che si trovano a essere espulsi. Invece, vedo solo che si afferma la prospettiva del blocco dei licenziamenti e dell’economia”.

Fondamentale per Del Conte, che è stato anche presidente dell’Anpal, è “una riforma degli ammortizzatori sociali che punti sulle politiche del lavoro, riqualificazione formazione orientamento perchè l’unica possibilità, l’unica prospettiva di futuro lavorativo per le persone che in qualche modo già destinati ad un provvedimento di licenziamento , è la riqualificazione. Non si deve aspettare gennaio per iniziare a farlo: anzi avremmo già dovuto cominciare”. “Dovremmo invertire la logica fin qui seguita: prima fare formazione e riqualificazione e poi dare un’indennità. Finora abbiamo fatto il contrario e come si vede non ha funzionato”, spiega

Parlando poi del boom dello smart working, Del Conte osserva: “Prima del Covid 19, lo smart working era praticamente una concessione delle aziende, che peraltro facevano una gran fatica ad accordarla ai sindacati: oggi quasi quasi i ruoli si sono ribaltati e il sindacato è rimasto spiazzato”.”La prova di questo è che non ci sono proposte sindacali organiche sullo smart working: le uniche proposte messe nero su bianco sono di limitare questa tipologia, sono dei paletti dai quali traspare la volontà di resistere allo smart working come se fosse un attacco al lavoro”, osserva Del Conte che è il padre della legge attualmente in vigore sul lavoro da remoto, la 81/17.

“Parliamo invece di questioni concrete -invita il giuslavorista- di come fare, ad esempio, se il lavoro da remoto interessa una persona che vive in 40 mq con un altra persona o una mamma con un bambino di 2 anni o una zona dove non c’è connessione. A questi problemi vanno trovate risposte con la contrattazione aziendale più che con la legge e attingendo alle migliore esperienze già in uso e a soluzioni nuove: ad esempio, allestendo spazi di coworking. Un modo anche per riciclare e recuperare attività che avevano chiuso con la crisi da pandemia. Il sindacato affronti questo e non parli sempre di distorsioni. Lo smart working in tutto il mondo è un’ottimo strumento per lo sviluppo, l’ambiente e la conciliazione vita familiare-lavoro”.

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