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Coronavirus: Livolsi & Partners, un’azienda su sei ha problemi di capitale di rischio

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Milano, 11 gen. (Labitalia) – Le aziende italiane, in sofferenza dalla scorsa primavera a causa dell’emergenza sanitaria, malgrado il sostegno dello Stato, continuano ad avere problemi di capitale di rischio, così da essere esposte alla scalata da parte della concorrenza estera e da non poter investire nella crescita e nell’innovazione. Un’azienda su sei ha problemi di equity. E’ necessario, oltre a una congrua gestione di parte dei 209 mld destinati all’Italia da Next Generation EU, agevolare e spingere gli italiani a indirizzare 170 miliardi il 10% dei 1.700 miliardi di liquidità che tengono sui propri conti correnti, nel capitale di rischio delle aziende. E’ quanto sostiene uno studio della Livolsi & Partners. La capitalizzazione delle aziende quotate alla Borsa di Milano da novembre 2019 a novembre 2020 è diminuita da 642.120,3 a 598.083,8 milioni euro (-6,9%) per quanto riguarda quelle nazionali, da 662.515,8 a 628.217,2 milioni (-5,2%) per quelle domestiche e straniere insieme, quindi le aziende del Belpaese riducono il loro capitale rispetto a quelle estere. L’indice Ftse Mib registra una performance del -5,2% (al 28 dicembre 2020).

Secondo i dati della Livolsi & Partners, su un campione rappresentato da una quarantina di aziende con fatturato dai dieci ai 900 milioni/anno, il 17% di esse dichiara di avere problemi di patrimonio netto, il 20% di liquidità e il 33% di riduzione importante di fatturato. La fotografia riflette quella di Banca d’Italia, in base al cui Rapporto sulla stabilità finanziaria di novembre, la quota di società di capitali in deficit patrimoniale raggiungerebbe il 12,0% alla fine dell’anno a fronte del 6,9% precedente la crisi. Senza le misure di sostegno finora introdotte, le società in deficit patrimoniale avrebbero toccato il 13,8%. Sempre grazie alle stesse azioni di supporto (cig, moratoria debiti pmi, posticipi adempimenti fiscali e contributi a fondo perduto) il calo del fatturato determinerebbe per circa 100 mila imprese un fabbisogno di liquidità pari a 33 mld alla fine dell’anno. Aumenteranno anche le probabilità di insolvenza, secondo il modello di via Nazionale per la valutazione del metodo creditizio, la probabilità di insolvenza media a un anno salirebbe rispetto a febbraio a valori compresi tra il 3,0 e il 4,4%.

“Le cause della bassa capitalizzazione delle imprese italiane – afferma Massimo Bersani, managing partner della Livolsi & Partners e responsabile delle operazioni di finanza straordinaria – si devono al fatto che da un lato il sistema è storicamente dipendente dalle banche, dall’altro la proprietà teme di condividere le decisioni”. I decreti del governo, “a partire dal ‘liquidità’ (DL 23/2020) e ‘rilancio’ con i benefici per la capitalizzazione (DL 34/2020) a ben vedere si caratterizzano rispettivamente per un ulteriore indebitamento e per un perimetro di accesso opinabile. Manca un provvedimento sul lato fiscale che faciliti ulteriormente la capitalizzazione”.

“Le nostre aziende – spiega Ubaldo Livolsi, presidente della società già ceo di Fininvest e che condusse la quotazione in borsa di Mediaset e Mediolanum – hanno problemi di capitale, non possono investire in crescita, innovazione e in manager capaci. Le nostre eccellenze produttive mondiali rischiano di essere acquisite da aziende estere. Bisogna spingere le imprese ad apportare più capitale con conseguenti minor imposte sul reddito”.

“Dall’altro lato – sottolinea – bisognerebbe incentivare i privati a investire nel capitale delle imprese, delle pmi e più in generale delle non quotate, magari attraverso fondi dedicati di importo dai 100 ai 200 milioni di euro. Esistono già strumenti nuovi in questo senso, come i pir (piani individuali di risparmio), ma si rivolgono soprattutto a società quotate”.

“Sarebbe auspicabile – osserva Livolsi – una politica che canalizzi e spinga gli italiani a investire nelle aziende parte dei circa 1.700 miliardi di liquidità, pari a quasi il pil italiano complessivo, che tengono sul loro conto. Si tratta di 170 miliardi. Per far questo, oltre alla congrua gestione destinata alle imprese dei 209 miliardi di Next Generation Eu, lo Stato deve trasmettere il messaggio di aspettative positive di crescita sia nel medio sia nel lungo periodo”.

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