** Ucraina: padre Camilli su reporter ucciso, ‘rivissuto morte nostro figlio’ **
Milano 14 mar. (Adnkronos) – “Ieri è stata una giornata un po’ particolare, non facile, perché siamo ripiombati in quello che ci capitò qualche anno fa”. Lo racconta all’Adnkronos Pierluigi Camilli, padre di Simone, il videoreporter dell’Associated Press ucciso a Gaza nel 2014, all’indomani della morte a Irpin del giornalista americano Brent Renaud.
La notizia dell’uccisione del reporter americano alla famiglia Camilli ha fatto tornare alla mente “tutto quello che abbiamo vissuto: la telefonata che ci fu fatta, le cose che ci dicevamo prima con Simone, che ci raccontava e anche le nostre preoccupazioni”, racconta il padre, anche lui giornalista. “Nelle telefonate che gli facevo chiaramente lo invitavo a essere prudente, ma per me da giornalista un figlio che girava per l’Associated Press in tutti gli scenari mondiali era anche motivo di orgoglio, mentre mia moglie era sempre un po’ più preoccupata”, racconta Camilli.
È stata proprio la moglie, Maria Daniela Vigna, a imbattersi ieri sera sui social network in alcuni commenti sgradevoli sulla morte di Renaud. “Una banda di cretini ha cominciato a scrivere il solito discorso ‘ma chi glielo fa fare, se la sono andata a cercare’. Ho letto che qualcuno ha scritto ‘nessuno parla di chi muore nei cantieri’. Di fronte a un argomento come questo uno sta zitto, perché è chiaro che la vita è sacra per tutti, però dire che chi va a fare il giornalista per raccontare i fatti se l’è andata a cercare, mi offende profondamente”, dice il padre del videoreporter ucciso a Gaza.
Non si fa attendere la sua risposta a simili accuse: “Alla gente che scrive queste cose, vorrei dire in faccia che Simone non era uno scapestrato, uno che si buttava. Ogni volta prendeva tutte le misure necessarie e non se l’è andata a cercare”. “Penso che queste persone – prosegue – credano che queste cose in fondo non le tocchino, ma quando verrà meno la libertà di informazione e la libertà di raccontare, si accorgeranno che sono cose importanti anche per loro”.
Da giornalista, Pierluigi Camilli sottolinea infatti l’importanza del lavoro degli inviati nei teatri di guerra: “Veniamo martellati in diretta, c’è un flusso continuo di informazioni, in cui è difficile distinguere la verità dalla propaganda. Se non ci fossero queste persone che si espongono direttamente, per raccontare i fatti, allora veramente saremmo vittime della propaganda dall’una e dall’altra parte e veramente saremmo un popolo che non ha conoscenza, che non ha le notizie” “Se facciamo tacere anche i giornalisti – prosegue – è finita, andiamo nel Grande Fratello, in cui ci sarà qualcuno che ci dirà quello che vuole e ci guiderà come vuole”. “Quindi purtroppo ci saranno sempre giornalisti che moriranno sui campi di battaglia, ma meno male che ci sono i giornalisti che ci vanno e che ci raccontano queste cose. In un mondo di notizie non confermate e non verificate, dovremmo dire grazie a questa gente che mette la propria vita a rischio e va lì per raccontarci queste cose”, conclude Pierluigi Camilli.

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