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Ucraina, la psicologa al fronte: “combattiamo rifiuto, dolore, aggressività, rassegnazione”

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Roma, 7 apr. (Adnkronos) – “Dolore, perdita, fuga, rifiuto, indecisione, aggressività, rassegnazione…”. Sono tra i disagi psicologici più frequenti vissuti in un drammatico crescendo dal popolo ucraino, dopo l’occupazione russa. L’Adnkronos ne ha parlato con Anna Rakityanskaya, tra gi psicologi al fronte da oltre 40 giorni per sostenere da un punto di vista psico-terapeutico l’onda devastante di malessere che sta colpendo il popolo ucraino: adulti, adolescenti, bambini. Come tanti colleghi lo fa in questo momento on-line attraverso “un canale telegram gratuito – ‘Psicologa di me stessa’ – che propone esercizi, informazioni, video pensati a stimolare la meditazione ed una guida per l’auto-aiuto alla sopravvivenza di ciascuno. “E’ un’iniziativa che in poche settimane ha raccolto già l’adesione di 268 persone”, racconta.

Colpisce tra le reazioni più diffuse, di cui parla la psicologa e confermate dai fatti di cronaca, il rifiuto, che spiega la ritrosia nelle zone occupate di tanti ad andar via: “L’uomo è come se si addormentasse, non vuole fare nulla. Le persone continuano a rimanere nelle zone pericolose e non hanno intenzione di fuggire – spiega la psicologa – E’ come se ignorassero ciò che sta accadendo. Si tratta di una reazione molto pericolosa della psiche, in quanto l’uomo non è in grado di valutare in maniera oggettiva il pericolo e la realtà”.

Drammatico in tempi di guerra il crescendo dell’aggressività, che può trasformarsi in auto-lesionismo di chi “prova disgusto verso il proprio corpo, o prova senso di colpa perché è riuscito a salvarsi, al contrario magari di parenti, amici o conoscenti”, ma anche in reazioni violente all’interno degli stessi nuclei familiari: “L’uomo non è in grado di gestire le emozioni negative. Cerca i colpevoli. È aggressivo anche nel sonno. Può rivolgere la sua aggressione nei confronti della nazionalità di una persona, degli stessi cittadini ucraini che a suo avviso hanno sofferto di meno, di conflitti all’interno della famiglia. Qualsiasi cosa potrebbe scatenare la reazione. La posizione aggressiva è rivolta nei confronti di tutto il mondo. E questo può portare a delle conseguenze molto gravi”, spiega.

La medaglia ha sempre due volti: se da un lato aumenta l’aggressività della gente, dall’altro colpisce e preoccupa il sentimento di accettazione, rassegnazione. “È un’altra reazione difensiva della psiche molto diffusa che si verifica così: l’uomo smette di agire e getta la spugna. In tale condizione è prevista la cura psicologica e a base di farmaci. Potrebbe svilupparsi il disturbo della personalità borderline. Fino alle intenzioni di suicidio. Tale persona potrebbe degradare nella posizione infantile (del bambino). È una condizione molto pericolosa per la psiche”. Quanto ai bambini “la loro reazione dipende completamente dalla posizione e il comportamento dell’adulto (genitore). Il consiglio è di comportarsi in maniera obbiettiva e non tossica. Non parlare davanti al bambino del proseguimento della guerra, non mostrare video”. “L’adulto deve essere un appoggio per il minore”, risponde.

Si tratta di danni risolvibili a breve termine o a lungo termine? “Purtroppo non posso dire i tempi di riabilitazione. Siamo ancora nella fase attiva della guerra. E’ presto parlare di recupero. La velocità dei cambiamenti psicologici è individuale. Dipende tutto dal livello del trauma – precisa la psicoterapeuta – E anche da quanto siano flessibili e stabili i processi psicologici della personalità di ciascuno. A qualcuno potrebbe bastare una sola seduta terapeutica. Qualcun altro potrebbe necessitare di cure e correzioni nel corso degli anni”.

Guardando indietro ai reduci della II guerra mondiale, ci sono dei quadri clinici che potrebbero ripetersi? “Molto diffusa sarà la sindrome post traumatica da stress con sintomatologie diverse. Il problema molto diffuso sarà riuscire ad adattarsi alla vita nel mondo pacifico. Disturbi psicosomatici, attacchi di panico, crisi esistenziali, neurosi. Questo ed altro….è ciò che ci aspetta”, conclude.

(di Roberta Lanzara)

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