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“Per rischio cuore utile indagare anche fattore socioeconomico”

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Milano, 19 giu. (Adnkronos Salute) – Un peso sul cuore: è quello della condizione socioeconomica. Per il ricercatore Francesco Lapi può incidere sul rischio di malattia ed è “un fattore da indagare” quando si deve tracciare la geografia delle insidie che mettono in pericolo la salute cardiovascolare. Un fattore che, conferma anche Gerardo Medea, medico di famiglia, della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg), ha impatto “persino sulla Covid. Studi ci dicono che persino sulla Covid ci sono diverse prognosi in base alla situazione socioeconomica”.

E’ una delle riflessioni emerge oggi durante un incontro organizzato dalla Simg, e reso possibile con il contributo non condizionato di Bayer, per presentare i risultati di un progetto nato per aggiornare le attuali Carte del rischio cardiovascolare risalenti ai primi anni duemila. Applicando un algoritmo di predizione al database della medicina generale Health Search le ‘rinnovate’ carte si concentrano non solo sul rischio di comparsa di eventi ischemici, ma anche quello di fibrillazione atriale e di scompenso cardiaco. Il tutto applicato a una popolazione più attuale rispetto a quella delle vecchie carte.

Parlando di rischio, il dibattito ha spaziato anche fuori dal perimetro della clinica, arrivando a toccare il nodo delle differenze socioeconomiche e del loro impatto. Sebbene alcuni esperti evidenzino la delicatezza dell’indicatore socioeconomico quando associato a un rischio di malattia, c’è accordo sul fatto che sia un fattore da studiare perché ha influenza su molte condizioni di salute.

“Io – ragiona Lapi, direttore ricerca Health Search – indagherei moltissimo e in qualsiasi modo l’elemento socioeconomico, perché anche se deriva da informazioni indirette oggi ci sono delle metodologie molto sofisticate che possono simulare la distribuzione dei fattori socioeconomici dentro la popolazione, semplicemente conoscendo la collocazione geografica del medico e dei suoi pazienti”.

“Mi aspetto – prosegue l’esperto – che se noi sapessimo esattamente il livello socioeconomico dei pazienti potremmo vedere una variazione della stratificazione del rischio non indifferente. Perché le variabili che questo fattore spiega sono anche extra-cliniche e noi qui abbiamo a che vedere solo con variabili cliniche e basta. Quindi questo potrebbe veramente cambiare moltissimo le cose ed è vero sia per il rischio cardiovascolare che per la fragilità e tanti altri aspetti”.

“Noi che conosciamo le famiglie e i pazienti – aggiunge Damiano Parretti, responsabile nazionale Area cronicità e progetti di area cardiovascolare Simg – ci rendiamo conto di come il livello socioeconomico influisca anche nel decorso e negli esiti delle malattie in modo importantissimo”.

Tornando al lavoro condotto per aggiornare le Carte del rischio cardiovascolare, le riflessioni per Medea sono tre: “A noi medici di famiglia questo strumento sta molto a cuore. Il fatto che quei fattori di rischio abbiano ricevuto conferma e validazione anche all’interno di database Health Search è un’ulteriore dimostrazione che usare questa carta va bene e continueremo a usarla. Il secondo punto è che alcuni fattori rischio sono utili anche in relazione a eventi non solo ischemici. E’ importante proiettare nel futuro questo rischio di patologia per tutte le conseguenze cliniche che ne traiamo, in termini di interventi, prevenzione e terapia”.

Il terzo messaggio, continua, “è che, considerando tutti gli elementi anche nuovi che abbiamo a disposizione, si rende ancora più certo il ragionamento che noi clinici abbiamo sempre fatto. Per esempio elementi come glicemia e familiarità per malattie cardiovascolari sono elementi che possiamo aggiungere alla nostra valutazione complessiva, sono semplici e sono lì in tutte le cartelle cliniche, molto a disposizione della medicina generale”.

Infine una nota critica: “Abbiamo sottolineato – conclude Medea – che questi strumenti servono non tanto per la valutazione del rischio del singolo quanto come strategia di popolazione. E allora un errore grave è aver messo tali algoritmi all’interno delle note amministrative, per cui noi abbiamo fattori rischio molto precisi senza i quali non possiamo prescrivere determinate terapie secondo Aifa. Questo a mio avviso fa danni. Noi medici ci convinciamo che se non abbiamo quel numero, quei 4 fattori di rischio alterati, non possiamo prescrivere terapie e questo può fare danni ai singoli e alla popolazione”.

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