**Pd: da caso Pse all’odg anti-Gentiloni su migranti, ‘riformisti’ dem in subbuglio**
Roma, 4 mag. (Adnkronos) – Giornata di tensioni in casa Pd. Con l’area riformista in subbuglio. Due i casi. Il primo, la proposta di cambiare il nome al gruppo in Europa avanzata dalla socialista spagnola e presidente del gruppo Iratxe García Pérez: via ‘Socialisti e democratici’ per tornare alla vecchia denominazione Pse. L’indiscrezione, apparsa su un sito, dava Elly Schlein favorevole all’operazione. Apriti cielo. Un fiume di polemiche arginato solo dalla smentita del Nazareno: “Le indiscrezioni giornalistiche sul presunto sostegno di Elly Schlein a questa ipotesi sono del tutto destituite di fondamento”.
Il secondo riguarda invece un atto parlamentare: un odg al dl Migranti presentato da Sinistra e Verdi che mette sotto accusa, in una premessa dai toni piuttosto duri, gli accordi con la Libia che vennero siglati dall’allora premier Paolo Gentiloni. La capogruppo Chiara Braga, fatto un sondaggio tra i deputati, ha chiesto il voto per parti separate: sì al dispositivo dell’odg, astensione sulla premessa. “In modo da accogliere le richieste di tutti”, si spiega. Ma alcuni deputati si sono comunque smarcati. “Nessuna spaccatura. Non ho votato un odg che aveva premesse irricevibili”, spiega sui social Enzo Amendola che non ha votato insieme a Lia Quartapelle e Marianna Madia. Queste ultime, tra l’altro, sono le animatrici dei ‘Seminari sul futuro’, incontri in chiave di proposta riformista. Di quello sulla sanità ne scrive Madia su twitter e un attento Carlo Calenda lo rilancia.
Distinguo che danno la misura della dialettica in casa dem. Perché se sul cambio di nome al gruppo in Ue insorgono i riformisti, l’indiscrezione è stata commentata del tutto diversamente dalla sinistra dem. Twitta Andrea Orlando: “La denominazione socialisti e democratici fu concepita quando il Pd, pur non aderendo a Pse, intendeva far parte del gruppo parlamentare a Strasburgo. Successivamente il Pd ha aderito al Pse. Oggi, quindi, il gruppo si può tornare a chiamare socialista. Dove è il problema?”.
Il caso Pse nasce dalla lettera che la presidente del gruppo García Pérez ha inviato a tutti i membri con l’oggetto ‘Sondaggio sul potenziale cambio di nome del nostro Gruppo’. La socialista spagnola motiva la sua proposta con una questione di ‘marchio’ più efficace in vista delle europee del 2024: “Un cambiamento, con ‘Partito del Pse’ o ‘Gruppo Pse’, aumenterebbe la nostra visibilità come famiglia politica grazie ad un ‘marchio’ e logo comune, simile alla prassi consolidata di altri gruppi e partiti politici europei”. La presidente conclude allegando il link attraverso il quale è possibile indicare la preferenza, con tanto di logo tra cui scegliere (quello S&D e quello Pse) che indica come “dead line” per votare il prossimo 9 maggio.
Innumerevoli gli interventi, sia dai parlamentari nostrani che da quelli europei, per dire no al cambio. “La famiglia progressista si deve allargare, non restringere. Per questo l’ipotesi di modificare il nome sarebbe uno sbaglio che non va commesso”, twitta Lorenzo Guerini. E la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno: “Essere progressisti oggi è essere democratici. Non solo in Italia”. Interviene anche Piero Fassino che nel 2009 con Dario Franceschini concordò con i vertici Pse la nuova denominazione per permettere l’adesione degli eurodeputati dem al gruppo socialista: “Corrispondeva alla creazione di un gruppo parlamentare largo e inclusivo”.
Una vicenda su cui salta Italia Viva. Lo fa il neo senatore renziano Enrico Borghi: eliminare “la parola ‘democratici’ e lasciare solo la definizione ‘socialista’. Altra conferma della mutazione genetica a sinistra, e del fatto che il riformismo sta altrove”. A frenare le polemiche la nota del Nazareno. “Per il Partito democratico il cambiamento del nome del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo non è mai stato in discussione. Le indiscrezioni giornalistiche sul presunto sostegno di Elly Schlein a questa ipotesi sono del tutto destituite di fondamento”.
