Libia: racconto choc pescatore ‘volevano che accusassi il comandante di traffico droga’/Adnkronos
Mazara del Vallo (Trapani), 21 dic. (Adnkronos) – (dall’inviata Elvira Terranova) – “Dopo il sequestro mi hanno portato in una piccola stanza piena di militari dove mi hanno bendato quasi subito. Mi hanno quindi fatto toccare con le mani dei panetti di hashish. Credo per lasciare le mie impronte. Appena mi hanno tolto la benda dagli occhi mi hanno detto che il comandante della barca aveva già confessato di essere un trafficante di droga e mi hanno detto che avrei dovuto confermarlo. Ma io non ho mai visto della droga sul peschereccio e mi sono rifiutato. E i militari mi hanno minacciato dicendomi che se non avessi accusato il comandante loro avrebbero accusato me e mio padre e che avremmo rischiato entrambi l’ergastolo. E che avrebbero mandato la squadra dei torturatori. Sono stati momenti terribili”. Lysse Ben Thameur racconta per la prima volta, in una intervista all’Adnkronos, i momenti immediatamente successivi al sequestro in Libia. Ben è primo ufficiale del peschereccio ‘Medinea’. E’ figlio di tunisini nato in Italia. E ha la cittadinanza italiana. Anche il padre, Hedi Ben Thameur era sull’imbarcazione. I due sono stati interrogati oggi dai carabinieri del Ros nella caserma di Mazara del Vallo (Trapani) su delega della Procura di Roma che indaga sul sequestro dei 18 pescatori in Libia.
Il giovane italo-tunisino racconta con fatica quei momenti. “Sono stato costretto a stare bendato, in piedi, con la faccia contro il muto per un giorno intero – dice prima di salire in caserma – Mi hanno tenuto tutta la notte senza cibo e verso le undici del mattino dopo sono svenuto. Solo allora mi hanno tolto le bende”.
Lysse racconta le ore successive al sequestro da parte dei militari libici. “Mi hanno portato in una stanza dopo avere attraversato dei cancelli in ferro. Lì mi hanno bendato. Poi mi hanno trascinato con la forza nella stanza degli interrogatori. E mi parlavano in arabo. Io lo capisco ma non lo parlo bene. Quindi hanno preso anche un traduttore, ma notavo che lui diceva cose diverse da quelle che dicevo io. Dicevano in arabo quello che voleva lui”. “Poi sempre bendato mi hanno fatto odorare una bottiglia di vino e mi hanno chiesto se io sapessi cosa ci fosse dentro e ho detto che era vino”, continua ancora Lysse. Ha tanta voglia di parlare, di raccontare quello che è successo in quei giorni.

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