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Gaza, piano Trump tra ultimatum e ambiguità: cosa c’è e cosa manca

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(Adnkronos) – La Casa Bianca ha presentato il "piano comprensivo del presidente Trump per la fine del conflitto a Gaza", definito dallo stesso leader statunitense come parte del progetto di una "pace eterna in Medio Oriente".  Il primo passo previsto consiste nello scambio di ostaggi entro 72 ore "da quando Israele avrà pubblicamente accettato l'accordo": sia i prigionieri israeliani vivi sia i loro resti verrebbero liberati in cambio di 250 detenuti palestinesi condannati all'ergastolo e di 1.700 persone arrestate nella Striscia di Gaza dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Durante questa fase, tutte le operazioni militari israeliane vengono sospese e le linee di combattimento restano congelate fino al completamento della fase di ritiro programmato. Il piano stabilisce che i membri di Hamas che accettano la coesistenza pacifica e la smilitarizzazione potranno beneficiare dell'amnistia, mentre chi desidera lasciare Gaza potrà farlo in sicurezza. Israele, pur garantendo un ritiro graduale da alcune aree della Striscia, non occuperà né annetterà il territorio e nessuno sarà costretto a partire. Tuttavia, molti dettagli operativi restano vaghi: non sono indicate linee precise di ritiro israeliano, modalità dettagliate per il rilascio degli ostaggi, criteri per la selezione dei prigionieri palestinesi da liberare né tempi certi per il passaggio del controllo a Gaza alla Autorità Palestinese. L'assistenza umanitaria sarà incrementata e gestita tramite Nazioni Unite, Croce Rossa e altre organizzazioni internazionali indipendenti dalle parti in conflitto. Per quanto riguarda la governance, il piano prevede un'amministrazione temporanea, composta da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, supervisionato dall'organismo internazionale denominato 'Board of peace', presieduto da Trump e comprendente, tra gli altri, l'ex premier britannico Tony Blair. Tale organismo dovrà coordinare la ricostruzione di Gaza – che Trump ha in passato immaginato come una sorta di 'Riviera' hi-tech – e predisporre le condizioni per un trasferimento sicuro del controllo all'Autorità Palestinese al termine del programma di riforme, senza però indicare una tempistica precisa. Uno degli aspetti più delicati riguarda la questione dello Stato palestinese. Il piano menziona questa possibilità solo come prospettiva condizionata: "Mentre procede la ricostruzione di Gaza e il programma di riforme dell'Anp viene attuato fedelmente, le condizioni potrebbero essere finalmente mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese". Si tratta di un riconoscimento, subordinato alla smilitarizzazione di Hamas, alla riforma dell'Anp e alla supervisione internazionale, senza alcun impegno formale degli Stati Uniti al riconoscimento immediato dello Stato. Il piano presenta, inoltre, ambiguità strategiche che potrebbero consentire a entrambe le parti di dichiararsi favorevoli, pur cercando di ostacolarne l'attuazione nel corso delle trattative successive. Non vengono specificati né la composizione né le responsabilità precise del comitato tecnocratico, né il ruolo concreto della comunità internazionale nella garanzia della sicurezza e nello sviluppo della Striscia. Queste lacune operative e di governance potrebbero rallentare o compromettere l'effettiva implementazione del piano. Pur prevedendo, infine, misure di emergenza umanitaria e l'invio immediato di aiuti tramite organizzazioni internazionali, il piano non chiarisce in maniera esaustiva il destino dei membri di Hamas che potrebbero scegliere l'esilio, né come verranno gestiti i rapporti con la popolazione civile di Gaza, ancora sottoposta a forti pressioni a causa dei bombardamenti israeliani. In questo senso, il piano di Trump si configura più come un quadro di principi e linee guida che come un accordo dettagliato, capace di porre fine immediatamente e concretamente al conflitto. —internazionale/[email protected] (Web Info)

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