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Obama e l’ambiente. Storia di un divorzio?

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Incalzato da più parti il Presidente Usa Barack Obama ha chiesto all’ Epa di ritirare i nuovi standard che dovevano proteggere gli americani dall’inquinamento atmosferico, attirandosi critiche feroci. L’ultimo capitolo di un rapporto in crisi, quello tra Obama e gli ambientalisti

Le critiche che piovono in questi giorni sul presidente degli Usa Barack Obama sono tra le più gravi che si potessero fare all’uomo della "green revolution": Obama ha ceduto alle pressioni delle lobbies industriali americane (che gli ambientalisti liquidano come "gli inquinatori") ed ai ricatti dei Repubblicani, che dominano il Congresso.

Tra i più arrabbiati con il presidente paladino della Green Economy c’è il Sierra Club, la più numerosa e agguerrita associazione ambientalista statunitense, che può contare su più di un milione e mezzo di attivisti. Durante la campagna presidenziale e nei primi anni del mandato di Obama, Sierra Club si era schierata al fianco del presidente, i personaggi più in vista del movimento ambientalista sono da sempre considerati molto vicini ad Obama, come il direttore Michael Brune.

Fino al deciso dietro front, caratterizzato prorio da dichiarazioni di Brune che condannavano senza appello alcune delle decisioni presidenziali. Ma cosa ha fatto perdere definitivamente la pazienza agli ambientalisti americani? La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la richiesta di Obama di all’ Environmental protection agency (Epa) di ritirare gli Ozone national ambient air quality standards che dovevano proteggere gli americani dall’inquinamento atmosferico.

Secondo Sierra Club, ma anche secondo Greepeace, questo sarebbe l’ultimo atto di una resa, con la quale lo stesso presidente Usa sta fiaccando il tanto acclamato Clean Air Act. Il regolamento che dava un corposo giro di vite alla legislazione in tema di immissioni in atmosfera. Gli ambientalisti accusano Obama di aver ceduto alle tante pressioni che le lobbies manifatturiere ed industriali avrebbero esercitato per difendere i lofo profitti.

Le aziende, da parte loro, sostengono che in un momento di crisi economica e con l’incubo della recessione, le norme erano troppo stringenti e costose, praticamente impossibili da applicare e rispettare nei tempi e nei modi previsti dal Clear Air Act.

Non è l’unico segno dei venti di crisi che soffiano sulla Casa Bianca. In molti hanno approfittato del fallimento della Solyndra, l’azienda produttrice di pannelli fotovoltaici che Obama aveva eletto a simbolo della green economy, e finanziato con 535 milioni di dollari, per parlare immediatamente di "green flop". I repubblicani sono andati all’attacco a suon di inchieste del Congresso, ma in questo caso la Presidenza ha resistito, sostenendo che "continuerà a finanziare questo mercato".

In calo di consensi e popolarità, Barack Obama è obbiettivamente in difficoltà. Saranno le politiche ambientali ed i progetti di sostegno alla Green Economy le prime vittime di queste difficoltà? La rivoluzione di Obama deve ancora dimostrare agli Usa ed al mondo di essere tale, tuttavia l’unico modello alternativo alla green economy è quello cinese, che ha divorato il pochi anni un patrimonio naturale ed ambientale smisurato.

(VG)

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