Ghiacciai alpini 2026, un’estate peggiore del solito: cos’è il Glacier Loss Day e perché preoccupa?
di Redazione Ecoseven – 02/07/2026

Ghiacciai alpini 2026 | In Svizzera il Glacier Loss Day, il giorno in cui finisce la neve stagionale e i ghiacciai iniziano a consumare il proprio ghiaccio antico, è stato dichiarato il 29 giugno 2026 — con settimane di anticipo sulla media storica e a ridosso del record negativo del 2022 (26 giugno), l’anno finora peggiore mai registrato per il ritiro dei ghiacciai svizzeri. È un indicatore tecnico, elaborato dall’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), ma racconta una condizione che riguarda l’intero arco alpino, Italia compresa.
Negli ultimi giorni diverse fonti hanno segnalato una situazione critica per i ghiacciai alpini: zero termico oltre i 4.500 metri, notti tropicali in alta quota, manto nevoso ai minimi storici. Vediamo cosa significano davvero questi dati e perché il 2026 si candida a essere un anno di svolta negativa per la criosfera alpina.
Cos’è il Glacier Loss Day e come si calcola
Ogni anno, in inverno, i ghiacciai vengono coperti da uno strato di neve fresca che, nel tempo, si compatta e si trasforma in nuovo ghiaccio — un processo che richiede almeno due anni per completarsi. Con l’arrivo del caldo, questa neve stagionale inizia a fondere, ma la sua elevata capacità riflettente protegge il ghiaccio più antico sottostante. Il Glacier Loss Day (GLD) è la data in cui questa protezione finisce: da quel momento, ogni ulteriore fusione intacca direttamente il ghiaccio pluriennale, non più la semplice coltre nevosa invernale.
È una soglia importante perché il ghiaccio antico è grigiastro e molto meno riflettente della neve fresca, e assorbe fino al doppio della radiazione solare: da qui in avanti, la fusione accelera. Più il GLD cade in anticipo rispetto alla media storica, più tempo resta all’estate per erodere il ghiaccio vero e proprio, con perdite che diventano difficili da recuperare anche in inverni successivi con nevicate abbondanti.
Perché il 2026 assomiglia (e forse supera) il record del 2022
Secondo il WSL, il 2026 non era iniziato bene per i ghiacciai svizzeri, e la situazione si è aggravata nel corso della primavera: già ad aprile il manto nevoso era in alcuni punti ai minimi storici, e nella migliore delle ipotesi nella media solo per singoli ghiacciai. Il Glacier Loss Day del 29 giugno 2026 arriva tre giorni dopo quello del 2022 — anno che resta, al momento, il peggiore mai registrato in Svizzera per il ritiro dei ghiacciai, con una perdita del 6% della massa glaciale complessiva. L’andamento attuale segue da vicino quello di quell’anno, secondo quanto comunicato dall’istituto svizzero.
A peggiorare il quadro ha contribuito un’ondata di caldo eccezionale: lo zero termico, cioè la quota alla quale la temperatura scende a 0°C, ha superato i 4.500 metri, toccando picchi di 4.800 metri. Carlo Barbante, dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha spiegato che questa soglia, che nella seconda metà del Novecento si attestava attorno ai 2.950 metri, oggi si trova in media sui 3.300-3.400 metri: un innalzamento di circa 400 metri in pochi decenni, che nei giorni di caldo più intenso lascia sopra lo zero solo le vette più alte delle Alpi, come il Monte Bianco e il Monte Rosa.
Cosa succede quando finisce la neve stagionale: il ruolo dell’albedo
Il meccanismo alla base del Glacier Loss Day è quello dell’albedo, cioè la capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. La neve fresca ne riflette una quota molto alta, mentre il ghiaccio antico, più scuro e compatto, ne assorbe una parte maggiore, trasformandola in calore che accelera la fusione. Claudio Artoni, nivologo dell’Università di Milano-Bicocca e responsabile del laboratorio Eurocold, ha sottolineato come le temperature elevate e le piogge — anziché nevicate — facciano sparire rapidamente l’accumulo invernale che rappresenta, con le sue parole, il nutrimento dei ghiacciai. Senza un manto nevoso sufficiente in inverno, e con estati sempre più calde, la neve scompare in poco tempo e il nuovo ghiaccio non riesce a formarsi.
Un caso concreto arriva dalla Lombardia: sul ghiacciaio del Campo Nord, a Livigno, nel 2025 i 170 centimetri di neve misurati a inizio giugno a quasi 3.000 metri di quota erano completamente scomparsi entro la metà di luglio, con il ghiaccio sottostante che aveva già perso ulteriori 50 centimetri di spessore.
La situazione dei ghiacciai italiani
In Italia le rilevazioni sono coordinate dal Comitato Glaciologico Italiano, che monitora centinaia di ghiacciai lungo l’arco alpino con misure di bilancio di massa a campione. Il quadro di lungo periodo è netto: secondo le stime più recenti, le Alpi italiane hanno perso tra il 50 e il 60% della propria superficie glaciale nell’ultimo secolo, con una forte accelerazione negli ultimi decenni. Oltre il 90% dei ghiacciai italiani ha oggi una superficie inferiore a mezzo chilometro quadrato, una dimensione che li rende particolarmente vulnerabili alle ondate di caldo.
Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica The Cryosphere ha calcolato che, dall’apice della Piccola Età Glaciale (attorno alla metà dell’Ottocento) fino al 2015, la superficie glaciale dell’intero arco alpino europeo si è ridotta da 4.244 a 1.806 chilometri quadrati, e il volume da circa 280 a 100 chilometri cubi, con almeno 1.938 ghiacciai ormai completamente scomparsi. Anche fuori dai confini italiani il fenomeno è visibile a occhio nudo: sul massiccio del Monte Bianco, il ghiacciaio dei Bossons, che sovrasta Chamonix e che negli anni Ottanta arrivava fino al fondovalle, mostra oggi una vistosa cavità comparsa nella sua parte inferiore a partire dal 2025, documentata da immagini aeree.
L’effetto mascheramento: perché l’acqua non manca ancora (ma mancherà)
Un aspetto controintuitivo, spiegato dagli esperti del WSL, riguarda le riserve idriche: nonostante la perdita di massa dei ghiacciai, per ora non si osserva una diminuzione della quantità d’acqua che arriva a valle dalla loro fusione. È quello che viene definito un “effetto mascheramento”: le estati molto calde fanno sciogliere più ghiaccio del solito, e finché esistono riserve consistenti il flusso d’acqua verso valle resta pressoché invariato, o addirittura aumenta nella prima parte della stagione calda.
Il problema si sposta nel tempo: quando i ghiacciai saranno diventati troppo piccoli, non potranno più rilasciare le stesse quantità d’acqua, semplicemente perché ci sarà meno ghiaccio disponibile da fondere. A quel punto il contributo dei ghiacciai alpini alle riserve idriche di fiumi e falde inizierà a calare, con un rischio maggiore di riduzione della portata dei corsi d’acqua proprio nei mesi estivi, quando la richiesta per uso agricolo, potabile ed energetico è più alta — un problema che riguarda non solo le comunità alpine ma anche la pianura padana e i territori a valle dei grandi fiumi.
Cosa significa concretamente
Per chi vive nelle zone alpine o dipende, anche indirettamente, dalle risorse idriche che ne derivano, il messaggio principale è che gli effetti più gravi non sono immediati ma si giocano sul medio periodo: la disponibilità d’acqua nei mesi estivi, la produzione idroelettrica e l’agricoltura di pianura dipendono in parte da riserve glaciali che si stanno assottigliando in modo strutturale, non solo stagionale. I bilanci di massa definitivi per il 2026 saranno disponibili solo a fine estate, quando si concluderà la stagione di ablazione (il periodo in cui la fusione prevale sull’accumulo), ma l’andamento fin qui osservato indica una traiettoria simile o peggiore rispetto al record negativo del 2022.
FAQ – Domande frequenti
Cos’è il Glacier Loss Day?
È la data, calcolata dall’Istituto federale svizzero WSL, in cui la neve stagionale che protegge i ghiacciai finisce di fondere, esponendo il ghiaccio più antico sottostante alla fusione diretta. Più questa data cade in anticipo, più a lungo il ghiaccio pluriennale sarà esposto alla fusione nel corso dell’estate.
Perché il 2026 è un’annata critica per i ghiacciai alpini?
Perché il Glacier Loss Day 2026 (29 giugno) è arrivato solo tre giorni dopo quello del 2022, che resta il peggior anno mai registrato in Svizzera per il ritiro dei ghiacciai. A questo si aggiungono un manto nevoso invernale ai minimi storici e un’ondata di caldo con zero termico oltre i 4.500 metri.
Quanto hanno perso i ghiacciai italiani negli ultimi decenni?
Secondo le stime più recenti, le Alpi italiane hanno perso tra il 50 e il 60% della loro superficie glaciale nell’ultimo secolo, con una forte accelerazione recente. Oltre il 90% dei ghiacciai italiani ha oggi una superficie inferiore a mezzo chilometro quadrato.
La fusione dei ghiacciai sta già riducendo l’acqua disponibile?
Non ancora in modo diretto: per il cosiddetto “effetto mascheramento”, finché i ghiacciai hanno riserve consistenti, la fusione più intensa mantiene stabile o aumenta il flusso d’acqua a valle. Il calo della disponibilità idrica arriverà quando i ghiacciai saranno diventati troppo piccoli per rilasciare le stesse quantità d’acqua.
Chi monitora i ghiacciai italiani?
Le rilevazioni sono coordinate dal Comitato Glaciologico Italiano, che misura il bilancio di massa di centinaia di ghiacciai lungo l’arco alpino a campione, in collaborazione con enti come CNR e diverse università.
In breve
Il Glacier Loss Day 2026, dichiarato dal WSL svizzero il 29 giugno, segnala un’annata particolarmente critica per i ghiacciai alpini, in linea o peggiore rispetto al record negativo del 2022. Zero termico sopra i 4.500 metri, manto nevoso invernale ai minimi storici e ondate di caldo hanno accelerato la fusione del ghiaccio antico, meno protetto del solito dalla neve stagionale. In Italia, dove le Alpi hanno già perso tra il 50 e il 60% della superficie glaciale nell’ultimo secolo, il fenomeno si inserisce in una tendenza di lungo periodo confermata da studi scientifici recenti. Gli effetti sulla disponibilità d’acqua non sono ancora evidenti per un effetto di mascheramento temporaneo, ma nel medio periodo il rischio di minore portata dei fiumi alpini è concreto.
ATTENZIONE: questo articolo sui ghiacciai alpini ha finalità informative; i bilanci di massa definitivi per la stagione 2026 saranno disponibili solo a fine estate, quando si concluderà la stagione di ablazione. Fonti: WSL – Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (Svizzera); Il Post; CNR – Istituto di Scienze Polari (Carlo Barbante); Università di Milano-Bicocca, laboratorio Eurocold (Claudio Artoni); Adnkronos; Euronews; The Cryosphere (studio 2025 sul bilancio storico dei ghiacciai alpini europei); Comitato Glaciologico Italiano.
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