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I borghi più belli d’Italia: Puglia

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Tradizioni sempre vive di una regione eterogenea e dalla grande accoglienza

Il tacco d’Italia, un territorio che si affaccia sull’Adriatico e tende una mano verso Oriente, quasi abbracciando idealmente nuove culture ed orizzonti. La Puglia, luogo dalla forte accoglienza e dalle tradizioni sempre vive, regione eterogenea caratterizzata da piccole località che ne rappresentano le sue caratteristiche.

La scoperta dei borghi pugliesi inizia nella parte settentrionale, a metà strada tra la Foresta Umbra e il mare, dove si incontra Vico del Gargano il centro storico più affascinante di questa porzione di Puglia, col suo reticolo di edifici in stato di semi-abbandono, ma dall’incredibile ricchezza di portoni, stemmi, scalinate e comignoli.

Questi merletti di pietra trionfante e queste volte a crociera che sembrano sorreggere il cielo, devono la loro permanenza allo svuotamento del borgo, all’emigrazione. Poco alla volta, con fatica, Vico del Gargano cerca di recuperare la sua bellezza, che non è solo quella della pietra scolpita, ma abbraccia anche la natura circostante, le colline di uliveti, agrumeti e pini d’Aleppo.

Due sono i motivi che rendono pregevole un soggiorno a Vico.

Una spiaggia, la Calenella, che ha mantenuto purezza e godibilità uniche in tutto il Gargano. E soprattutto la Foresta Umbra, meraviglioso polmone verde di 4 mila ettari, parte del Parco Nazionale del Gargano. Una vera foresta sul mare, con un’incredibile varietà di flora e fauna e con numerosi sentieri che si snodano attraverso le sue aree più belle.

Il tradizionale rapporto tra mare e campagna si nota anche nei piatti e qui, in particolare, il pesce è apprezzato in abbinamento con le verdure, mentre una specialità tipica è il magliatello, cioè la carne di capretto e, tra i dolci, l’ostia piena, un croccante di frutta, mandorle e miele.

Ma il ruolo di primo piano viene giocato dai celebri agrumi di Vico, facili da acquistare direttamente dai contadini durante una passeggiata per il borgo. Le arance e i limoni adornano anche la suggestiva processione che attraversa il paese il 14 febbraio, in occasione delle celebrazioni per San Valentino.

Un altro coinvolgente rito religioso è la Messa Pazza che ha luogo il Venerdì Santo.

Durante questa cerimonia le confraternite, vere depositarie dell’anima del paese, sfilano già dal primo mattino, visitando le chiese e portando in processione la statua lignea del Cristo Morto custodita nella chiesa di San Giuseppe, nel quartiere Terra, mentre la più importante del borgo è la chiesa Madre della Beata Vergine Assunta con il suo portale in pietra e gli undici altari interni, fondata su un’altura ai cui fianchi si assiepano le case dei rioni Civita e Casale.

Lasciato il mare, il viaggio prosegue nell’entroterra foggiano con Pietramontecorvino .

Qui l’aria pungente dell’inverno porta l’odore della legna che arde nei camini, mentre il vento d’estate emana, dai vicini monti, il profumo delle ginestre.

Edificata intorno all’anno Mille su uno sperone di roccia tufacea, nel Sub Appennino Dauno settentrionale, la Terravecchia, questo il nome del centro storico di Pietramontecorvino, è caratterizzata da un impianto urbanistico ad anello, con una rete di vicoli stretti che offre panorami d’effetto sulle colline circostanti.

Una volta entrati nella Terravecchia si comprende come l’abitato e il paesaggio appaiano uniti in un unico disegno.

Le case sono inerpicate sulla roccia, in parte scavate nel tufo e in parte fondate su di esso, serrate tra loro, ma circondate dalla bellezza paesaggistica della Daunia tra campagne assolate di vigneti e uliveti.

Il complesso monumentale del borgo è costituito dalla torre normanna, dal Palazzo Ducale e dalla chiesa madre, presentandosi come un incredibile “fuori scala” rispetto al tessuto delle abitazioni. Proprio la maestosa chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, è la più antica di Pietramontecorvino.

Documentata dal 1328, fu probabilmente costruita alla fine del XII secolo e la testimonianza del primo nucleo costruttivo è l’antico presbiterio, d’impianto gotico, che ora corrisponde alla zona dell’ingresso principale.

Collegato alla chiesa mediante un corridoio che sovrasta l’ingresso del cortile ecco il Palazzo Ducale, di cui non si conosce la data esatta di costruzione, nonostante presenti uno stemma angioino sul soffitto dell’Arco Ducale.

Il palazzo, da cui si erge la torre normanno-angioina alta 30 metri, occupa una superficie di circa 2.500 mq e su via Port ’Alta raggiunge i 15 metri di altezza.

L’ingresso principale, sormontato da un mascherone, immette nel salone di rappresentanza., mentre l’ala più importante è quella esposta a sud che si sviluppa su tre piani.

Superata Port’ Alta ci si incammina per la strada che attraversa in senso orizzontale l’intero borgo e ne costituisce la spina dorsale, da cui si diramano le altre stradine che permettono di raggiungere tutto il quartiere e di coglierne gli aspetti più suggestivi.

A settembre tre giorni di eventi artistici, teatrali, gastronomici e di festa in costumi medievali celebrano, nel cuore dell’antico borgo, l’inizio dell’autunno con Suoni, sapori e colori di Terravecchia.

Quale migliore occasione per assaggiare gli ottimi salumi, con il capecolle al primo posto, grazie alla lavorazione della carne secondo i metodi tradizionali, oppure rechetèlle o cecatille, paste fresche fatte in casa, con sugo di carne. Da non dimenticare, poi, l’olio extravergine d’oliva e il vino, che qui è il celebre Cacc’e mitte della zona di Lucera.

Si arriva ad Alberona il cui vero volto si rivela nella sapiente geometria di vie, vicoli e archi, in dialetto spórte, del centro storico.

Da qui si distendono strade che salgono verso la parte alta del paese, quasi a inseguire la luce e l’azzurro che accendono il suo cielo.

Ad ogni passo si scopre un portale, un’insegna, uno scorcio, che rievocano la storia di questo feudo nobile dove si respira l’aria del sud. Un viaggio nella fede, nella memoria e nell’arte, quello che compie chi arriva in questo angolo della Daunia, adagiato nel verde dell’Appennino e nel refrigerio di innumerevoli sorgenti.

Le risorse climatiche e paesaggistiche di Alberona sono il delizioso contorno di un centro storico che è stato segnato dalla presenza dei Templari, i leggendari monaci guerrieri. A Piazza Civetta si viene accolti dalla neogotica Chiesa di San Rocco per proseguire, attraversato il corso principale, verso la Chiesa Madre, eretta proprio dai Cavalieri Templari.

Percorrendo le strette viuzze del borgo, dove si ammirano portali e stipiti artisticamente incisi, si arriva all’arco Calabrese che risale al XIV secolo, l’unico arco ligneo della zona, conservato intatto nel tempo. Proseguendo attraverso il centro storico, si sale verso la Chiesa di San Giuseppe del XVI secolo, importante per il portale in stile gotico e per la presenza di un interessante altare in pietra.

Oltre al centro urbano, denso di simboli e presenze, Alberona ha interessanti richiami naturalistici, come le aree boschive di Tuoro, Mezzana, Argario e Guerrana, ricche di flora e fauna.

Un luogo particolare è il “canale delle teglie”, con le sue piccole cascate, le pareti levigate dall’acqua, l’intrico di liane.

Un ‘altra opportunità per conoscere appieno questo borgo viene offerta dalle celebrazioni di San Giuseppe, il 19 marzo, con processione e Palo della Cuccagna, una tradizione che ha origini medievali e da quelle per Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio.

Una festa caratteristica per i fuochi, intorno ai quali si consuma la notte tra folclore, danze e gastronomia, nel cui menu locale non può mancare il bollito, lo spezzatino di agnello e uova e cicorie.

Altre gustose specialità sono cicatèddhe e tròcchele p’a scardèddhe, tajinèddhe p’u sanghe dòce e p’i cice,, frettecèddhe p’i patane e carne a’ cciopparèddhe; piatti a base di pasta fatta in casa con verdure, legumi o con sugo di carne.

Roseto Valfortore già nel nome emana profumo di rose e fiori.

Adagiato su uno scosceso pendio della valle del Fortore, il borgo di Roseto si presenta ben conservato, come un piccolo scrigno di ricordi dell’arte locale degli scalpellini.

L’opera degli scapellini rosetani rappresenta il patrimonio artistico più importante del paese. Portali, colonne, bassorilievi sono stati realizzati da maestri che per secoli hanno lavorato la pietra della locale cava, situata a sud del borgo.

L’impianto urbanistico è di derivazione medievale e le viuzze si lasciano percorrere passo dopo passo in tranquillità, accogliendo i profumi e gli scorci di verde del vicino bosco Vetruscelli. Non potrebbe essere diverso, per un paese che prende nome dalla rosa canina e che le rose, oltre ad averle nello stemma, le coltiva anche lungo la strada principale.

La grande quantità di fiori e il tartufo nero che abbonda nei boschi fanno di Roseto la “città del miele e del tartufo”.

Una denominazione di cui questo borgo dell’Appennino Dauno si fa vanto e che contribuisce alla considerazione in cui è tenuta la sua gastronomia, ricca di cibi semplici e genuini.

I vicoli del centro storico di Roseto partono tutti da Piazza Vecchia. Sono disposti secondo una tecnica di costruzione longobarda: a uno più largo su cui si affacciano le scalinate delle abitazioni, si alterna uno più stretto che funge da raccoglitore di acqua piovana.

Adiacente alla piazza Vecchia sorge maestosa la chiesa Madre, costruita dal feudatario Bartolomeo III Di Capua nel 1507.

Da ammirare la balaustra, scolpita in pietra locale da artisti rosetani, mentre di fronte al lato sinistro della chiesa si nota il Palazzo Marchesale, anch’esso voluto da Bartolomeo III.

Il borgo è interessante, ma è la natura a dettar legge a Roseto, che conserva un ambiente di elevato pregio per la diversità biologica e paesaggistica. Risale, inoltre, al 1338 il primo mulino ad acqua, al quale ne seguirono altri, rimasti in funzione fino a qualche decennio fa.

Si tratta di splendidi esempi di architettura rurale, alcuni dei quali oggi perfettamente restaurati. Proprio nei locali dei Mulini ad Acqua si trova il Museo di Arte Antica, un esempio della lunga storia del borgo, ricco di attrezzi, testimonianze, utensili di epoche passate

Spostandosi verso il confine tra Puglia e Campania, ecco Bovino una località che, nel corso dei secoli, ha svolto un ruolo strategico nei collegamenti tra Adriatico e Tirreno.

Tracce del suo passato sono visibili nel borgo antico, distrutto e ricostruito più volte, che si caratterizza per l’interessante struttura urbanistica. Qui si ammirano ampi tratti della pavimentazione in pietra di fiume, volte a botte in mattoncini, palazzetti nobiliari e le caratteristiche corti.

Le casette bianche, le scalinate ripide dei vicoli, la verde campagna circostante completano il quadro, caratterizzato da un senso della storia, che qui appare infinita: come dimostrano i resti di mura di cinta romane nel rione Portella, i mosaici, le statuette di Ercole e i numerosi reperti custoditi nel Museo Civico che ha sede a Palazzo Pisani.

Un luogo, quest’ultimo, in cui si svolge l’Estate Bovinese con musica, cinema e mostre d’arte che termina il 29 agosto con la festa patronale della Madonna di Valleverde e il corteo della Cavalcata storica.

Sulla sommità di un colle, invece, si erge maestoso il castello o Palazzo Ducale con la sua torre normanna risalente all’XI secolo.

Opera del conte normanno Drogone, il castello fu poi ampliato da Federico II di Svevia e nel Seicento trasformato in palazzo gentilizio dai duchi di Guevara.

Nei suoi saloni dalle volte a cassettoni e nel suo giardino pensile, hanno trovato ospitalità Torquato Tasso, Giovan Battista Marino, Maria Teresa d’Austria. Nel Palazzo Ducale è allestito anche il Museo Diocesano che consente di visitare le sale più belle della residenza dei Guevara. La collezione comprende il tesoro della cattedrale, ossia quadri, sculture, vasellame in oro e argento.

Il centro storico di Bovino svela altri tesori come la neoclassica chiesa Santa Maria delle Grazie e l’antichissima chiesa di San Pietro, interessante esempio di architettura romanica con elementi bizantini innestati su residui romani.

La chiesa di San Marco, inaugurata ne 1197, conserva dello stile bizantino la lunetta che sormonta il portale e custodisce le monumentali tombe di alcuni vescovi che hanno retto l’antichissima diocesi di Bovino, mentre si erge maestosa la Cattedrale sulla cui facciata, nel 1231, il maestro Zano, proveniente dalla Gallia, impresse il primitivo stile gotico che inaugurò la stagione del romanico in Puglia.

Una volta conosciute le località del territorio foggiano si va alla scoperta di un borgo particolare nella provincia di Bari.

Un piccolo viaggio conduce a Locorotondo dove le case che profumano di calce, poggiate sulla splendida pavimentazione in pietra locale hanno un’altra particolarità, ovvero i loro tetti spioventi, chiamati cummerse. 

La bianca Locorotondo è il più bel balcone della Murgia dei Trulli, un ambiente fiabesco dai contorni mediterranei. I caratteristici tetti aguzzi fanno svettare in alto le facciate delle case, che all’interno presentano ambienti dalle tipiche volte a stella.

Il piccolo nucleo antico di Locorotondo sembra sospeso tra sogno e realtà con il bianco della calce che avvolge ogni cosa, fa da abbagliante sfondo alle architetture barocche in pietra locale ed esalta le macchie di colore intenso dei balconi fioriti.

Dal suo belvedere si ammira un mosaico di piccoli vigneti segnati da muretti a secco, macchie di bosco mediterraneo e argentei uliveti che circondano trulli, masserie e chiesette rurali, spesso dirute, sempre con la tipica copertura a cummerse.

Nel borgo storico non ci sono particolari emergenze architettoniche, ma tutto è grazioso, intimo e dona un senso di ordine e di rispetto, contornando i piccoli scrigni di fede e arte.

Dalla piazza Vittorio Emanuele, dove due grandi pilastri ottocenteschi individuano l’antica Porta Napoli, si articola il percorso lungo il quale si trovano il Palazzetto del Comune, ora biblioteca Comunale, e il barocco Palazzo Morelli dallo splendido portale.

Più avanti, la chiesa Madre, dedicata a San Giorgio ed eretta tra il 1790 e il 1825 sul sito di altri tre precedenti edifici dedicati allo stesso santo. Accanto a questa si trova la chiesetta dell’Annunziata, sorta su un oratorio del 1633, che conserva all’interno alcune statue di legno e cartapesta.

A San Giorgio è anche dedicata la festa patronale del 22-23 aprile. Un evento che risale almeno al Seicento ed una cerimonia del dono che suggella la devozione popolare al santo, il cui culto fu introdotto nella Murgia dai Longobardi.

L’estate poi è tempo del Locus Festival, rassegna di musica con concerti negli angoli più suggestivi del borgo e della Sagra delle Gnumerèdde Suffuchète, la prima domenica d’agosto. Proprio quest’ultimo rappresenta il piatto del borgo con involtini di trippa d’agnello, legati con le budella dell’animale e cotti a lungo in tegami di terracotta.

E poi altre specialità come le immancabili orecchiette, la pasta fresca più conosciuta della cucina pugliese, la carne al fornello, cotta in forni a carbone a cui si aggiunge la secolare vocazione vitivinicola del borgo che ha favorito la produzione di vini bianchi di elevata qualità, come il famoso Bianco Locorotondo doc.

Proseguendo il viaggio verso il sud della Puglia e restando affascinati dalle particolari costruzioni locali si arriva a Cisternino 

Un territorio dalla suggestione spirituale ed esoterica testimoniata dal passaggio, nel corso dei secoli, di santi e illuminati che vi hanno trascorso lunghi periodi di penitenza e preghiera e dall’origine misteriosa dei trulli con strani simboli sulla cupola conica.

Le orme lasciate nel vento dai cacciatori paleolitici, dai messapi, dai romani, dai monaci basiliani, dagli eremiti, dai califfi, hanno permesso di far nascere a Cisternino un festival interreligioso chiamato Suoni Sacri del Pianeta che, tra luglio e agosto, propone canti sacri da Oriente a Occidente nell’ emozionante cornice della valle dei trulli.

A Cisternino è suggestiva anche l’osmosi tra spazi interni ed esterni, dove ci si può affacciare e creare luoghi di aggregazione e condivisione. Un esempio di architettura spontanea in cui non viene seguito un piano prestabilito, ma rapporti umani da tessere tra le case imbiancate a calce e i vicoli stretti, tra gli archi e i balconi fioriti.

Nel borgo, invece, gli edifici storici di maggior pregio sono la torre normanno-sveva, alta 17 metri ed eretta nell’XI secolo dai Normanni, poi ricostruita in larga parte sul finire del XIV e rimaneggiata più volte nelle epoche successive e la chiesa di San Nicola, nota come chiesa Madre, edificata nel XII secolo sulla precedente chiesa basiliana dell’VIII secolo, di cui oggi restano le fondazioni.

Molto importante per il culto locale è la Chiesetta romanica della Madonna d’Ibernia, sorta intorno al 1100 nel periodo della formazione del casale di Cisternino.

La chiesa incorpora i resti di un preesistente cenobio basiliano costruito non distante da un precedente tempio pagano dedicato alla dea della fertilità Cibele.

Al suo santuario viene portato in dono, nelle feste primaverili, lo stesso dolce, il chïrrùchele (dal latino auguraculum, dono propiziatorio), che i fanciulli pagani offrivano a Cibele per propiziarsi la fecondità.

Ma Cisternino è particolarmente nota anche per le macellerie del centro storico, connesse con le osterie. All’aperto, su tavoli di legno e con una bottiglia di vino, si consuma la carne comprata al banco e cucinata sul momento, preceduta o seguita da friselle e, cacio-ricotta, altre specialità del luogo.

Ancora più a sud si presenta l’incantevole Salento e si scopre un paesino come Otranto da millenni una città porto ed il punto più a oriente d’Italia.

L’antica città messapica fu greca, romana, bizantina, gotica, normanna, sveva, angioina, aragonese, sempre in costante dialogo con il mare. Attraverso le grandi istituzioni monastiche, gli insediamenti rupestri e gli anacoreti, ha aperto la porta alla Grecia, alla chiesa d’Oriente, alla luce di Bisanzio.

Una luce che ogni anno splende con l’Alba dei Popoli, suggestivo Capodanno che si festeggia per le vie del borgo salentino. Un luogo dalle spiagge di sabbia bianca e dall’acqua cristallina che lambisce i bastioni in cui è racchiuso il centro storico.

A sud della città, la strada litoranea segue i contorni di una costa alta e frastagliata, incontaminata e selvaggia, dalle lussureggianti pinete e che si estende per chilometri e chilometri, mentre nelle giornate più limpide è possibile intravedere le montagne dell’Albania, distanti 70 miglia.

Interessante anche il panorama urbano di questa cittadina murata in cui si entra attraverso la porta Alfonsina, che con le torri della cinta muraria, la Duchesca e la Ippolita, offre un esempio di architettura militare, frutto della nuova fortificazione della città realizzata dagli aragonesi dopo la devastazione turca del 1480.

Ma di gran pregio è sicuramente la “signora di Otranto”, la bellissima cattedrale espressione massima del romanico pugliese.

Nel suo sobrio scrigno di pietra paglierina, dove all’esterno risaltano lo splendido rosone di stile gotico-arabo e il portale secentesco, racchiude un interno a tre navate, scandito da quattordici colonne in granito sormontate da capitelli romanici.

Nell’abside della navata destra sono custoditi i resti degli 800 abitanti massacrati dai saraceni nel 1480 per non aver voluto rinnegare la fede cristiana. Sono i Beati Martiri di Otranto che vengono ricordati e celebrati ogni anno tra il 12 e il 15 agosto.

Il pavimento della chiesa è ricoperto da un meraviglioso mosaico nel quale si distinguono tre grandi aree: l’albero della vita che va dalla navata centrale alle due laterali, il pavimento musivo, dal transetto fin sotto l’altare e le figure disposte intorno all’antico altare circolare.

Un altro elemento distintivo è il Castello Aragonese.

Fatto costruire da Ferdinando d’Aragona inglobando le fortificazioni sveve e i miglioramenti dei turchi che avevano occupato la città per più di un anno nel fatidico 1480. Cinto da un fossato, il castello presenta una pianta pentagonale, tre torrioni cilindrici e, sul lato mare, un affilato bastione a lancia.

I resti dell’abbazia di San Nicola di Casole, invece, si trovano poco distanti dal centro di Otranto. All’antico cenobio basiliano del XII secolo, distrutto dai turchi nel 1480, si arriva percorrendo la litoranea per Santa Maria di Leuca.

La presenza monastica a Otranto fu rafforzata dall’arrivo di monaci al seguito dell’esercito di Bellisario che s’ispiravano all’insegnamento di San Basilio ed erano dunque la radice di quello che sarebbe diventato il monachesimo italo-greco. Oggi poco rimane di quello che è stato un grandioso monumento, oltre che un centro di cultura preziosissimo, i cui manoscritti sono conservati nei più importanti musei del mondo.

Spostandosi nell’entroterra e quasi verso la punta dello stivale si incontra Presicce.

Una località dove si concentra tutto il sapore del sud e la terra rossa del Salento con i suoi ulivi dai tronchi contorti e i muretti a secco accoglie a braccia aperte chiunque abbia compiuto questo intenso viaggio per arrivare fin qui.

A Presicce l’autenticità dei luoghi si può ammirare entrando nel centro storico ed inoltrandosi nel bianco labirinto di spazi in cui si alternano palazzetti nobiliari e cinquecentesche case a corte, dove uomini e animali vivevano in simbiosi, e l’architettura era fatta per consentire alla comunità di svolgere le proprie funzioni.

Gli stretti vicoli confluiscono negli slarghi scoperti in cui sono posti il pozzo e la pila, il lavatoio in pietra per lavare i panni, e generalmente le corti hanno doppia uscita.

A Presicce ogni palazzo ha il suo giardino o cortile, e il suo frantoio ipogeo.

Sotto la città barocca, infatti, si nasconde un’altra città, quella della fatica, quella dei frantoi ipogei o “trappeti”, interessanti esempi di archeologia industriale. Da ottobre a marzo i “trappetari” restavano chiusi dentro questi antri sotterranei per la frangitura delle olive, con il mulo che metteva in moto la macina e il torchio per la spremitura delle olive.

A Presicce tutto ruota intorno all’oro giallo che qui ha gusto intenso, armonioso e fruttato e a cui è dedicata una festa, I Colori dell’Olio, il 17, 18 e 19 agosto con degustazioni guidate, visita al borgo e musica popolare. Nel territorio comunale ci sono 23 ipogei, di cui otto nel centro storico ed è possibile visitare quelli di piazza del Popolo, di vico Sant’Anna e di via Gramsci.

A Piazza del Popolo ha sede anche il Museo della Civiltà Contadina che comprende circa 300 suppellettili e attrezzi da lavoro distribuiti in diverse sale tematiche, appartenuti a contadini, maniscalchi, falegnami, fabbri, frantoiani, tessitrici, mentre Presicce in Mostra, la penultima domenica di Luglio e la prima domenica d’Agosto è un evento in cui avviene l’apertura al pubblico dei giardini delle dimore signorili, delle case a corte e dei frantoi ipogei del centro storico.

La visita del centro urbano di Presicce potrebbe iniziare da via Roma, dagli uffici comunali ospitati nel convento dei padri carmelitani.

Nell’attigua chiesa della Madonna del Carmine, risalente alla seconda metà del XVI secolo sono pregevoli il coro settecentesco e tre dipinti di Saverio Lilli, pittore pugliese che fu valido interprete della pittura napoletana settecentesca nel Salento.

La facciata della chiesa madre, dedicata al patrono Sant’Andrea, completa nell’eleganza della pietra e nella sobrietà delle decorazioni la bellezza barocca di piazzetta Villani. La colonna votiva che svetta davanti alla chiesa Madre con la statua di Sant’Andrea in cima, è stata posta dai principi Bartilotti agli inizi del Settecento e la balaustra che la circonda è sormontata da quattro figure femminili incarnanti le virtù cardinali.

Proprio a Sant’Andrea è dedicata la festa patronale del 29-30 novembre in cui, la sera prima, si fa un grande falò in piazza chiamato “la focareddha”, seguito dai fuochi d’artificio, mentre durante la Novena del Santo Patrono, dalle quattro del mattino sino all’alba, il tipico tamburello della pizzica salentina suona per le strade del paese secondo un’antica tradizione.

Continuando a vistare Presicce, in Corso Italia, il neogotico Castello Arditi è frutto della trasformazione subita nel 1924 dall’originaria struttura settecentesca.

Anche il Palazzo Ducale, in piazza del Popolo, ha subito modifiche di primo Novecento, evidenti nella merlatura neoguelfa, mentre non rimane nulla dell’antico fortilizio di metà Cinquecento.

La principessa Maria Cito Moles ha però lasciato la Cappella dell’Annunziata e il bellissimo giardino pensile, realizzati durante la ricostruzione del 1630. Il giardino, ricco di piante ornamentali, si articola su differenti altezze raccordate da rampe e scalinate, e ha al centro una fontana a forma di conchiglia. Gli agrumeti e le palme nei giardini rappresentano una particolarità di questo borgo, diventando luoghi d’incontro degli abitanti nelle sere estive ed incamerando la luce che li rende rigogliosi.

La terra di Leuca è ricca di bellezze paesaggistiche e artistiche, di folclore e di prelibatezze gastronomiche. 

In particolare, il Salento possiede una tradizione artigianale antichissima, proveniente dalle popolazioni che si sono succedute sul suo territorio.

Le abili mani degli artigiani modellano vasi, piatti, ciotole di terracotta, seguendo tecniche tramandate nei secoli, fin dai tempi dei Messapi. La lavorazione del ferro, del rame battuto, del legno d’ulivo, del giunco, della paglia e della pietra leccese ha ricevuto negli ultimi tempi notevole impulso.

Diverse botteghe artigianali sono presenti anche in un’altra piccola meraviglia come Specchia considerata tra i centri storici più interessanti del Salento.

Situato in una posizione strategica che domina la pianura sottostante, il borgo di Specchia presenta strette stradine interrotte da rampe di scale che racchiudono un nucleo abitativo frutto di un’architettura spontanea che ha avuto origine nel XVI e XVII secolo, e che è giunta quasi intatta sino a nostri giorni.

Molto interessante la chiesa di San Nicola, edificata nel IX-X secolo e nel 1587 restaurata ed adattata al rito latino, come ricordato dalla lapide posta sulla facciata. Era di rito greco anche la chiesa di Sant’Eufemia, la cui abside è disposta verso oriente, secondo l’uso bizantino, perché da questo punto cardinale sorge il sole, simbolo della divinità di Cristo. La chiesa, databile tra IX e X secolo, è una piccola traccia di medioevo che rivive in questo angolo di Salento.

Delle antiche mura che cingevano il paese ad occidente rimangono solo pochi frammenti, mentre nelle mura di levante si nota un antico stemma che riproduce un mandorlo che cresce su un cumulo di pietre.

Il Castello Risolo è una struttura fortificata di impianto cinquecentesco, originariamente isolata e ora congiunta ad altre costruzioni tra le quali emergono due torrioni alti e quadrati posti sugli spigoli dell’antica costruzione quadrangolare.

Appartenuto a importanti famiglie, gli interventi di trasformazione da castello a palazzo marchesale, si devono ai marchesi di Specchia sempre tra il XVI e XVII secolo.

Ma la parte più suggestiva del borgo è quella dietro il Castello, dove tra scalinate e strade brevi e strette, tra i vicoli e le corti, si svolge la vita della gente, quasi sempre all’aperto e contornata di eventi e manifestazioni culturali di vario genere.

L’itinerario tra i borghi pugliesi si conclude nella provincia di Taranto e affacciandosi sul mar Ionio dove si incontra Maruggio il cui fascino si allarga nello splendore del suo paesaggio, dominato da possenti ulivi secolari, e caratterizzato da Masserie, maestosi Trulli e muretti a secco che costeggiano.

maruggio

Il centro storico del borgo, un tempo chiamato Terra Murata perché racchiuso nelle mura medievali, oggi è ribattezzato “Sciangài” in dialetto locale, per quel dedalo di vie strette e tortuose, su cui si affacciano antiche dimore, imbiancate a calce e arricchite da balconate rinascimentali di rara bellezza.

Le logge e le facciate dei palazzi storici, che recano importanti testimonianze della presenza a Maruggio dei Templari e dei Cavalieri di Malta, sorgono intorno alla splendida Chiesa Madre SS. Natività di Maria Vergine, edificata nel 1400 dai Cavalieri di Malta, usando integralmente il carparo, la pietra estratta direttamente dalle cave salentine, il cui colore giallo dipinge di oro tutto il borgo antico.

Della stessa epoca è il Palazzo del Commendatore che fiancheggia la piazza principale del paese, in fondo alla quale c’era la cosiddetta Porta Grande.

Più volte rimaneggiato, conserva al piano terra dei piccoli frantoi.

I Cavalieri di Malta realizzarono anche la Chiesa di San Giovanni fuori le mura, in onore del loro Patrono, con annesso un piccolo ospedale oggi completamente scomparso. Altro storico monumento di indiscussa importanza è il Convento dei Frati Minori Osservanti, oggi sede del comune. Al suo ingresso l’incantevole chiostro con il suo maestoso portico, articolato in venti arcate divise da pilastrini ottagonali e impreziosite da 28 lunette con affreschi seicenteschi.

A poca distanza dal centro storico si trova il lido di Campomarino di Maruggio, piccola località turistica balneare. La costa maruggese offre spiagge prevalentemente sabbiose, arricchite da un mare cristallino e dalle bellissime dune, la cui altezza arriva fino a 12 metri sul livello del mare.

Le Dune di Campomarino, individuate come Sito di Interesse Comunitario, si sono originate tra 7500 e 3500 anni fa, sono fra le meglio conservate in Italia e hanno sviluppato una rigogliosa macchia mediterranea, con una vegetazione arbustiva di ginepro, lentisco, rosmarino e timo.

Gli aromi tipici del territorio rappresentano anche l’ingrediente principale della tradizione gastronomica maruggese, strettamente legata alla locale produzione agricola e alla pesca.

Con gli ortaggi locali si preparano piatti tipicamente pugliesi, fra cui melanzane ripiene, pipaluri spritti, fiori di zucchina fritti. Due prodotti da forno esclusivi di Maruggio sono “le Puddiche” e “li Pezzuri”.

Le Puddiche sono un tipico pane speziato preparato in tutte le case nel periodo pasquale con un impasto di acqua, farina e olio con chiodi di garofano, cannella e pepe.

Li “Pezzuri” invece sono dei calzoni cotti al forno.

Ogni piatto della cucina maruggese si accompagna ai pregiati vini locali, dei vitigni di “Malvasia nera”, probabilmente importata dai Cavalieri di Malta e di “Primitivo” pregiato vino dall’armonia unica di colori, profumi e sapori, particolarmente rigogliosi grazie alla vicinanza del mare.

Maruggio, inoltre, offre anche una serie di festività religiose ed eventi, specialmente nel periodo estivo, che lo rendono, dal punto di vista culturale, un’interessante meta in cui soggiornare. Dopo la festa dei Santi Patroni “San Giovanni e San Cristoforo” , il 13 e 14 Luglio, Maruggio e Campomarino ospitano una serie di manifestazioni, tra cui il “Raduno Nazionale delle piccole bande” con la presenza di numerose associazioni bandistiche provenienti da tutto il Sud d’Italia, la “Strada dei Saperi e dei Sapori” e il “Primitivo Jazz Festival”, appuntamenti imperdibile che si svolge tra arte, cultura e musica con varie esposizioni di oggetti della tradizione contadina e mostre allestite tra i vicoli e le corti del centro storico.

Alessandro Campa

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