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Pessi: “Su salario minimo strada maestra è la contrattazione collettiva”

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Roma, 17 set. (Labitalia) – L’Italia, uno dei pochi Paesi europei ancora sprovvisti, dovrà dotarsi di una norma che stabilisca un salario minimo garantito ai lavoratori. Ma come costruire questa norma, sul cui impianto già da tempo si discute e su cui più di una volta si sono detti contrari Confindustria e sindacati? Adnkronos/Labitalia lo ha chiesto a Roberto Pessi, giuslavorista e Prorettore alla didattica della Luiss Guido Carli. “La strada maestra da tentare -spiega il professore- è quella di stabilire che il salario minimo sia quello indicato dai contratti collettivi nazionali di lavoro, stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi”.

“Se invece si vuol fare una legge che di fatto si sovrappone o addirittura si mette in concorrenza con la contrattazione collettiva -osserva Pessi- ecco che si potrebbe creare un vulnus crescente perché ovviamente molti datori di lavoro uscirebbero dalle organizzazioni di rappresentanza per avere ‘mano libera’ sulla contrattazione, mentre aumenterebbero sempre di più i piccoli sindacati o gli pseudo sindacati pronti a firmare accordi aziendali e territoriali”.

“Un vulnus irreparabile perché sarebbe la fine della contrattazione nazionale: assisteremmo a una parcellizzazione dei negoziati destinata a cambiare profondamente il quadro complessivo del sistema di tutele”, dice Pessi aggiungendo: “E’ chiaro infatti che alcuni temi non potranno essere discussi a livello aziendale e poi quando si parla di salario minimo, bisogna anche mettersi d’accordo su quello che intendiamo”.

“Quando si dice ‘salario’ -spiega Pessi – si intende un sistema di retribuzione che tiene in equilibrio diversi elementi: l’orario, le festività, i giorni di ferie, i permessi matrimoniali, tanto per citarne alcuni. Potrebbe succedere allora che di fronte a un salario minimo di legge venga chiesto al lavoratore di barattare un plus di salario con un tot di ferie o di straordinari. Insomma, sarebbe come avere un costo che mi consente di abbattere altri costi, e anche molte tutele”.

“Inoltre -aggiunge il professore- anche stabilire il quantum sarebbe difficile: abbiamo un reddito di cittadinanza che fissa l’asta a 780 euro. Allora un salario uguale o di poco superiore non incentiva certo a lavorare, mentre se fosse di molto superiore a 780 euro taglierebbe via alcuni settori (vedi l’agricoltura) dove la paga mensile stagionale è bassa, attorno ai 900 euro. Il rischio vero è che torni il lavoro nero e si diffonda il caporalato”

Dunque, Pessi ribadisce il suo ‘no’ ad una norma parallela alla contrattazione per un salario minimo. Ma per ‘appoggiarsi’ alla contrattazione ci sono alcuni ostacoli normativi: “Un’estensione erga omnes dei minimi tabellari dei contratti nazionali viola i commi II-III-IV dell’art. 39 della Costituzione, che prevede un’indicazione specifica a questo scopo. Ci provò la legge Vigorelli nel 1950 ma fu bocciata dalla Corte Costituzionale. Lancio quindi una proposta visto che siamo un momento di riforme costituzionali: abroghiamo quei commi. Se si va a rivedere i verbali dell’Assemblea Costituenti si capisce proprio questo: i Padri Costituenti pensavano che l’art. 36, quello sulla retribuzione proporzionata e dignitosa, della Costituzione sarebbe stato attuato dall’art.39. Non potevano sapere che le scissioni sindacali avrebbero impedito di dare compiutezza a quell’articolo. Ma la volontà era chiara”, conclude. (di Mariangela Pani)

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