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Venezuela, non è solo il petrolio a guidare il risiko mondiale: lo schema Trump piace a Russia e Cina

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(Adnkronos) – Bastano 303 miliardi di barili di petrolio, la maggiore riserva al mondo, a spiegare l'intervento degli Stati Uniti in Venezuela? Hanno un peso evidente ma sono un tassello di un mosaico più ampio, di un gigantesco risiko mondiale, in cui gli interessi strategici, strettamente legati a quelli economici, prevalgono su qualsiasi idea di ordine e legalità internazionale. Con una appendice: la sovranità rischia di diventare un concetto che vale solo per le grandi potenze.  Lo schema che Donald Trump sta via via perfezionando prevede una gigantesca semplificazione delle dinamiche internazionali, messa nero su bianco nella Strategia per la sicurezza nazionale: l'intervento militare arriva quando, dove e come serve a sostenere un interesse specifico che suggerisce una soluzione rapida, e arbitraria, di situazioni storicamente, culturalmente e geopoliticamente complesse. Le reazioni a quello che dispone il Presidente americano, sia quelle politiche e istituzionali sia quelle dell'opinione pubblica, rischiano di scontare un'ingenuità di fondo: applicare parametri di valutazione, a partire dal più banale rapporto tra causa ed effetto, e riferimenti, come quelli al diritto internazionale, che semplicemente non esistono più, almeno nella dottrina Trump.  Di fonte a quello che è accaduto negli ultimi mesi, appare privo di rispondenza alla realtà qualsiasi tentativo di appellarsi a organismi internazionali, basta solo accostare l'immagine dell'Onu o del Wto a quello che resta di un multilateralismo spazzato via dai fatti. Così come inquadrare il bombardamento di un Paese sovrano per cambiarne il regime non può che riaprire i libri di storia alle pagine di un Novecento che aveva però altri riferimenti e altre camere di compensazione, a partire dalla contrapposizione dei due blocchi di potere Est-Ovest.  Il metodo applicato in queste ore a Caracas è già stato ampiamente testato da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Pensiamo all'Iran o alla Nigeria per accostare due realtà profondamente diverse tra loro, e potrebbe essere replicato all'infinito, ne sono in parte applicazione significativa le trattative per l'Ucraina e quelle per il futuro del Medio Oriente ma anche le minacciose, e per nulle fantasiose, aspirazioni sulla Groenlandia. Il filo conduttore, che passa anche dalla politica commerciale aggressiva e dai dazi, è la prospettiva di portare denaro nelle casse degli Stati Uniti e, come diretta conseguenza, sostenere gli interessi della propria leadership e delle politiche Maga.  In questo contesto, non è così difficile delineare uno scenario in cui Stati Uniti, Russia e Cina possano condividere lo stesso metodo e applicarlo secondo i rispettivi interessi, che tengono insieme l'economia, la geopolitica e anche le aspirazioni di leader e sistemi di potere: oggi ci stiamo occupando del Venezuela, e del petrolio, per gli Stati Uniti, ma anche dell'Ucraina, e di quello che potrebbe seguire, per Mosca, e di Taiwan per la Cina. Guardando a Putin, l'economia ha soprattutto il compito di sostenere ambizioni imperiali, la partita della tecnologia vale buona parte delle aspirazioni di Pechino. Con l'Africa che resta un gigantesco laboratorio per testare le possibilità e limiti della spartizione delle risorse mondiali e l'India a giocare una partita a sé, per potenzialità economiche e peso demografico.  Le grandi domande che derivano dalla semplice osservazione dei movimenti in corso restano, ovviamente, legate al ruolo e al peso dell'Europa. Il rischio più evidente è che possa diventare periferia decadente, la previsione più cupa è che possa diventare oggetto di colonizzazione sempre più pesante, la speranza è che possa fare scelte che le possano far ritrovare autonomia, capacità di crescita e di sviluppo, e una prospettiva diversa dalla marginalità. (Di Fabio Insenga)  
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