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Pnrr, Csel: “Diffusione risorse più capillare al Sud”

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Roma, 18 dic. (Adnkronos/Labitalia) – I Comuni italiani non sono coinvolti in misura omogenea nel Pnrr, il piano su cui si gioca la ripartenza del Paese dopo la crisi innescata dalla pandemia. A rivelarlo un dossier realizzato dai Centro Studi Enti Locali (Csel), per Adnkronos, basato su dati del Mef.

“È opinione diffusa e fondata – osserva Csel – che la partita dell’attuazione del Pnrr nei territori si vincerà solo se gli enti locali si dimostreranno capaci di avviare le gare rapidamente e assicurarsi che i lavori vengano realizzati in tempi infinitamente più contenuti rispetto a quelli ordinari. Il 2023 sarà l’anno del cambio di paradigma: i milestones e i target centrati finora dipendevano soprattutto dall’operato dei ministeri, mentre a partire dall’anno prossimo moltissimi obiettivi saranno legati ai risultati conseguiti dalle amministrazioni locali. Adesso che le amministrazioni centrali hanno pubblicato praticamente tutti gli avvisi rivolti al mondo pubblico e le relative graduatorie, gli occhi sono dunque puntati sul fronte enti locali e sulla loro capacità di continuare a centrare gli obiettivi fissati da Bruxelles”.

Ma quanti sono gli enti locali coinvolti nell’attuazione del Pnrr? Dal dossier Csel si evince che, se escludiamo quella parte di progetti Pnrr che sono in quota ministero dell’Interno (che pesano complessivamente circa 12 miliardi di euro) e che erano, in buona parte, già stati pensati e avviati prima della nascita del Recovery Plan e vi sono poi confluiti successivamente, sono molti, in effetti, i piccoli Comuni italiani che non si sono aggiudicati le restanti risorse del Pnrr dedicate al comparto enti locali.

Fatta eccezione, dunque, per le risorse gestite dal Viminale, che sono andate praticamente a tutti i 7.904 Comuni italiani indistintamente, ci sono infatti ben 2.196 enti (il 28%) che non sono attuatori di altri progetti Pnrr. I dati del ministero dell’Economia e delle Finanze mostrano come il grosso di questi enti ‘non beneficiari’ sono quasi esclusivamente Comuni di piccole dimensioni: ben l’84% di questi 2.196 Comuni ha, infatti, meno di 5mila abitanti. Il 12% (259 amministrazioni) rientra nella fascia 5001-10mila abitanti, e il restante 4% (80 Comuni) ha tra 10.001 e 20mila cittadini residenti. Nessuno degli enti esclusi dalle risorse extra-Viminale ha, dunque, più di 20mila abitanti.

Guardandola dal punto di vista della percentuale degli enti non beneficiari sul totale di quelli appartenenti a una determinata fascia demografica, emerge che non sono soggetti attuatori del Pnrr (extra Interno) 4 Comuni su 10 tra quelli con meno di mille abitanti, 3 su 10 tra quelli nella fascia 1.001-5.000 abitanti, 2 su dieci tra quelli tra 5mila e 10mila abitanti e 1 su 10 tra quelli compresi tra 10mila e 20mila. Rientra nella categoria ‘non beneficiari’ solo l’1% dei Comuni tra 20mila e 60mila e nessuno degli enti con popolazione superiore.

Analizzando la distribuzione di questi enti a livello geografico, emergono ulteriori distinguo. Si va infatti da regioni che hanno il 100% dei Comuni attuatori di progetti di Pnrr (extra ministero dell’Interno) ad altre ferme al di sotto del 50%. Sei le regioni i cui enti locali sono coinvolti in toto nell’attuazione del piano, anche al di là delle 4 linee di spesa gestite dal Viminale. Si tratta di: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia e Sardegna. Quasi completo anche il coinvolgimento dei comuni campani e siciliani, posto che entrambe le regioni hanno un solo Comune ciascuna che non si è aggiudicato risorse al di fuori di quelle gestite dall’Interno.

Il coinvolgimento scende a quota 79,63% nel Lazio (77 i Comuni non beneficiari Pnrr, di cui 71 con meno di 5mila abitanti), 79,3% nelle Marche (regione che ha 73 Comuni tagliati fuori, di cui 43 con meno di 5mila abitanti), 75,91% in Emilia Romagna e 75,46% in Toscana, che vede 206 Comuni su 273 attuatori di progetti Pnrr al di fuori di quelli facenti capo al ministero dell’Interno. Scendendo ancora, troviamo l’Umbria (75%), in cui sono rimasti fuori 23 Comuni di cui 19 al di sotto dei 5mila abitanti), la Liguria (70% enti attuatori), il Veneto (59,33%) e il Piemonte (57,75%). Fanalini di coda la Lombardia (51%), il Friuli Venezia Giulia (40,47%), il Trentino Alto Adige (34,4%) e la Valle d’Aosta che vede solo 21 dei 74 Comuni totali (28%) coinvolti nell’attuazione del Pnrr.

È evidente, dunque, osserva Csel, come la diffusione delle risorse sia stata molto più capillare nel Sud d’Italia rispetto al Nord. “Dati, questi, che sono chiaramente condizionati anche dai criteri stabiliti a monte nell’assegnazione delle risorse. Posto che uno dei macro-obiettivi perseguiti dal Piano è infatti quello del superamento delle disuguaglianze che spaccano, da molti punti di vista, il paese, è stato infatti introdotto uno specifico vincolo di destinazione che evitasse di ampliare ancora di più le distanze”, ricorda.

“Si tratta della cosiddetta ‘clausola del 40%’ – chiarisce Csel – che prevede che le amministrazioni centrali coinvolte nell’attuazione del Pnrr assicurino che almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente, indipendentemente dalla fonte finanziaria di provenienza, sia destinato alle regioni del Mezzogiorno”.