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**Mafia: Cassazione, ‘illegittimo sequestro su presunti soldi a Berlusconi’**

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Roma, 21 apr. (Adnkronos) – Non c’è “il nesso di pertinenza tra i reati per cui si procede, il presunto finanziamento documentato dalla scrittura privata e il sequestro di documenti e dati informatici rispetto a terzi”. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 23 marzo la Corte di Cassazione ha dichiarato illegittimo il decreto di sequestro di documenti e dati informatici ai familiari della famiglia mafiosa dei Graviano nell’ambito dell’indagine della Procura di Firenze sulle stragi del ’93 che vede indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’ Utri.

La vicenda era scaturita dalle dichiarazioni di Giuseppe Graviano in merito ai presunti 20 miliardi di vecchie lire con cui la mafia aveva finanziato Berlusconi, sostenendo inoltre che questi “rapporti finanziari” sarebbero stati “l’antefatto rispetto alla strategia che ha condotto alle stragi del biennio 1993-94”.

I supremi giudici della quinta sezione penale però, con la decisione dello scorso 23 marzo, le cui motivazioni sono state rese note ora, hanno accolto il ricorso della difesa di Nunzia e Benedetto Graviano, fratelli dei boss di mafia Filippo e Giuseppe Graviano, contro il sequestro dei dati contenuti in cellulari e computer disposti dalla Procura di Firenze dopo le dichiarazioni rese da Giuseppe Graviano. Per la difesa, “i decreti di perquisizione si fonderebbero su una fantasmagorica ipotesi investigativa” e “non motivano in ordine alla relazione esistente tra i ricorrenti e la scrittura privata oggetto di ricerca”. “Il provvedimento di perquisizione e sequestro legittima una non consentita attività esplorativa, finalizzata alla eventuale acquisizione, diretta o indiretta, di altre notizie di reato” sottolineano gli ‘ermellini’ nelle motivazioni. Dopo l’annullamento con rinvio ora l’ordinanza tornerà per un nuovo esame al tribunale di Firenze che “dovrà tenere conto di tutti i principi richiamati, procedendo all’esame dei motivi del riesame come proposti dalla difesa dei ricorrenti”, conclude la Cassazione.

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