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Iran, guerra senza via libera del Congresso Usa: oggi per Trump scadono i 60 giorni

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(Adnkronos) – "L'Iran ha fretta, vuole un accordo perché il paese sta crollando". Donald Trump ribadisce che Teheran punta ad un'intesa per porre fine alla guerra. Anche il presidente degli Stati Uniti, però, ha più di un motivo per risolvere rapidamente la questione. Anche la Casa Bianca, infatti, deve fare i conti con il calendario. Oggi, 1 maggio, siamo a 60 giorni dall'inizio dell'operazione Epic Fury: scade il termine previsto dal War Powers Resolution del 1973, la legge approvata dopo la guerra del Vietnam che disciplina e limita l'impiego della forza militare americana senza autorizzazione del Congresso Usa. Trump, che sinora ha gestito tutto in base come 'commander in chief', rischia non di avere più totale libertà di manovra nel sistema di equilibri istituzionali a stelle e strisce: 'checks and balances', controlli e contrappesi.  Il conflitto è iniziato il 28 febbraio e la Casa Bianca l'ha notificato al Congresso il 2 marzo, avviando così il conteggio previsto dalla legge. La normativa impone al presidente di informare Camera dei Rappresentanti e Senato entro 48 ore dall'avvio delle ostilità e di interrompere le operazioni delle forze armate entro 60 giorni, salvo autorizzazione del Congresso o dichiarazione di guerra. La norma prevede una possibile estensione di 30 giorni, ma esclusivamente per consentire il ritiro in sicurezza delle truppe e non per proseguire operazioni offensive. "Non è un assegno in bianco per continuare le ostilità", ha sottolineato David Janovsky del Project on Government Oversight. Trump ha sempre dribblato la questione e anche nelle ultime ore ha scelto un profilo basso: "Non è una guerra, è un'operazione militare", ha detto.  A Washington lo scenario resta incerto. I repubblicani hanno finora bloccato diverse iniziative democratiche per limitare i poteri del presidente, ma con l'avvicinarsi della scadenza sono emersi segnali di un possibile cambiamento. Il senatore repubblicano John Curtis ha dichiarato che non sosterrà operazioni militari oltre il limite dei 60 giorni senza un via libera del Congresso, mentre il suo collega di partito, Josh Hawley, ha invocato una chiara "strategia d'uscita". Anche il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha chiesto all'Amministrazione un piano per la fine del conflitto. I democratici, dal canto loro, hanno presentato diverse risoluzioni per limitare l'azione militare della Casa Bianca, con l'obiettivo di costringere i repubblicani a un voto politico su un conflitto impopolare secondo tutti i sondaggi. La War Powers Resolution, in ogni caso, non è mai stata utilizzata con successo per fermare un'azione militare. Nel tempo, diversi presidenti – incluso Trump – ne hanno contestato la costituzionalità, sostenendo che limiti eccessivamente i poteri dell'esecutivo. La storia mostra come le Amministrazioni abbiano spesso aggirato il limite dei 60 giorni con interpretazioni flessibili. Ronald Reagan, nel 1983, evitò uno scontro frontale raggiungendo un accordo con il Congresso per prolungare la missione dei Marines in Libano. Barack Obama, nel 2011, sostenne che la campagna in Libia non rientrasse nella definizione di "ostilità" prevista dalla legge, mentre Bill Clinton giustificò il prolungamento della missione in Kosovo con i fondi già approvati dal Congresso.  Anche Trump potrebbe seguire strade simili: sostenere che il cessate il fuoco abbia interrotto le ostilità, facendo ripartire il conteggio, oppure affermare che la legge non si applichi al caso in questione. La tesi è stata ribadita da Pete Hegseth, segretario alla Difesa. "Mi rimetterei alla Casa Bianca e ai suoi consulenti legali su questo punto. Tuttavia, al momento siamo in un cessate il fuoco, il che, a quanto ci risulta, significa che il conteggio dei 60 giorni si sospende o si ferma durante un cessate il fuoco", ha dichiarato il numero 1 del Pentagono.  
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