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Disturbi alimentari, avanza il ‘binge eating’: ne soffrono oltre 600mila persone in Italia

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(Adnkronos) – “Mi dicevano che dovevo solo mangiare meno, ma io non riuscivo neanche a respirare nel mio corpo”. Dopo anni di diete fallite e crisi di alimentazione compulsiva, Sara (nome di fantasia), 27 anni, è arrivata al centro di eccellenza convenzionato con il Servizio sanitario nazionale per la cura dei disturbi alimentari, Villa Miralago. Nel suo percorso ha scoperto che il problema non era la forza di volontà, ma il dolore emotivo che cercava di anestetizzare con il cibo. Come Sara, in Italia ci sono oltre 600mila persone che soffrono di un disturbo da alimentazione incontrollata, chiamato più comunemente 'binge eating'. "Si tratta di una condizione in forte aumento, che riguarda più del 20% dei 3 milioni di pazienti con diagnosi da un disturbo del comportamento alimentare e che, in molti casi, conduce all’obesità con gravi complicazioni fisiche. Per questo la diagnosi precoce diventa fondamentale ai fini dell’efficacia delle terapie e per prevenire ulteriori patologie correlate all’eccesso di peso". A puntare i riflettori sull’obesità come ‘spia’ del 'binge eating' sono stati gli esperti della Fondazione Ananke, in occasione del settimo congresso nazionale della Società italiana di Riabilitazione interdisciplinare disturbi alimentari e del peso (Siridap), dal titolo “Costellazioni visibili e invisibili. Come sono cambiati i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”, che apre oggi Varese e che si concluderà il 15 novembre. Il convegno ha visto riuniti i massimi esperti italiani in materia di disturbi alimentari: psichiatri, psicoterapeuti, medici, ricercatori, associazioni di familiari e rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e delle principali fondazioni di ricerca. "La storia di Sara apre una riflessione più ampia: quando l’obesità non è solo una questione di calorie o di volontà, ma spesso una manifestazione clinica del 'binge eating', una patologia che unisce fattori psicologici, biologici e ambientali – spiega Alessandro Raggi, psicoterapeuta e vicepresidente della Fondazione Ananke –. Il disturbo si manifesta con abbuffate ricorrenti, accompagnate dalla sensazione di perdita di controllo e senza comportamenti compensatori (come vomito o uso di lassativi)”. Dunque, non è solo fame. “Il binge eating ha superato per frequenza anoressia e bulimia – spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra, membro del Direttivo Siridap e direttrice della rete Dca Usl Umbria 1 -. È una condizione che porta spesso all’obesità, ma nasce da un disagio psicologico profondo. Occorre riconoscerla e curarla con un approccio integrato. A differenza dell’obesità ‘omeostatica’, dovuta a cause metaboliche o abitudinarie, il binge eating ha radici psichiche e relazionali e comporta gravi conseguenze fisiche: malattie cardiovascolari, ipertensione, depressione e alcune forme di tumore”.  Gli ultimi dati del ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità confermano un aumento costante dei casi e una crescita significativa delle diagnosi di 'binge eating', oggi frequentemente associato a obesità di origine psicogena. “È urgente superare l’idea che l’obesità sia solo una questione di educazione alimentare – puntualizza Eugenia Dozio, responsabile dell’area Nutrizione di Villa Miralago –. Nei casi a base psicologica, l’intervento deve essere terapeutico e multidisciplinare, non prescrittivo”.  L’aumento delle richieste di cura ha riacceso il dibattito sulla necessità di riconoscere il binge eating come patologia cronica nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), accanto all’obesità già definita malattia cronica dalla recente Legge Pella. "Villa Miralago, il più grande centro europeo per la cura dei disturbi alimentari, è un modello del Servizio Sanitario Nazionale e conferma il proprio impegno nella cura di queste patologie – afferma Alberto Pozzoli, presidente della Fondazione Ananke –. Il congresso Siridap sarà l’occasione per un confronto tra clinica e istituzioni, e per restituire visibilità a una sofferenza spesso invisibile”. Visibilità, infatti, significa aumentare le diagnosi precoci. E diagnosi precoci si traducono in terapie più efficaci e minori complicazioni. Proprio come è successo a Sara. “Quando ho capito che non era una questione di volontà, ma di dolore emotivo, è cambiato tutto”, conclude Sara.  
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