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Dalle stragi al web, rapporto Fondazione Magna Grecia sulle mafie

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Roma, 2 mar. (Adnkronos) – Oggi le mafie non sono più come quelle degli anni delle stragi ma sono quelle che operano sul web, riuscendo a costruire legami e scambi illegali attraverso i social network. Questo è quanto emerge dal primo rapporto dal titolo “Le mafie nell’era digitale”, prodotto dalla Fondazione Magna Grecia e presentato nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso l’Associazione della Stampa estera a Roma. Un evento che ha permesso di illustrare i dati raccolti nell’ultimo anno da Marcello Ravveduto curatore del Rapporto, che evidenziano come le organizzazioni criminali si vanno sempre più a radicare all’interno degli spazi virtuali per aumentare, da un lato, il loro consenso e, dall’altro, le loro attività illegali. Social network, bitcoins e metaverso, quindi, diventano centrali per la crescita delle organizzazioni criminali.

“Oggi, queste sono sempre più ibride, flessibili nella loro capacità di agire online e offline. Sfruttano ogni opportunità offerta dalla tecnologia digitale in un mondo che, come aveva previsto Marshall McLuhan, ha ormai smarrito il suo carattere di infinitezza per assumere quello del villaggio globale”, illustrano i professori Francesco Mantovani e Antonio Nicaso, membri del Comitato Scientifico della Fondazione Magna Grecia. Le organizzazioni criminali, attraverso l’utilizzo delle piatteforme criptate e dei social network sono riuscite a cambiare il modo di sussistere, senza dover portare avanti azioni sanguinose.

“Questo può avvenire – rimarcano Nicaso e Mantovani – ricordando a tutti di esserci e di poter ancora agire attraverso uno strumento pervasivo e potente, il digitale appunto, in grado persino di assicurare una sorta di eternabilità. Il concetto di mafia si è nutrito nel tempo, e con continuità ininterrotta, di un inesauribile scambio tra apparenza ed essenza, così come “l’essere mafioso”, dell’enfasi sull’onore, sull’omertà e sulla pretesa di rispetto, sempre governato da un codice e da gesti ampiamente canonizzati, nell’inscindibile circolarità e coerenza tra gesto e parola”. Un’idea condivisa anche dal Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, Maurizio Vallone che ha tenuto a precisare che “tre decenni fa, la Mafia metteva le bombe per uccidere i magistrati e le loro scorte. Oggi, invece, lavorano in tutt’altro modo: utilizzano i bitcoins come moneta di scambio per i traffici illeciti; utilizzano piattaforme criptate per le loro comunicazioni; ed infine, si muovono nel modo del metaverso dove stanno installando attività imprenditoriali. Bisogna, per questi motivi, aggiornare gli investigatori perché non bastano più le intercettazioni, ma bisogna seguire i soldi sul web. Bisogna avere la capacità di seguire le monete digitali attraverso la cooperazione internazionale, così da poter bloccare i riscatti che avvengono attraverso gli hacker”.

Un progetto di ricerca che è partito da un’approfondita raccolta di dati che ha riguardato Wikipedia e i principali social network come Youtube, Facebook, Instagram, Twitter e Tiktok. Un lavoro che ha consentito di elaborare alcune tendenze che tracciano la partecipazione e l’intervento di mafiosi, affiliati e simpatizzanti nella sfera digitale. “Lo studio che abbiamo promosso si pone l’obiettivo di definire i contorni e i contenuti delle modalità con cui le mafie vengono raccontate e si comunicano nel mondo digitale, anche perché siamo certi che sia fondamentale offrire strumenti di interpretazione e comprensione rispetto a tale nuovo “muoversi” della criminalità organizzata in un inedito intreccio tra reale e virtuale”, spiega il Presidente della Fondazione Magna Grecia, Nino Foti. “Solo attraverso una conoscenza approfondita e strutturata di questi contesti è possibile costruire risposte improntate a una rinnovata e attraente narrazione della legalità, anche elaborando progetti di reazione che si radichino nella Cultura e nella capacità di produzione di contenuti, da parte della collettività, e soprattutto dei giovani, di resistenza a tali derive – ha continuato Foti -. Reazioni che vanno stimolate, e, laddove necessario, sostenute e alimentate, anche e soprattutto da chi, come noi, si occupa di tutelare e promuovere il patrimonio culturale immateriale e materiale, e, con esso, la crescita di cittadini innamorati della propria terra e della legalità, in particolare nel Mezzogiorno d’Italia”.

Il brand mafia, quindi, diventa sempre più attraente grazie agli spazi virtuali messi a disposizione dove i singoli appartenenti ai clan, ma anche i sostenitori delle varie realtà criminose, possono esaltare il lusso, l’onore e il successo dell’organizzazione.