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Csel: “Investimenti per rischio idrogeologico insufficienti, Paese esposto a disastri”

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Roma, 25 set. (Adnkronos/Labitalia) – Gli investimenti per la mitigazione del rischio idrogeologico fatti negli ultimi decenni, sebbene non esigui, si sono rilevati ad oggi insufficienti per contrastare il combinato disposto di tutti quei fattori che rendono il nostro Paese sempre più esposto a disastri come quelli a cui abbiamo appena assistito a Senigallia e dintorni. A sostenerlo è Centro Studi Enti Locali (Csel) in un’elaborazione, per Adnkronos, basata su dati Rendis-Ispra.

In una audizione parlamentare del dicembre 2020, Legambiente aveva puntato il dito, ricorda Csel, più che sulla mancanza di risorse, sull’efficacia delle misure programmate e sul modello di gestione del territorio. Secondo l’associazione, il sistema che vede il ministero dell’Ambiente come vertice nazionale, di concerto con Regioni e Autorità di Distretto, supportate dal lavoro di Ispra e delle Arpa, “mostra diversi punti deboli, a partire dall’enorme mole di lavoro che il ministero dovrebbe portare avanti (e cerca faticosamente di portare avanti), ma che al momento non è in grado di gestire efficientemente perché non strutturato nel personale, come invece meriterebbe di essere”.

Il modello indicato come da prendere a riferimento era quello di Bolzano: “Una gestione in house dell’amministrazione che nel tempo sembra stia producendo benefici concreti, a cominciare da un’unica struttura decisionale che si occupa della maggior parte dei problemi. Con budget costanti di alcune decine di milioni di euro all’anno, la Provincia riesce a portare a casa diverse centinaia di progetti all’anno, per lo più piccoli e capillari, in maniera da prevenire anziché curare. Con più di 2mila corsi d’acqua da monitorare per oltre 7mila chilometri di rete, l’Ente, che è anche proprietario dei corsi d’acqua, gestisce, cura progetta e realizza l’opera in economia, ovvero con propri operai e tecnici. Una amministrazione che diventa anche impresa, direzione lavori, in maniera che chi decide la strategia è anche il soggetto che la esegue e realizza le opere, che sono all’incirca 40mila distribuite su un territorio difficile come quello alpino”.