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Corruzione: Cantone ‘norma c’è ma non ha dato risultati, il reato è grave, le pene restino’

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Roma, 6 dic. – (Adnkronos) – Incentivare il pentimento di chi corrompe? “Ma questa norma c’è già. E non ha dato risultati”. Lo afferma Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, ed ex presidente dell’Anac in un’intervista al quotidiano ‘La Repubblica’ rispondendo alle dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio e aggiungendo che “io ci vedo solo una bella e importante notizia. Ed è il segnale che la corruzione può tornare al centro dell’attenzione”.

“Dire che gli aumenti eccessivi di pena degli ultimi anni sono serviti a poco è corretto. Ma bisogna capire in che modo il ministro voglia riscrivere le norme sulla corruzione. È un’esigenza giusta dire che è necessario spezzare la complicità tra corrotto e corruttore, ma la legge Spazzacorrotti l’ha già previsto con l’articolo 323-ter. – continua Cantone – A oggi assolutamente non significativi. Quando fu approvata qualcuno disse che con questa norma la corruzione sarebbe stata eliminata. E qualcuno disse perfino che ci sarebbero state le file fuori delle caserme delle persone che volevano denunciare. Di entrambi gli effetti positivi non ho notizia”.

“Io sono assolutamente d’accordo con Nordio che non è con le pene che si risolve il problema della corruzione, resto però dell’idea che la corruzione è un reato grave e quindi meriti una sanzione adeguata. – aggiunge Cantone – Negli ultimi anni ci sono stati inasprimenti eccessivi, ma in passato la pena per alcuni fatti corruttivi era assolutamente irrisoria. È opportuno trovare il giusto equilibrio”.

In merito all’abuso d’ufficio Cantone afferma che “vorrei ricordare che già nel 2020, nell’ambito di un decreto che riguardava le misure urgenti pro pandemia, il reato è stato del tutto ridimensionato e chi lavora in procura sa bene che si tratta di una norma di fatto applicabile in ipotesi marginalissime. – prosegue Cantone – La sostanziale cancellazione fu giustificata proprio così, ‘eliminare la paura della firma’. Ma, com’era prevedibile, non ha avuto effetto perché quel timore ha ben altre ragioni. Abolire il residuo dell’abuso d’ufficio oggi sarebbe non solo inutile, ma anche pericoloso: rischierebbe di rendere non punibili quelle condotte di conflitto d’interesse che sono oggettivamente pericolose per l’imparzialità dell’amministrazione”.

“Avevo proposto di eliminare la sospensione, ma solo nei casi di condanna per abuso d’ufficio. Credo invece che quella norma resti sacrosanta quando la condanna, anche in primo grado, riguardi fatti di mafia o di corruzione. Mi chiedo: un imprenditore privato terrebbe il proprio manager condannato per così gravi reati commessi contro la sua impresa anche solo in primo grado? Credo proprio di no. – conclude Cantone – Ricordo solo che l’articolo 54 della Costituzione prevede che i funzionari pubblici hanno il dovere di adempiere le proprie funzioni ‘con disciplina e onore'”.