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Coronavirus, epatologo Craxì: “80% ricoveri rimandati, pazienti a rischio”

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Roma, 17 giu. (Adnkronos Salute) – In questi mesi di pandemia “tutti, medici e pazienti, siamo stati variamente terrorizzati e bloccati. E se guardo i dati nazionali per le malattie del fegato l’80% dei ricoveri, non solo quelli programmati ma anche quelli in emergenza, è saltato. I trapianti di fegato si sono ridotti del 30% e i trattamenti per tumori epatici sono scesi del 50%. Le liste d’attesa si stanno allungando perché ci vuole più tempo per recuperare questi mesi di lockdown, ma c’è anche altro: ci mettiamo più tempo per fare le visite perché occorre sanificare, e i posti letto vanno ridotti per limitare al minimo l’affollamento”. A fare il punto con l’Adnkronos Salute è Antonio Craxì, epatologo ordinario di Gastroenterologia dell’Università degli Studi di Palermo, direttore scientifico del corso in streaming ‘Covid 19 e malattie epatiche: Cosa è cambiato con la pandemia?’, un evento organizzato con il contributo di Gilead Sciences.

“Se perdiamo altro tempo – avverte l’esperto – rischiamo tra 5 anni 6 mila morti”. Uno degli argomenti del corso sono state le raccomandazione dell’Associazione europea per lo studio del fegato (Easl) e dell’Aasld (American Association for the Study of Liver Diseases) per la gestione dei pazienti Covid. “Dobbiamo avere il massimo delle precauzioni applicabili – ricorda Craxì – ad esempio essere in grado di ridurre al minimo, nel momento di una nuova ondata, le procedure endoscopiche e gli accessi negli ospedali. In Italia abbiamo fatto un capolavoro di stupidità appoggiando tutto il ‘follow up’ alla gestione in ospedale”.

“Tutti i centri specialistici ambulatoriali sono in ospedale e questo – rimarca l’epatologo – durante una pandemia mette a serio rischio i pazienti che devono recarsi magari per un semplice certificazione”.

Le soluzioni? “Occorrerebbe tagliare un po’ di burocrazia, non possiamo pensare di far venire le persone, magari da fuori Regione, 1-2 giorni prima perché devono fare il tampone o il test sierologico – risponde Crazxì – Occorre deospedalizzare le certificazioni e riportare sul territorio alcuni servizi che sono stati accentrati in ospedale. Ripensare il sistema, dunque. Ma per farlo – conclude – occorre una grande alleanza tra medici, pazienti e istituzioni”.

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