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Agrigento: cugino giudice Livatino, ‘reddito cittadinanza al killer? Traditi dallo Stato’

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Palermo, 19 nov. (Adnkronos) – “Provo una forte delusione, mi sento tradito dallo Stato. Fatti come questi non onorano la memoria e il sacrificio di Rosario Livatino e di quanti hanno versato il sangue per questo Stato”. E’ lo sfogo di don Giuseppe Livatino, cugino e postulatore della causa di beatificazione di Rosario Livatino, il giudice ucciso il 21 settembre del 1990, dopo avere saputo che la famiglia di uno dei killer del magistrato ammazzato da Cosa nostra prendeva il reddito di cittadinanza. “Penso anche a tutte le altre defaillances delle istituzioni, agli scandali come questo. Tutto questo non va bene – dice don Livatino in una intervista esclusiva all’Adnkronos – non onora la memoria di mio cugino e di tutti coloro che hanno perso la vita per lo Stato, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.

“Un sacrificio – dice ancora don Giuseppe Livatino – che non è andato perduto, ma serve maggiore attenzione da parte dello Stato, serve più vigilanza”. A scoprire che anche la famiglia di uno degli esecutori dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, condannato a sette ergastoli in via definitiva per omicidio, associazione per delinquere di stampo mafioso prende il reddito di cittadinanza sono stati i militari della guardia di finanza del Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Agrigento che ha denunciato diverse persone ed eseguito il sequestro preventivo di otto card. Tutte le posizioni illecite emerse dagli accertamenti delle Fiamme gialle sono state segnalate all’Inps per la revoca e il recupero del beneficio economico. Secondo una prima stima degli investigatori, il danno per le casse pubbliche sarebbe di circa 110.000 euro.

“Serve un po’ più di attenzione rispetto al sangue versato e ai sacrifici fatti da questi uomini dello Stato – dice ancora don Giuseppe Livatino – non mi riferisco solo al reddito di cittadinanza percepito in maniera impropria da un killer. Ma parlo anche dell’utilizzo dei beni appartenuti alle cosche mafiose”. Per il cugino del giudice assassinato dalla mafia “ci sono delle falle, qualcosa che non funziona”.

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