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Un’app per fermare la pandemia

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Un superteam di scienziati trova il modo per usare la tecnologia in contrasto al Coronavirus

L’idea è questa: tutte le persone del mondo installano un’app e quelli che risultano positivi al Coronavirus premono un pulsante che permetterà a tutti quelli che li incontrano di ricevere un avviso. Molto semplice, no? Eppure molto complesso dal punto di vista della privacy.

L’app, disponibile gratuitamente, è stata sviluppata da un team di 43 tecnici e accademici che vengono dal MIT, da Harvard, dalla Mayo Clinic, da Google e da Facebook – ci hanno lavorato nel loro tempo libero.

Si chiama Private Kit: Safe Paths e una sua versione beta può essere già scaricata dai dispositivi iOS e Android.

Gli sviluppatori affermano di aver affrontato innanzitutto proprio le preoccupazioni sulla privacy, facendo in modo che chiunque utilizzi l’app condivida solo i dati crittografati selezionati che interagiscono con una rete che non ha alcun tipo di centralizzazione – che vuol dire che nessun ente detiene tutti i dati degli utenti.

Al contrario, il trasferimento dei dati avviene solo a scelta, con accesso che può personalizzato e dato, per esempio, ai ricercatori (o a qualcuno che tenta di seguire la traccia dei contatti per motivi scientifici).

Ma questo non risolve il problema principale dell’app, ovvero il fatto che per funzionare ci deve essere un’adozione diffusa, per cui si avrebbe bisogno del supporto di una massiccia organizzazione sanitaria – Wired racconta che il team ha già chiesto l’approvazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Inoltre, un altro problema è che non tutti possiedono i mezzi e la tranquillità della classe media: nel mondo, ci sono ampie fasce di popolazione umana che non possiedono telefoni, ma anche persone (come immigrati privi di documenti) che potenzialmente si oppongono all’idea di installare qualcosa sul loro telefono che tenga traccia delle loro posizioni.

C’è da dire che soluzioni molto meno «amichevoli» di questa sono state già adottate in molti posti – con monitoraggi massivi e non autorizzati dei telefoni (in Israele) o messaggi che indicavano gli ultimi movimenti delle persone a cui era stato diagnosticato il coronavirus (Corea del Sud), come racconta The Guardian.

L’app, quantomeno, permette di essere attivi nell’aiutare la nostra comunità e non di subirla passivamente.

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