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enzima che mangia la plastica

L’enzima che annienta la plastica

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enzima che mangia la plastica

Una soluzione dal Texas grazie alla degradazione enzimatica

Dall’Università di Austin in Texas arrivano buone notizie dal punto di vista del riciclaggio della plastica PET, uno tra gli inquinanti al momento più diffusi e dannosi per il nostro ambiente.

Uno studio sugli enzimi portato avanti dal 2016 e perfezionato negli ultimi anni è giunto ad un punto di svolta, grazie al quale la possibilità di riuscire a smaltire e riutilizzare correttamente i rifiuti plastici di tipo PET sembra concretizzarsi sempre di più. Il problema del Polietilene Tereftalato (PET) risiede nella sua longevità. Infatti se da un lato la durabilità di questo materiale può essere considerata un punto di forza mentre viene utilizzato come un prodotto, il rovescio della medaglia è che una volta terminato il suo utilizzo si trasforma in un rifiuto che difficilmente può essere smaltito in modo naturale dall’ambiente, perché i legami delle molecole che compongono il PET sono strutturati per durare e non sciogliersi.

Ed è proprio qui che entra in gioco questa nuova risorsa, un enzima più precisamente.

Si tratta di un processo chimico detto degradazione enzimatica, e permette di scomporre la plastica e rimodellarla completamente, ottenendo un prodotto di ottima qualità.

In questo modo si andrà a creare un’economia circolare del PET, in grado di prendere gli scarti e reimmetterli nel mercato sotto forma di un nuovo prodotto completamente rimodellato, evitando di accumulare quantità esagerate di rifiuti dovuti all’ormai obsoleto concetto di usa e getta.

Ma andiamo a vedere come funziona questo processo.

Lo studio evidenzia come grazie ad un enzima in grado di scomporre i polimeri della plastica in una semplice molecola, gli scarti in PET vengono letteralmente mangiati e scomposti nell’arco di massimo 48 ore, per essere poi riforgiati e riutilizzati, invece di finire dispersi nell’ambiente.

Scoperto nel 2016, questo enzima è stato ora perfezionato grazie anche all’impiego di un algoritmo migliorato all’università di Austin che permette gli di svolgere correttamente la sua funzione di mangia-plastica già alle basse temperature, tra i 30 e i 50 gradi, permettendo così un grande risparmio di energia durante il processo. Cosa fino a poco tempo fa impossibile.

Questo metodo è ora pronto per essere applicato su scala industriale e permetterà di abbreviare di tantissimo i tempi necessari per il naturale smaltimento dei rifiuti plastici che, altrimenti, impiegherebbero migliaia di anni per deteriorarsi completamente, e promette di riuscire a smaltire la plastica che dagli anni 60 si sta accumulando in ogni angolo del nostro pianeta.

Luna Riillo

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Enzima, inquinamento, pet, plastica

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