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Pasta, quando la dieta mediterranea viene dagli Ogm

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Si ritorna a parlare di Ogm e puntualmente ci si divide tra favorevoli e contrari. Prendiamo il caso del grano, di cui ci si è occupati nel passato concentrandosi sulla quantità del prodotto. Gli sforzi oggi si soffermano sulla qualità, un grano corto e duro che possa resistere agli attacchi del vento e delle intemperie climatiche. Se ne è parlato ultimamente in un convegno di Federalimentare

Con l’entrata in scena del nuovo ministro delle Politiche agricole Saverio Romano si torna a discutere se dire sì o no agli Ogm. Nel frattempo gli italiani mangiano da trent’anni pasta prodotta con grano geneticamente modificato. Il Creso, questo il nome del grano gm che per anni è stato protagonista della dieta mediterranea, è stato modificato “random”. L’Enea nel 1974 ha preso il grano Cappelli e lo ha bombardato con i raggi gamma “a casaccio” fino a che non è uscito fuori il prodotto che serviva: un grano corto e duro, resistente agli attacchi del vento e della pioggia. E con una percentuale di glutine superiore al normale. Si trattava di irradiare semi di diverse piante per indurre mutazioni genetiche "forzate". Il Creso, varietà inscritta regolarmente nel 1974 nel registro varietale del grano duro e considerato "responsabile" della rivoluzione agricola italiana, è il prodotto di una di queste mutazioni "casuali", operata sulla varietà di grano duro Cappelli incrociata a sua volta con un grano messicano. Se fino alla prima metà del Novecento le ricerche sul grano erano finalizzate all’esigenza di aumentare la produzione, dagli anni Settanta in poi i ricercatori agronomi si sono concentrati sulla qualità per ottenere un’alta percentuale di glutine, necessaria perché la pasta non perda l’amido in fase di cottura. Che tradotto vuol dire che la pasta rimane al dente. “un risultato scientifico – ha ricordato il commissario dell’ENEA Giovanni Lelli in apertura del convegno “Dalla ricerca nucleare alla produzione agro-alimentare: il caso del grano Creso” – che ha reso possibile il miglioramento quantitativo e qualitativo delle produzioni agricole” trasferite poi al mondo agro-industriale. Quella della ricerca in agricoltura è un tema caro all’industria. “Nel guardare alle prospettive future – ha spiegato Daniele Rossi, direttore Generale di Federalimentare –  l’impegno è rivolto ai temi della Bioeconomia, che stiamo affrontando insieme al mondo della ricerca nell’ambito delle Piattaforme Tecnologiche Europee. Le nuove priorità riguardano la  ricerca, la formazione ed il trasferimento tecnologico”. (Nereo Brancusi)

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