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Il cibo può avere gli stessi effetti di una droga?

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La risposta è: si! Aggiungo precisando che il cibo è una vera e propria droga, in particolare alcuni tipi di alimenti ricchi di grasso, zuccheri e sale. Vediamo perché

 

 

L’uomo, come anche gli altri animali, per mantenere la specie deve sopravvivere e riprodursi. La sopravvivenza è strettamente legata al cibo. Pertanto, sia la riproduzione che l’alimentazione sono atti con una forte componente edonistica: in altre parole provocano piacere. Tralasciando il sesso e concentrandoci sul cibo possiamo dire che la sopravvivenza dell’homo sapiens (ma anche degli altri animali) è correlata alla quantità e alla qualità del cibo ingerito. Agli albori della comparsa dell’homo sapiens (circa 200.000 anni fa), non avevamo di certo tutta questa disponibilità di cibo, sia in termini di qualità che di quantità. Inoltre mangiare era un atto non molto frequente. Per questi motivi, andavamo alla ricerca di cibo molto nutriente e calorico. Abbiamo sviluppato un sistema neurobiologico capace di selezionare tutti i cibi ricchi in carboidrati e grassi e associarli a una sensazione piacevole: motivo per cui tra un pezzo di corteccia e un frutto dolce e succoso scegliamo il secondo. C’è anche un’altra sostanza che ci attrae ed è il sale. Questo non per motivi energetici ma perché fondamentale per il mantenimento degli equilibri elettrochimici delle nostre cellule e il funzionamento del sistema nervoso (il sodio è strettamente implicato nella trasmissione dell’impulso nervoso). Abbiamo così sviluppato un meccanismo in grado di recuperare la maggior parte del sodio dalle urine, in modo da garantire una concentrazione di questo minerale sufficiente per le funzioni fisiologiche e da sopperire alle perdite dovute alla sudorazione. Quest’ultima, infatti, ci permette di dissipare il calore e abbassare la temperatura corporea quando ci troviamo sotto il sole, poiché nel corso dell’evoluzione abbiamo perso la pelliccia.

Di conseguenza, il motore che ci spinge a mangiare è il piacere, che ci porta a selezionare tutti quegli alimenti calorici ricchi in zuccheri e grassi, anche se dannosi per il nostro organismo, quando sono assunti in quantità elevate. Ai giorni nostri, ci troviamo in una situazione completamente diversa rispetto ai nostri antenati di 200.000 anni fa; ora le disponibilità di cibo sono pressoché illimitate e non dobbiamo passare ore o giorni a vagare per la foresta o la savana alla ricerca di qualcosa da mangiare. Come al solito l’evoluzione biologica non va di pari passo con quella culturale e il risultato è abbastanza disastroso: continuiamo a essere attratti da cibi ipercalorici e a consumarli in maniera spropositata. Questo, associato alla forte riduzione dell’attività fisica rispetto al passato, ci porta ad accumulare inutili riserve di grasso e a sviluppare tutta una serie di patologie associate al sovrappeso e all’obesità.

Tornando alla domanda di partenza, per quale motivo il cibo può essere considerato una vera e propria droga? Il cibo, come le droghe, l’alcool, il sesso e il gioco d’azzardo, attivano gli stessi circuiti cerebrali “del piacere”. Questi risiedono nel cosiddetto “cervello emotivo”, il sistema mesolimbico. Utilizzano anche gli stessi neurotrasmettitori responsabili della percezione piacevole dello stimolo, ossia serotonina e dopamina. Lo stesso sistema è attivato anche quando percepiamo altri stimoli legati al cibo, come l’odore e la vista. Tutti abbiamo avuto esperienza di quanto la vista di una bella fetta di torta al cioccolato ricoperta di panna montata, oppure il profumo di un piatto di pasta ai quattro formaggi, scateni una sensazione di piacere che ci porta a desiderare di mangiarli. Inoltre, c’è anche un’altra componente in comune con le droghe, ossia l’assuefazione. Con il passare del tempo, percepiamo sempre meno piacevoli questi stimoli legati al cibo (tolleranza) e cerchiamo dosi sempre maggiori per provare lo stesso livello di piacere che provavamo prima. S’instaura un circolo vizioso e deleterio per la nostra salute, che ci porta a consumare cibi sempre più calorici e in quantità elevate.

Tornando al discorso della paleo-dieta, questa era per lo più vegetariana, con pochissimi grassi (circa il 10% delle calorie totali) e pochissimi zuccheri. I sapori dolci erano sperimentati di rado (frutta matura e miele selvatico) e la carne, sempre molto magra, era consumata saltuariamente. Il salato era pressoché sconosciuto a chi viveva nell’entroterra e gli alimenti erano consumati lentamente e masticati molto, per via del fatto che solo quelli più umidi e ricchi di olio potevano essere masticati e ingoiati velocemente. Questo, associato alle frequenti carestie cui andavano incontro queste popolazioni, ha portato a consumare grandi quantità di cibi grassi e dolci quando raramente disponibili, in modo da accumulare riserve di grasso fondamentali per la sopravvivenza in periodi meno favorevoli. Da qui deriva la nostra propensione alla ricerca di cibi con queste caratteristiche. Quando assumiamo dolci, grassi o alimenti salati nel nostro cervello è rilasciata dopamina e si attivano quei circuiti del piacere prima descritti, gli stessi attivati quando facciamo sesso, assumiamo droghe, beviamo alcool o giochiamo d’azzardo. E’ interessante notare come la combinazione di zuccheri e grassi comporta un altissimo rischio di dipendenza, poiché vi è un effetto sinergico che stimola maggiormente il circuito del piacere rispetto alla somma dei due. Questo l’hanno capito bene le industrie alimentari e lo sfruttano per creare cibi sempre più ricchi di grassi e zuccheri con sapori contrastanti (dolce e speziato, grasso e salato, speziato e salato) e consistenze contrastanti (parte esterna fritta e croccante con interno morbido). Sono tutte combinazioni che rendono i cibi irresistibili e spingono i consumatori a consumarli, un esempio evidente di neuromarketing. Inoltre, per farci mangiare di più, le industrie hanno capito che le porzioni servite devono essere abbondanti (perché si tende sempre a finire quello che c’è nel piatto) e facilmente deglutibili, senza faticare troppo. Per questo trattano la carne con iniezioni di marinata, così da renderla più tenera e ricca di acqua, facilitando e velocizzando la deglutizione. In pratica, per farci mangiare di più, fanno metà del lavoro che spetterebbe a noi, ossia masticazione e deglutizione.

Abbiamo visto come il cibo, alla stregua delle droghe, attiva gli stessi circuiti del piacere che portano alla dipendenza e come questo sia stimolato da cibi altamente calorici con caratteristiche organolettiche contrastanti, come una bella fetta di torta al cioccolato, ripiena di morbida crema e ricoperta con una glassa croccante al cioccolato. Questo non significa che non dobbiamo più mangiare dolci o grassi ma che dobbiamo tenere presenti questi meccanismi neurobiologici, al fine di allenare la volontà e la ragione facendole prevalere agli istinti che ci proiettano inevitabilmente alle origini della specie.

 


Bibliografia:

 

Volkow ND, Wang GJ, Fowler JS, Tomasi D, Baler R. 2012. Food and drug reward: overlapping circuits in human obesity and addiction. Curr Top Behav Neurosci. 11:1-24

Volkow ND, Wang GJ, Tomasi D, Baler RD. 2013. Obesity and addiction: neurobiological overlaps. Obes Rev. 14(1):2-18

Volkow ND, Wang GJ, Tomasi D, Baler RD. 2013. The addictive dimensionality of obesity. Biol Psychiatry. 73(9):811-8

Linden DJ. 2012. La bussola del piacere. Codice edizioni

 

 

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