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Coronavirus: Codogno un anno dopo, il 21 febbraio 2020 diventò la Wuhan d’Italia (2)

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(Adnkronos) – La dottoressa Annalisa Malara, anestesista di turno in terapia intensiva, nel pomeriggio decide di sottoporlo al tampone per il Covid-19. L’esito del test viene comunicato dall’ospedale Sacco a Codogno alle 21. Tutti sono increduli. L’équipe di rianimazione è sotto choc: il test risulta positivo ma Mattia non è mai stato in Cina. E’ però stato a cena da un amico rientrato dall’Asia, racconta la moglie, incinta e positiva anche lei al Covid. Parte la caccia al paziente zero, si cerca in tutto il Lodigiano ma l’amico di Mattia, che avrebbe dovuto essere il ‘paziente zero’ è negativo al Covid. Mattia nel frattempo è intubato e ricoverato in terapia intensiva. Scatta l’allarme ma è forse troppo tardi. Medici e infermieri dell’ospedale che lo hanno curato sono positivi. Il giorno dopo l’ospedale viene chiuso, Codogno sta per essere isolata.

22 febbraio 2020 – Codogno diventa prima zona rossa d’Italia

Mattia è solo il primo caso. Il primo noto, almeno, perché il coronavirus è incontrollato e si è già diffuso a macchia d’olio in tutto il Lodigiano: Casalpusterlengo, Castiglione d’Adda, Fombio, la stessa Lodi. Risultano diversi morti per polmonite. Nella regione accanto, siamo in Veneto, a Vo’ Euganeo esplode un focolaio e c’è la prima vittima italiana. Ormai non c’è più tempo: il governo prova a contenere l’epidemia. Scattano le zone rosse a Vo’ e in dieci comuni del Lodigiano: Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo, e San Fiorano. Vengono chiuse le scuole e i negozi. Le pattuglie dell’Esercito presidiano la zona, formando una cintura di protezione. Nessuno esce e nessuno entra. Il dispositivo blinda oltre 55mila cittadini che vivono nelle aree nelle due regioni.

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