L’imballaggio che si mangia: la plastica fatta di alghe

Arriva l’imballaggio che si mangia. Immagina di finire la tua bevanda durante una maratona e di mandare giù anche il contenitore. Niente bottigliette, niente bicchieri, nessun rifiuto: la “confezione” semplicemente sparisce, perché è fatta di alga ed è commestibile. Non è un esperimento da laboratorio: è già successo, migliaia di volte, alla maratona di Londra.
Dietro questa idea c’è Notpla — dall’inglese not plastic, “non plastica” — una realtà nata da due ricercatori dell’Imperial College di Londra che hanno trovato nel mare la risposta al problema della plastica monouso. È una di quelle invenzioni che fanno sorridere e riflettere insieme, perché mostrano che alternative concrete agli imballaggi usa-e-getta esistono davvero. E arriva proprio mentre l’Europa stringe le regole sugli imballaggi.
Da una bolla d’acqua a un’azienda
Tutto è cominciato in una cucina da studenti, intorno al 2013, con quella che i fondatori chiamavano semplicemente “una bolla”. Rodrigo García González e Pierre-Yves Paslier cercavano un modo per racchiudere l’acqua senza plastica, e lo trovarono in un componente naturale delle alghe. Nacque così Ooho l’imballaggio che si mangia: una membrana sottile, flessibile e commestibile capace di contenere liquidi, da ingoiare dopo l’uso o da gettare lasciandola biodegradare senza lasciare traccia.
Le Ooho diventarono famose proprio agli eventi sportivi, dove migliaia di corridori potevano idratarsi senza generare montagne di bicchieri di plastica. Da quel prototipo artigianale, l’azienda è cresciuta fino a produrre milioni di soluzioni di imballaggio reali per diverse industrie.
l’Imballaggio che si mangia: perché proprio l’alga
La scelta dell’alga bruna non è casuale: è una delle materie prime più virtuose che la natura offra.
Cresce velocissima. Può allungarsi anche di un metro al giorno, il che la rende una risorsa straordinariamente rinnovabile.
Non ruba spazio al cibo. A differenza delle materie prime per molte bioplastiche, non ha bisogno di terreni agricoli, né di acqua dolce o fertilizzanti: cresce in mare.
Aiuta l’oceano. Assorbe anidride carbonica mentre cresce e contribuisce a contrastare l’acidificazione delle acque.
Si biodegrada in fretta. I materiali Notpla si decompongono in modo naturale, in genere in quattro-sei settimane, anche nel compostaggio domestico — e, a differenza di altre bioplastiche, non contaminano il riciclo della plastica tradizionale.
Non solo bolle: a cosa serve oggi
Col tempo l’invenzione si è allargata ben oltre le Ooho. Il componente gelatinoso dell’alga viene usato per rivestire i contenitori per il cibo da asporto, sostituendo la pellicola plastica che di solito li ricopre e che ne rende difficile il riciclo. Le fibre che restano dalla lavorazione diventano carta e materiali rigidi, fino a posate usa-e-getta biodegradabili.
E poi le bustine monodose per salse e condimenti — quelle che di solito sono un piccolo incubo di plastica difficile da riciclare — più progetti su sacchetti per detersivi, gel energetici e altri formati. Recentemente Notpla è anche impegnata, all’interno di un progetto di ricerca europeo, a reinventare uno degli oggetti monouso più diffusi e problematici: il bicchiere del caffè con il suo rivestimento plastico.
I numeri danno la misura della crescita: l’azienda ha collaborato con catene di ristorazione, retailer sportivi e piattaforme di food delivery, ed è stata utilizzata anche in grandi eventi sportivi internazionali. Solo nell’ultimo periodo ha dichiarato di aver sostituito milioni di pezzi di plastica monouso in diversi Paesi europei, più che raddoppiando i risultati dell’anno precedente.
Una soluzione, non la soluzione
Vale la pena mantenere lo sguardo lucido: l’imballaggio che si mangia a base di alga non è una bacchetta magica che cancella da sola il problema della plastica. Sono imballaggi adatti ad alcuni usi specifici — liquidi, monodosi, rivestimenti, asporto — più che a sostituire ogni tipo di confezione, e la loro diffusione su larga scala dipende da costi, capacità produttiva e adozione da parte delle aziende.
Ma il valore dell’imballaggio che si mangia è anche culturale: dimostra che gli imballaggi possono essere ripensati partendo dalla natura, e che il monouso non è un destino inevitabile. È esattamente la direzione verso cui spinge anche la nuova normativa europea sugli imballaggi, che dal 2026 chiede meno plastica superflua, più materiali riciclabili e un deciso ritorno al riuso.
Il mare come dispensa di idee
C’è una bella lezione in questa storia: la risposta a un problema creato dall’uomo — la plastica negli oceani — è arrivata proprio dal mare. Le alghe, troppo spesso considerate solo un fastidio sulla spiaggia, si rivelano una risorsa preziosa e rinnovabile. È il “saper vivere” applicato all’innovazione: guardare la natura non come qualcosa da sfruttare, ma come una maestra da cui imparare. E la prossima volta che ci lamenteremo di un imballaggio di troppo, sapremo che un’alternativa, da qualche parte, sta già crescendo. Anche di un metro al giorno.
ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità informative e divulgative. Le informazioni si riferiscono a dati e dichiarazioni resi pubblici dall’azienda e da fonti di settore disponibili a giugno 2026; caratteristiche, disponibilità e diffusione dei prodotti possono variare nel tempo.
Domande frequenti (FAQ)
Cos’è Notpla l’imballaggio che si mangia?
È un materiale per imballaggi ricavato dall’alga bruna, sviluppato dall’omonima azienda fondata da due ricercatori dell’Imperial College di Londra. Il nome è la contrazione di not plastic, “non plastica”: l’obiettivo è sostituire la plastica monouso con un materiale naturale, biodegradabile e in alcuni casi commestibile.
Gli imballaggi di alga si possono davvero mangiare?
Alcuni sì. Il prodotto di punta, Ooho, è una membrana commestibile pensata per contenere liquidi: si può ingerire dopo l’uso o lasciar biodegradare. Altri formati, come i rivestimenti per contenitori da asporto o le posate, non sono pensati per essere mangiati ma sono comunque biodegradabili e in molti casi compostabili in casa.
Quanto tempo impiega a decomporsi?
I materiali a base di alga di questo tipo si biodegradano in genere in quattro-sei settimane, anche nel compostaggio domestico. A differenza di altre bioplastiche, non contaminano il riciclo della plastica tradizionale (PET).
Perché si usa proprio l’alga bruna?
Perché è una risorsa estremamente rinnovabile: cresce molto rapidamente, non richiede terreni agricoli, acqua dolce o fertilizzanti, assorbe anidride carbonica e contribuisce a contrastare l’acidificazione degli oceani. Caratteristiche che la rendono una materia prima ideale e a basso impatto.
Gli imballaggi di alga sostituiranno la plastica?
Non da soli e non per tutti gli usi. Sono particolarmente adatti a liquidi, monodosi, rivestimenti e asporto, mentre la loro diffusione su larga scala dipende da costi e capacità produttiva. Rappresentano una delle soluzioni — non l’unica — verso la riduzione della plastica monouso che anche la normativa europea sugli imballaggi promuove.
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