<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>inquinamento &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
	<atom:link href="https://www.ecoseven.net/tag/inquinamento/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.ecoseven.net</link>
	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jun 2026 15:39:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>
	<item>
		<title>Il fungo mangia plastica: cosa fa davvero la Pestalotiopsis microspora (e cosa no)</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/fungo-mangia-plastica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 15:34:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Amazzonia]]></category>
		<category><![CDATA[biodegradazione]]></category>
		<category><![CDATA[funghi]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=320110</guid>

					<description><![CDATA[Autore: Redazione Ecoseven – Pubblicato il 21/06/2026 La Pestalotiopsis microspora è un fungo mangia plastica ovvero capace di nutrirsi di poliuretano — una delle plastiche più diffuse e resistenti — e di trasformarlo in materia organica, persino in assenza di ossigeno. Lo ha dimostrato uno studio dell&#8217;Università di Yale nel 2011. È una scoperta affascinante, spesso raccontata come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6><span style="color: #999999;">Autore: <a style="color: #999999;" href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecoseven</a> – Pubblicato il 21/06/2026</span></h6>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-320111 size-large" title="Fungo Pestalotiopsis microspora cresciuto su un campione di plastica poliuretano" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fungo-mangia-plastica-1024x683.webp" alt="Fungo mangia plastica cresciuto su un campione di plastica poliuretano" width="1024" height="683" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fungo-mangia-plastica-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fungo-mangia-plastica-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fungo-mangia-plastica-768x512.webp 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fungo-mangia-plastica.webp 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="3:1-3:573;93-665"><strong>La <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pestalotiopsis_microspora" target="_blank" rel="noopener"><em>Pestalotiopsis microspora</em></a> è un fungo mangia plastica ovvero capace di nutrirsi di poliuretano — una delle plastiche più diffuse e resistenti — e di trasformarlo in materia organica, persino in assenza di ossigeno.</strong> Lo ha dimostrato uno studio dell&#8217;<a href="https://www.yale.edu/" target="_blank" rel="noopener">Università di Yale</a> nel 2011. È una scoperta affascinante, spesso raccontata come la soluzione definitiva all&#8217;inquinamento da plastica. La realtà scientifica è più sfumata e, proprio per questo, più interessante: ecco cosa il fungo sa fare davvero, secondo la ricerca, e quali sono i limiti che separano la promessa dall&#8217;applicazione reale.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="5:1-5:58;667-724">La scoperta del fungo mangia plastica: studenti di Yale nella foresta amazzonica</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="7:1-7:486;726-1211">La storia comincia nel 2011, durante il programma &#8220;<a href="https://yaledailynews.com/articles/in-mbb-320-rewriting-the-tree-of-life" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rainforest Expedition and Laboratory</strong></a>&#8221; dell&#8217;Università di Yale, un corso che porta gli studenti a raccogliere e studiare organismi nella foresta pluviale. Nel Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, un gruppo di studenti guidati dal microbiologo Scott Strobel raccolse campioni dai fusti di piante amazzoniche, isolando i funghi endofiti che vi vivono all&#8217;interno — microrganismi che abitano i tessuti vegetali senza danneggiare la pianta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="9:1-9:492;1213-1704">Sottoponendo questi funghi a uno screening per verificarne la capacità di degradare i polimeri sintetici, i ricercatori — tra cui lo studente Jonathan Russell, che isolò gli enzimi responsabili — individuarono diverse specie attive. Due isolati di <strong><em>Pestalotiopsis microspora</em></strong> mostrarono una capacità unica. I risultati furono pubblicati nel 2011 sulla rivista scientifica <em>Applied and Environmental Microbiology</em>, con il titolo &#8220;<a href="https://journals.asm.org/doi/10.1128/aem.00521-11" target="_blank" rel="noopener">Biodegradation of Polyester Polyurethane by Endophytic Fungi&#8221;.</a></p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="11:1-11:36;1706-1741">Cosa fa esattamente questo fungo</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="13:1-13:318;1743-2060">Il bersaglio del fungo mangia plastica è il <strong>poliuretano poliestere</strong> (in inglese PUR), una plastica presente in moltissimi oggetti quotidiani: schiume isolanti, suole delle scarpe, materassi, parti di automobili, vernici e adesivi. È un materiale considerato non biodegradabile, che in discarica può impiegare decenni a degradarsi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="15:1-15:402;2062-2463">Il meccanismo è enzimatico. La <em><strong>Pestalotiopsis microspora</strong> (fungo mangia plastica)</em> produce enzimi specifici — in particolare un tipo di idrolasi, identificata come una serina idrolasi — capaci di rompere i legami chimici del poliuretano. Una volta spezzati questi legami, il fungo utilizza il materiale come fonte di carbonio, cioè letteralmente come nutrimento, trasformandolo in molecole più semplici e in materia organica.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="17:1-17:308;2465-2772">Lo studio di Yale ha quantificato questi effetti su pellicole di poliuretano esposte al fungo: perdita di massa, indebolimento della struttura del materiale e segni di erosione visibili al microscopio, in un processo che si è svolto nell&#8217;arco di settimane in condizioni controllate di temperatura e umidità.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="19:1-19:50;2774-2823">L&#8217;aspetto unico del fungo mangia plastica: funziona anche senza ossigeno</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="21:1-21:506;2825-3330">La caratteristica che ha reso celebre questo fungo, e che lo distingue dagli altri microrganismi degradatori di plastica, è la capacità di agire <strong>anche in condizioni anaerobiche</strong>, cioè in assenza di ossigeno. I due isolati di <em>P. microspora</em> sono stati infatti in grado di crescere usando il poliuretano come unica fonte di carbonio sia in presenza sia in assenza di ossigeno, un&#8217;osservazione descritta dagli autori come unica tra le attività di biodegradazione del poliuretano riportate fino ad allora.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="23:1-23:284;3332-3615">Questo dettaglio è importante perché <strong>le discariche sono ambienti tipicamente poveri di ossigeno</strong>, proprio dove il poliuretano si accumula. Un organismo in grado di lavorare in quelle condizioni rappresenta, in teoria, un candidato interessante per la bonifica dei siti di smaltimento.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="25:1-25:57;3617-3673">Promessa e realtà: perché non è (ancora) la soluzione</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="27:1-27:277;3675-3951">Qui serve una precisazione. La scoperta è reale e promettente, ma tra il risultato di laboratorio e un&#8217;applicazione su scala industriale c&#8217;è una distanza considerevole, segnalata dagli stessi ricercatori e dagli osservatori del campo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="29:1-29:24;3953-3976">Alcuni limiti concreti:</p>
<ul class="[li_&amp;]:mb-0 [li_&amp;]:mt-1 [li_&amp;]:gap-1 [&amp;:not(:last-child)_ul]:pb-1 [&amp;:not(:last-child)_ol]:pb-1 list-disc flex flex-col gap-1 pl-8 mb-3" data-sourcepos="31:1-34:188;3978-4901">
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="31:1-31:237;3978-4214"><strong>I test sono in laboratorio.</strong> Gli esperimenti sono stati condotti in condizioni controllate, lontane dalla complessità reale di una discarica o di un impianto di trattamento, dove temperatura, umidità e pH sono difficili da gestire.</li>
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="32:1-32:230;4215-4444"><strong>Il fungo è specializzato.</strong> L&#8217;attività documentata riguarda il poliuretano poliestere, non &#8220;la plastica&#8221; in generale. Il rifiuto plastico reale è un insieme eterogeneo di polimeri diversi, e questo fungo non li degrada tutti.</li>
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="33:1-33:269;4445-4713"><strong>La ricerca è ancora limitata.</strong> Rispetto ad altri microrganismi degradatori di plastica, gli studi su <em>Pestalotiopsis</em> restano relativamente pochi e si sono concentrati soprattutto sul comprendere i meccanismi più che sullo sviluppo di applicazioni su larga scala.</li>
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="34:1-34:188;4714-4901"><strong>I tempi e le scale.</strong> Degradare pellicole sottili in laboratorio in settimane è diverso dal trattare tonnellate di rifiuti compatti in tempi e costi compatibili con un impianto reale.</li>
</ul>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="36:1-36:147;4903-5049">Le idee più ambiziose — &#8220;campi di funghi&#8221; che digeriscono i rifiuti, integrazione nei compattatori, impiego in mare — restano per ora concettuali.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="38:1-38:39;5051-5089">Perché la scoperta resta importante</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="40:1-40:544;5091-5634">Pur con questi limiti, la <em>Pestalotiopsis microspora</em> ha un valore che <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/rete-di-funghi/" target="_blank" rel="noopener">va oltre il singolo fungo</a>. Ha dimostrato in modo concreto che in natura, e in particolare nella straordinaria biodiversità della foresta amazzonica, esistono organismi con strumenti enzimatici capaci di affrontare materiali che l&#8217;uomo considerava indistruttibili. Questo orienta la ricerca verso una strategia precisa: studiare gli enzimi coinvolti per poterli eventualmente potenziare, anche tramite ingegneria genetica, e cercare altri microrganismi con capacità simili.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="42:1-42:346;5636-5981">È anche un argomento a favore della tutela degli ecosistemi: la distruzione delle foreste tropicali rischia di cancellare soluzioni biologiche che nemmeno conosciamo ancora. La lotta alla plastica, in ogni caso, non potrà mai poggiare solo su un fungo: resta centrale la riduzione del consumo, il riciclo e una gestione responsabile dei rifiuti.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="44:1-44:27;5983-6009">FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="46:1-46:40;6011-6050">Cos&#8217;è la Pestalotiopsis microspora c.d. fungo mangia plastica?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="47:1-47:288;6051-6338">È un fungo endofita, cioè che vive all&#8217;interno dei tessuti delle piante, scoperto nella sua capacità di degradare la plastica da ricercatori dell&#8217;Università di Yale nel 2011, durante una spedizione nella foresta amazzonica dell&#8217;Ecuador. È noto per la capacità di nutrirsi di poliuretano.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="49:1-49:45;6340-6384">Che tipo di plastica riesce a degradare?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="50:1-50:210;6385-6594">Il poliuretano poliestere (PUR), una plastica usata in schiume isolanti, materassi, suole di scarpe, vernici e adesivi. Non degrada indistintamente tutti i tipi di plastica: è specializzato su questo polimero.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="52:1-52:47;6596-6642">Come fa un fungo a &#8220;mangiare&#8221; la plastica?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="53:1-53:254;6643-6896">Produce enzimi specifici, in particolare una serina idrolasi, che rompono i legami chimici del poliuretano. Il fungo usa poi il materiale degradato come fonte di carbonio, cioè come nutrimento, trasformandolo in molecole più semplici e materia organica.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="55:1-55:61;6898-6958">Può risolvere il problema dell&#8217;inquinamento da plastica?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="56:1-56:326;6959-7284">Non da solo e non ancora. I risultati provengono da test di laboratorio in condizioni controllate, difficili da replicare su scala industriale. Il fungo è inoltre specializzato su un solo tipo di plastica. È una scoperta promettente, ma la gestione della plastica richiede soprattutto riduzione, riciclo e politiche adeguate.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="58:1-58:67;7286-7352">Perché è speciale rispetto ad altri organismi mangia-plastica?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="59:1-59:213;7353-7565">Perché è in grado di degradare il poliuretano anche in assenza di ossigeno (condizioni anaerobiche), una caratteristica rara che lo renderebbe in teoria adatto agli ambienti poveri di ossigeno come le discariche.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="61:1-61:14;7567-7580">In breve</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="63:1-63:555;7582-8136">La <em>Pestalotiopsis microspora</em> è un fungo amazzonico che, come ha dimostrato uno studio di Yale del 2011, sa degradare il poliuretano trasformandolo in materia organica, persino senza ossigeno. È una delle scoperte più affascinanti nel campo della biodegradazione, ma va letta per quello che è: una prova di laboratorio dal grande potenziale, non una soluzione pronta all&#8217;inquinamento da plastica. Il suo valore più grande, forse, è ricordarci quante risposte la natura possa custodire — e quanto sia importante non distruggerle prima di averle comprese.</p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="67:1-67:266;8143-8408"><em>Fonte scientifica primaria: <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21764951/" target="_blank" rel="noopener">Russell J.R. et al., &#8220;Biodegradation of Polyester Polyurethane by Endophytic Fungi&#8221;,</a> Applied and Environmental Microbiology, 2011. L&#8217;articolo ha finalità divulgative; per approfondimenti tecnici si rimanda alla pubblicazione originale.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gillbert, il pesce robot mangia plastica (nato da un concorso pubblico)</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/pesce-robot-mangia-plastica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 10:10:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eco-invenzioni]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[microplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti e riciclo — se non esiste già un tag microplastiche]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=319980</guid>

					<description><![CDATA[I microplastici sono ovunque: nell&#8217;acqua che beviamo, nel pesce che portiamo in tavola, persino nel nostro sangue. E la cosa più frustrante è che, una volta finiti in mare, recuperarli è quasi impossibile: sono frammenti più piccoli di cinque millimetri che si infilano nelle fessure dei fondali, là dove nessun macchinario tradizionale riesce ad arrivare. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-319981 size-full" title="Pesce robot mangia plastica stampato in 3D che filtra microplastiche dall'acqua del mare" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-pesce-robot-mangia-plastica.webp" alt="pesce-robot-mangia-plastica" width="1536" height="1024" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-pesce-robot-mangia-plastica.webp 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-pesce-robot-mangia-plastica-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-pesce-robot-mangia-plastica-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-pesce-robot-mangia-plastica-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">I microplastici sono ovunque: nell&#8217;acqua che beviamo, nel pesce che portiamo in tavola, persino nel nostro sangue. E la cosa più frustrante è che, una volta finiti in mare, recuperarli è quasi impossibile: sono frammenti più piccoli di cinque millimetri che si infilano nelle fessure dei fondali, là dove nessun macchinario tradizionale riesce ad arrivare. Ma se a dare la caccia a quei frammenti fosse qualcosa di altrettanto piccolo, flessibile e silenzioso, qualcosa che nuota come un pesce? È esattamente l&#8217;idea da cui nasce il pesce robot mangia plastica, e il più affascinante di tutti ha un nome quasi affettuoso: <strong>Gillbert</strong>.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Gillbert, il pesce robot mangia plastica è nato da un concorso pubblico</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La storia di Gillbert ha qualcosa di romantico. Non è uscito da un laboratorio militare o da una startup miliardaria, ma dalla matita di una studentessa: Eleanor Mackintosh, all&#8217;epoca matricola di chimica all&#8217;<a class="underline underline underline-offset-2 decoration-1 decoration-current/40 hover:decoration-current focus:decoration-current" href="https://www.surrey.ac.uk/news/new-competition-could-bring-your-bio-inspired-robot-idea-life" target="_blank" rel="noopener">Università del Surrey</a>, nel Regno Unito, che aveva inviato il suo schizzo al primo Natural Robotics Contest, una competizione aperta al pubblico per progettare robot ispirati alla natura e utili al pianeta.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La sua intuizione era semplice e geniale al tempo stesso. Le branchie sono uno dei meccanismi più straordinari della natura, specializzate nel filtrare l&#8217;ossigeno dall&#8217;acqua: e se si adattasse quello stesso principio per filtrare, invece, i frammenti di plastica? Il progetto ha vinto, ed è stato trasformato in un prototipo reale dal team del dottor Robert Siddall, ideatore del concorso.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Come funziona un pesce robot mangia plastica</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il meccanismo imita il modo in cui un pesce vero respira. Mentre nuota, Gillbert apre la &#8220;bocca&#8221; e chiude le branchie per ingoiare l&#8217;acqua; poi richiude la cavità e riapre le branchie per filtrare e trattenere i microplastici al suo interno. Le particelle restano intrappolate in una sacca interna — il suo &#8220;stomaco&#8221; — che viene poi svuotata in appositi contenitori.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il risultato è <a href="https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/foglia-artificiale-carburante/" target="_blank" rel="noopener">una creatura artificiale</a> lunga circa quanto un piccolo salmone, stampata in 3D e — dettaglio curioso — che si illumina al buio. Il prototipo ha già dimostrato di saper raccogliere particelle minuscole in un lago britannico, anche se gli ingegneri puntano a renderlo più veloce e più &#8220;intelligente&#8221;. Forse l&#8217;aspetto più importante per chi studia l&#8217;inquinamento è un altro: oltre a raccogliere plastica, questo pesce robot fornisce dati su dove e in quali forme i microplastici si concentrano nell&#8217;acqua, informazioni preziose per orientare normative e interventi futuri.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">C&#8217;è poi un dettaglio che rende il progetto particolarmente vicino alla filosofia del saper vivere: il design è open source, e chiunque abbia accesso a una stampante 3D e qualche nozione di elettronica può costruirne uno. Non una tecnologia chiusa e proprietaria, ma un sapere condiviso.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Il cugino cinese: il robot grande quanto un&#8217;unghia</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Gillbert non è solo. Qualche anno prima, un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università di Sichuan, in Cina, aveva presentato sulla rivista scientifica <a class="underline underline underline-offset-2 decoration-1 decoration-current/40 hover:decoration-current focus:decoration-current" href="https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.nanolett.2c01375" target="_blank" rel="noopener">Nano Letters</a> un pesce robot di natura completamente diversa, pensato per le situazioni in cui le dimensioni contano davvero. Lungo appena 13 millimetri, questo micro-pesce non filtra l&#8217;acqua ma attrae le molecole dei microplastici facendole aderire al proprio corpo mentre nuota, un po&#8217; come una calamita.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">La parte affascinante è da dove nasce il materiale con cui è costruito. Il corpo si ispira alla madreperla, la sostanza resistente e flessibile che riveste l&#8217;interno delle conchiglie: una struttura stratificata che al microscopio ricorda un muro di mattoni, e che permette al robot di muovere la coda. Il materiale ha anche una proprietà sorprendente: è autorigenerante, capace cioè di ripararsi da solo in caso di piccoli tagli. E come si muove un robot così minuscolo? Grazie alla luce: puntando un laser sulla coda, il materiale si deforma e si piega, e ripetendo l&#8217;operazione il pesce nuota in tutte le direzioni, infilandosi proprio in quelle fessure dei fondali che restano off-limits per i macchinari più grandi.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Una soluzione, non <em>la</em> soluzione</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Davanti a <a href="https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/pale-eoliche-riciclabili/" target="_blank" rel="noopener">invenzioni così suggestive</a> è facile lasciarsi andare all&#8217;entusiasmo, ma vale la pena mantenere lo sguardo lucido. Questo tipo di pesce robot raccoglie i microplastici dove ormai si trovano: a valle del problema. Il vero nodo resta a monte — <a href="https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/pale-eoliche-riciclabili/" target="_blank" rel="noopener">un cambiamento di sistema</a> che impedisca alla plastica di arrivare in mare — perché ridurre gli scarti, smaltirli correttamente e fare informazione resta la base di tutto. Lo ricorda bene anche il programma ambientale delle Nazioni Unite, <a class="underline underline underline-offset-2 decoration-1 decoration-current/40 hover:decoration-current focus:decoration-current" href="https://www.unep.org/plastic-pollution" target="_blank" rel="noopener">UNEP</a>, nel suo lavoro sull&#8217;inquinamento da plastica.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È qui che entra in gioco il senso più profondo di questa storia. Ci voleva un pesce di plastica <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento-da-pfas/" target="_blank" rel="noopener">per ricordarci di non sporcare l&#8217;acqua</a> in cui i pesci veri devono vivere? Forse sì. Ma la buona notizia è che la tecnologia, quando nasce dall&#8217;ingegno di una studentessa e viene messa a disposizione di tutti, può diventare uno strumento concreto di consapevolezza. Il gesto più ecologico, intanto, resta quello di sempre: ridurre la plastica che usiamo ogni giorno, perché ogni frammento che non finisce in mare è un frammento che nessun pesce robot dovrà mai inseguire.</p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e divulgative. Le tecnologie descritte sono prototipi in fase di ricerca e sviluppo: i dati prestazionali si riferiscono a test di laboratorio o in ambienti controllati e non rappresentano soluzioni già operative su larga scala. Le informazioni sull&#8217;inquinamento da microplastiche hanno carattere generale e non sostituiscono il parere di fonti scientifiche e istituzionali specializzate.</em></p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<h2 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Domande frequenti (FAQ)</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>(H2 contenitore + H3 per ogni domanda)</em></p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Che cos&#8217;è il pesce robot mangia plastica Gillbert?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">
È un pesce robotico stampato in 3D, sviluppato all&#8217;Università del Surrey nel Regno Unito a partire dall&#8217;idea vincitrice del Natural Robotics Contest, ideata dalla studentessa Eleanor Mackintosh. Usa branchie artificiali per filtrare i microplastici dall&#8217;acqua mentre nuota, trattenendoli in una sacca interna.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Come fa un pesce robot a raccogliere i microplastici?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">
Esistono due approcci principali. Gillbert filtra l&#8217;acqua attraverso branchie artificiali, imitando la respirazione di un pesce vero. Il micro-robot sviluppato in Cina, invece, attrae le particelle di plastica facendole aderire al proprio corpo grazie a legami chimici, funzionando come una sorta di calamita.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Il pesce robot mangia plastica risolve davvero l&#8217;inquinamento dei mari?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">
No, non da solo. Questi dispositivi raccolgono i microplastici già dispersi nell&#8217;ambiente, ma il problema va affrontato soprattutto a monte, riducendo la produzione e la dispersione di plastica. Sono strumenti utili soprattutto per la raccolta mirata e per fornire dati sulla distribuzione dell&#8217;inquinamento.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Si può costruire un pesce robot mangia plastica in casa?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">
Il progetto di Gillbert è open source: i piani sono disponibili online e, in teoria, chiunque disponga di una stampante 3D e di conoscenze di base di elettronica può realizzarne una versione. Resta comunque un progetto sperimentale, pensato principalmente per scopi di ricerca e divulgazione.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Inquinamento da PFAS: la sentenza storica</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento-da-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 09:35:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[PFAS]]></category>
		<category><![CDATA[salut]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=319920</guid>

					<description><![CDATA[&#160; Per anni hanno bevuto, cucinato e irrigato i campi con un&#8217;acqua che sembrava normale. Solo più tardi centinaia di migliaia di persone, in un&#8217;ampia area del Veneto, hanno scoperto che quell&#8217;acqua conteneva inquinamento da PFAS, sostanze invisibili, persistenti e potenzialmente dannose. Quella vicenda è culminata in uno dei più importanti processi ambientali mai celebrati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-319922 size-full" title="Ambiente a confronto tra area non inquinata e are inquinata con PFAS" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/inquinamento-da-PFAS.webp" alt="inquinamento da PFAS" width="1536" height="1024" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/inquinamento-da-PFAS.webp 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/inquinamento-da-PFAS-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/inquinamento-da-PFAS-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/inquinamento-da-PFAS-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Per anni hanno bevuto, cucinato e irrigato i campi con un&#8217;acqua che sembrava normale. Solo più tardi centinaia di migliaia di persone, in un&#8217;ampia area del Veneto, hanno scoperto che quell&#8217;acqua conteneva inquinamento da PFAS, sostanze invisibili, persistenti e potenzialmente dannose. Quella vicenda è culminata in uno dei più importanti processi ambientali mai celebrati in Italia, e oggi torna al centro dell&#8217;attenzione grazie a un volume che ne propone una lettura a più voci. Ma per capire perché questo caso ci riguarda tutti — anche chi non vive in Veneto — conviene partire dall&#8217;inizio.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Inquinamento da PFAS: Cosa sono i PFAS detti &#8220;inquinanti eterni&#8221;</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><a href="https://www.efsa.europa.eu/it/topics/per-and-polyfluoroalkyl-substances-pfas" target="_blank" rel="noopener">PFAS</a> è la sigla che indica le sostanze perfluoroalchiliche, ovvero, un&#8217;ampia famiglia di composti chimici usati per decenni nell&#8217;industria per le loro proprietà impermeabilizzanti e antiaderenti: si trovano in rivestimenti, tessuti tecnici, imballaggi, schiume antincendio e molti altri prodotti. Il loro pregio industriale è anche il loro difetto ambientale: sono straordinariamente stabili. Per questo vengono soprannominati &#8220;inquinanti eterni&#8221; — non si degradano facilmente e possono restare nell&#8217;ambiente, e nel corpo umano, per moltissimo tempo.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">L&#8217;esposizione avviene soprattutto attraverso l&#8217;acqua potabile, ma anche tramite alcuni alimenti. E qui sta il problema dell&#8217;accumulo: alcuni PFAS permangono nell&#8217;organismo per anni, il che significa che anche un&#8217;esposizione passata può lasciare strascichi a lungo termine.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">I rischi per la salute per inquinamento da PFAS: cosa dice la scienza</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Le autorità sanitarie internazionali — <a href="https://www.efsa.europa.eu/it" target="_blank" rel="noopener">EFSA</a>, <a href="https://www.who.int/" target="_blank" rel="noopener">OMS</a>, <a href="https://chem.echa.europa.eu/" target="_blank" rel="noopener">ECHA</a> — riconoscono, sulla base di numerosi studi, un legame tra inquinamento da PFAS e diversi effetti sulla salute. Tra quelli più documentati ci sono l&#8217;aumento dei livelli di colesterolo nel sangue e alterazioni della risposta del sistema immunitario, ad esempio una ridotta efficacia della risposta ai vaccini. La valutazione scientifica è tuttora in evoluzione, con ricerche in corso su altri possibili effetti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Proprio per ridurre l&#8217;esposizione all&#8217;inquinamento da PFAS, nel 2020 l&#8217;EFSA ha fissato una soglia di sicurezza per quattro PFAS principali (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS): una dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo. Le fasce più vulnerabili, sottolinea l&#8217;EFSA, sono i bambini, e l&#8217;esposizione in gravidanza e allattamento è il principale fattore che contribuisce alla presenza di queste sostanze nei neonati. È bene chiarire un punto: questi sono dati generali sui PFAS come categoria, non una diagnosi individuale. Chi ha preoccupazioni specifiche legate alla propria salute o alla propria zona dovrebbe rivolgersi al medico e alle autorità sanitarie locali.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Il caso Veneto: una delle più estese contaminazioni d&#8217;Europa</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">L&#8217;inquinamento da PFAS in Veneto è considerato <strong>tra i più gravi del continente</strong>. La fonte principale è stata individuata negli scarichi industriali di un&#8217;azienda chimica di Trissino, in provincia di Vicenza, che per anni hanno riversato PFAS nell&#8217;ambiente, contaminando una delle più estese falde acquifere d&#8217;Europa e, attraverso la rete idrica, l&#8217;acqua di tre province: Vicenza, Verona e Padova.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Le dimensioni del problema sono notevoli. Secondo dati dell&#8217;Istituto Superiore di Sanità, circa 350.000 persone in Veneto sono risultate esposte a livelli critici di PFAS nell&#8217;acqua potabile, mentre l&#8217;ARPA regionale ha individuato decine di chilometri di falda contaminata. È in questo contesto che è nato il movimento delle &#8220;Mamme No PFAS&#8221;, diventato simbolo della battaglia civile per il diritto a un&#8217;acqua sicura.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Una sentenza storica (ma di primo grado)</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il 26 giugno 2025 la Corte d&#8217;Assise di Vicenza ha emesso una sentenza definita storica, la prima del suo genere in Europa. Al termine di un maxi-processo durato circa quattro anni, con oltre 130 udienze e centinaia di parti civili, la Corte ha riconosciuto reati gravissimi — tra cui il disastro ambientale doloso e l&#8217;avvelenamento delle acque — condannando in primo grado undici tra ex manager e dirigenti dell&#8217;azienda, con pene comprese tra 2 anni e 8 mesi e 17 anni e mezzo, mentre quattro imputati sono stati assolti. Sono stati inoltre disposti risarcimenti milionari a favore delle parti civili, tra cui le istituzioni pubbliche.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Un dettaglio fondamentale, da non dare per scontato: si tratta di una sentenza di <strong>primo grado</strong>. Significa che non è definitiva e potrà essere oggetto di appello: i successivi gradi di giudizio potranno confermare, modificare o ribaltare l&#8217;esito. Raccontare il caso con correttezza impone di ricordarlo, evitando di presentare come chiuso ciò che il percorso giudiziario non ha ancora concluso.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Perché questo caso ci riguarda tutti</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È qui che questo volume appena pubblicato offre uno spunto utile. <a href="https://www.lafeltrinelli.it/ambiente-impresa-salute-nella-sentenza-libro-vari/e/9788832247411" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Ambiente, impresa e salute nella sentenza PFAS. Dal rischio invisibile al giudizio penale&#8221;</a>, edito da <a href="https://www.theskillpress.it/" target="_blank" rel="noopener">The Skill Press</a> e firmato da <strong>Andrea Camaiora</strong>, <strong>Antonio Marcomini</strong>, <strong>Angelo Merlin</strong> e <strong>Andrea Sottani </strong>quattro autori provenienti da discipline diverse — comunicazione, chimica, diritto e idrogeologia — raccoglie gli interventi di un convegno promosso dall&#8217;<a href="https://www.unive.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Università Ca&#8217; Foscari di Venezia</strong></a>. La sua proposta è leggere il caso in modo interdisciplinare: non solo come una vicenda giudiziaria, ma come un intreccio di scienza, diritto, ambiente e comunicazione pubblica del rischio.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-319921 size-full" title="Copertina del libro &quot;Ambiente Impresa e Salute nella sentenza PFAS" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS.webp" alt="inquinamento da PFAS" width="1362" height="2042" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS.webp 1362w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS-200x300.webp 200w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS-683x1024.webp 683w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS-768x1151.webp 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/COPERTINA-PFAS-1025x1536.webp 1025w" sizes="(max-width: 1362px) 100vw, 1362px" /></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Ed è esattamente questo il motivo per cui la storia dei PFAS veneti supera i confini regionali. Da un lato mostra quanto possa essere lungo e difficile il cammino per ottenere giustizia su un danno ambientale e sanitario. Dall&#8217;altro racconta come la consapevolezza dei cittadini sui propri diritti, e l&#8217;attenzione delle imprese alla sostenibilità dei processi produttivi, siano cresciute proprio a partire da casi come questo. I PFAS, del resto, non sono un problema solo veneto: indagini indipendenti ne hanno rilevata la presenza in acque di numerose zone d&#8217;Italia, e la normativa europea e nazionale si sta progressivamente adeguando, con nuovi limiti per l&#8217;acqua potabile in vigore dal 2026.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Conoscere significa potersi tutelare. <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/acqua/acqua-trattata-con-polifosfati-si-puo-bere/" target="_blank" rel="noopener">Informarsi sulla qualità dell&#8217;acqua</a> della propria zona, consultando i dati del gestore idrico e delle autorità locali, è il primo gesto concreto di quel saper vivere che mette la consapevolezza al centro: perché la difesa dell&#8217;ambiente e quella della salute, come insegna il caso PFAS, sono in fondo la stessa cosa.</p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><em>Questo articolo ha finalità informative e divulgative. Le informazioni sui PFAS e sui loro effetti provengono da fonti istituzionali e scientifiche (EFSA, ISS, OMS, ECHA, ARPAV) e descrivono rischi generali della categoria, non condizioni individuali: non sostituiscono il parere di un medico o delle autorità sanitarie. I riferimenti al procedimento penale riguardano una sentenza di primo grado del 26 giugno 2025, non definitiva e suscettibile di impugnazione; vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Per informazioni sulla qualità dell&#8217;acqua della propria zona si rimanda ai gestori idrici e agli enti competenti.</em></p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold">Domande frequenti (FAQ)</h2>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Cosa sono i PFAS?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sono le sostanze perfluoroalchiliche, una vasta famiglia di composti chimici usati nell&#8217;industria per le loro proprietà impermeabilizzanti e antiaderenti. Sono chiamati &#8220;inquinanti eterni&#8221; perché molto stabili: non si degradano facilmente e possono persistere a lungo nell&#8217;ambiente e nel corpo umano.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Perché i PFAS sono pericolosi per la salute?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Le autorità sanitarie (EFSA, OMS, ECHA) riconoscono, sulla base di numerosi studi, un legame tra l&#8217;esposizione prolungata ai PFAS e alcuni effetti sulla salute, tra cui l&#8217;aumento del colesterolo e alterazioni del sistema immunitario. Le fasce più vulnerabili sono i bambini. La ricerca scientifica è ancora in evoluzione.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Cosa è successo con i PFAS in Veneto?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Gli scarichi di un&#8217;azienda chimica di Trissino (Vicenza) hanno contaminato per anni una vasta falda acquifera e l&#8217;acqua potabile di tre province (Vicenza, Verona, Padova). Secondo l&#8217;Istituto Superiore di Sanità, circa 350.000 persone sono state esposte a livelli critici. È una delle contaminazioni da PFAS più estese d&#8217;Europa.</p>
<h3 class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal"><strong>Come si è concluso il processo PFAS?</strong></h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il 26 giugno 2025 la Corte d&#8217;Assise di Vicenza ha condannato in primo grado per inquinamento da PFAS undici ex dirigenti aziendali i reati imputati riguardano il disastro ambientale doloso e l&#8217; avvelenamento delle acque. Si tratta però di una sentenza di primo grado, non definitiva e che potrà essere appellata nei successivi gradi di giudizio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le città più inquinate d’Italia</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/le-citta-piu-inquinate-ditalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Mar 2023 07:15:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[citta d'italia inquinate]]></category>
		<category><![CDATA[città inquinate]]></category>
		<category><![CDATA[città più inquinate d'italia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[legambiente]]></category>
		<category><![CDATA[pm10]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=183160</guid>

					<description><![CDATA[Il nuovo rapporto diffuso da Legambiente Nel 2022, 29 città su 95 hanno superato i limiti giornalieri di PM10. Le situazioni peggiori a Torino, Milano, Modena, Asti, Padova e Venezia che hanno registrato più del doppio degli sforamenti consentiti. Rispetto ai nuovi target europei previsti al 2030, situazione ancora più critica: fuorilegge il 76% delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-183161" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2023/03/piazza-vittorio-438449_1280.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2023/03/piazza-vittorio-438449_1280.jpg 1280w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2023/03/piazza-vittorio-438449_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2023/03/piazza-vittorio-438449_1280-1024x682.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2023/03/piazza-vittorio-438449_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></h3>
<h3>Il nuovo rapporto diffuso da Legambiente</h3>
<p><span id="more-183160"></span></p>
<p>Nel 2022, 29 città su 95 hanno superato i limiti giornalieri di <strong>PM10</strong>. Le situazioni peggiori a Torino, Milano, Modena, Asti, Padova e Venezia che hanno registrato più del doppio degli sforamenti consentiti.</p>
<p>Rispetto ai nuovi target europei previsti al 2030, situazione ancora più critica: fuorilegge il 76% delle città per il PM10, l’84% per il PM2.5 e il 61% per l’NO2.</p>
<p>L’emergenza smog nelle città italiane è un problema sempre più pressante. Secondo il nuovo <strong>report di Legambiente </strong><strong>“</strong><a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Rapporto_Malaria_2023.pdf?_gl=1*1087adb*_up*MQ..*_ga*MTMzNDkzNjgyOC4xNjc3NzUyODQ4*_ga_LX7CNT6SDN*MTY3Nzc1Mjg0NS4xLjAuMTY3Nzc1Mjg0NS4wLjAuMA.." target="_blank" rel="noopener">Mal Aria di città. Cambio di passo cercasi</a><strong>”</strong>, redatto e pubblicato nell’ambito della <a href="https://italy.cleancitiescampaign.org/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Clean Cities Campaign</strong></a>, i livelli di inquinamento atmosferico in molte città sono ancora troppo alti e lontani dai limiti normativi, più stringenti, previsti per il 2030.</p>
<p>Il report ha messo in evidenza <strong>i dati del 2022</strong> nei capoluoghi di provincia, sia per quanto riguarda i livelli delle <strong>polveri sottili</strong> (PM10, PM2.5) che del <strong>biossido di azoto</strong> (NO2). In sintesi, infatti, sono ben <strong>29 città delle 95 monitorate</strong>, che hanno superato gli attuali limiti normativi per gli sforamenti di PM10 (35 giorni all’anno con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo):</p>
<ul>
<li><strong>Torino (Grassi) si piazza al primo posto con 98 giorni di sforamento,</strong></li>
<li><strong>Milano (Senato) con 84,</strong></li>
<li><strong>Asti (Baussano) 79,</strong></li>
<li><strong>Modena (Giardini) 75,</strong></li>
<li><strong>Padova (Arcella), </strong></li>
<li><strong>Venezia (Tagliamento) con 70. </strong></li>
</ul>
<h4><strong>Queste città hanno di fatto doppiato il numero di sforamenti consentiti.</strong></h4>
<p><em>“L’inquinamento atmosferico non è solo un problema ambientale, ma anche un problema sanitario di grande importanza”, </em><strong>dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente</strong><em>. “In Europa, è la prima causa di morte prematura dovuta a fattori ambientali e l’Italia registra un triste primato con più di 52.000 decessi annui da PM2.5, pari a 1/5 di quelli rilevate in tutto il continente. È necessario agire con urgenza per <strong>salvaguardare la salute dei cittadini, introducendo politiche efficaci ed integrate</strong> che incidano sulle diverse fonti di smog, dalla mobilità al riscaldamento degli edifici, dall’industria all’agricoltura. In ambito urbano è fondamentale la promozione di azioni concrete sulla mobilità sostenibile attraverso <strong>investimenti importanti sul trasporto pubblico, il ridisegno dello spazio cittadino con pedonalizzazioni e zone 30, politiche di promozione dell’uso delle due ruote in sicurezza</strong>, la diffusione delle reti di ricarica dei mezzi elettrici, facilitando la scelta di ridurre fortemente l’uso dell’auto privata. Chiediamo al Governo, alle Regioni e ai Comuni, di mettere in campo azioni coraggiose per creare città più pulite e sicure. La salute è un diritto fondamentale che non può essere compromesso”.</em></p>
<p><strong><em>Luna Riillo</em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cancro e inquinamento atmosferico</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/cancro-e-inquinamento-atmosferico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 17:05:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[cancro]]></category>
		<category><![CDATA[cancro e inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[cancro e inquinamento atmosferico]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[province italiane più a rischio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=172424</guid>

					<description><![CDATA[Nello studio sono state individuate le province italiane più a rischio I tumori sono oggi la seconda causa di morte al mondo dopo le malattie cardiovascolari. Durante gli ultimi decenni di ricerca sul cancro, lo stile di vita e alcuni fattori casuali e genetici come l’obesità, l’alcolismo, il fumo, le abitudini sedentarie sono state collegate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-172425" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/11/cancro-inquinamento.jpg" alt="" width="1280" height="851" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/11/cancro-inquinamento.jpg 1280w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/11/cancro-inquinamento-300x199.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/11/cancro-inquinamento-1024x681.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/11/cancro-inquinamento-768x511.jpg 768w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></h3>
<h3>Nello studio sono state individuate le province italiane più a rischio</h3>
<p><span id="more-172424"></span></p>
<p>I tumori sono oggi la <strong>seconda causa di morte al mondo dopo le malattie cardiovascolari</strong>. Durante gli ultimi decenni di ricerca sul cancro, lo stile di vita e alcuni fattori casuali e genetici come l’obesità, l’alcolismo, il fumo, le abitudini sedentarie sono state collegate allo sviluppo dei tumori e al tasso di mortalità.</p>
<p>Ma anche essendo collegati allo sviluppo dei carcinomi, non ne sono cause scatenanti: gli studi hanno dimostrato come vi sia un consenso emergente sul fatto che <strong>l&#8217;inquinamento ambientale dovrebbe essere considerato uno dei principali fattori scatenanti</strong>.</p>
<p>In questo studio dettagliato su scala nazionale che non ha precedenti, dal titolo “<em>The spatial association between environmental pollution and long-term cancer mortality in Italy</em>” condotto dall’Università Alma Mater Studiorum di Bologna e dall’Università degli studi di Bari, il Cnr e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e pubblicato sulla rivista <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969722055383" target="_blank" rel="noopener">Science of the Total Environment</a>, sono stati analizzati i <strong>legami tra mortalità data dal cancro, fattori socio-economici e fonti di inquinamento ambientale in Italia</strong>, sia a livello regionale che nazionale, utilizzando l’IA.</p>
<h4>I risultati dello studio</h4>
<p>Nel complesso è stato osservato che la mortalità per cancro non ha una distribuzione casuale o spaziale e <strong>supera la media nazionale soprattutto quando l&#8217;inquinamento ambientale è più alto</strong>, nonostante le abitudini di vita più sane.</p>
<p>Sono state analizzate 35 fonti ambientali di inquinamento e l’analisi ha dimostrato che al primo posto per quanto riguarda la lotta alla mortalità data dal cancro vi è la qualità dell’aria, seguita da aree da bonificare, aree urbane e densità dei veicoli a motore.</p>
<p>Altre fonti ambientali di inquinamento si sono dimostrate rilevanti per la mortalità di alcuni tipi specifici di cancro. Ad esempio, la qualità dell’aria e l’uso di pesticidi possono essere collegate all’aumento di mortalità per i tumori che interessano l’apparato gastrointestinale; l’aumento delle aree urbane invece ai tumori che interessano il sistema respiratorio.</p>
<p><strong>Le province più a rischio</strong></p>
<p>Su 107 province italiane, <strong>al primo posto si trova quella di Lodi</strong> seguita da Napoli, Bergamo, Pavia, Sondrio, Cremona, Gorizia, Caserta, Brescia e Piacenza. Il centro Italia vede al primo posto Viterbo (11°) seguita da Roma (18°), mentre al sud Napoli è seguita solo da Caserta (8°) nella classifica delle prime dieci città con alto tasso di mortalità per tumore.</p>
<p>Alla luce di questi risultati allarmanti, il gruppo di studio ha richiesto una riorganizzazione delle priorità della ricerca e della cura sul cancro che consideri la <strong>riduzione e la prevenzione della contaminazione ambientale </strong>come un&#8217;azione prioritaria da attuare nella dura lotta contro il cancro.</p>
<p><strong><em>Luna Riillo</em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Emissioni di gas serra in crescita</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/emissioni-di-gas-serra-in-crescita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Oct 2022 07:59:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni gas serra]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni in crescita]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[livelli gas serra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=166027</guid>

					<description><![CDATA[Chi sono i principali responsabili? La World Meteorological Organization ha pubblicato un report che analizza l’impatto dei gas a effetto serra, le temperature globali, le previsioni climatiche e i punti critici, i cambiamenti climatici urbani, gli impatti meteorologici estremi. Proveniamo da una settimana molto allarmante da questo punto di vista, date le prove di devastazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-166028" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/10/emissioni-gas-serra.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/10/emissioni-gas-serra.jpg 1280w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/10/emissioni-gas-serra-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/10/emissioni-gas-serra-1024x682.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/10/emissioni-gas-serra-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></h3>
<h3>Chi sono i principali responsabili?</h3>
<p><span id="more-166027"></span></p>
<p>La <em>World Meteorological Organization</em> ha pubblicato un <a href="https://public.wmo.int/en/media/press-release/united-science-we-are-heading-wrong-direction" target="_blank" rel="noopener">report</a> che analizza l’impatto dei gas a effetto serra, le temperature globali, le previsioni climatiche e i punti critici, i cambiamenti climatici urbani, gli impatti meteorologici estremi. Proveniamo da una settimana molto allarmante da questo punto di vista, date <strong>le prove di devastazione che l’Uragano Ian ha lasciato in Florida</strong>, con tanti decessi e molti abitanti che hanno perso tutto.</p>
<p>Lo studio, <em>United in Science</em>, mostra come <strong>le emissioni di gas serra hanno continuato ad aumentare toccando livelli record</strong>. Le emissioni di combustibili fossili sono ora <strong>al di sopra dei livelli pre-pandemici</strong> dopo un calo temporaneo a causa di blocchi.</p>
<p>I primi dati del 2022 forniscono un quadro allarmante, indicando che, rispetto allo stesso periodo del 2019, le emissioni (soprattutto di anidride carbonica, metano e ossido di diazoto) sono aumentate dell’1,2%. <strong>I responsabili principali di questo fenomeno sono USA, India e UE</strong>.</p>
<h4>Per riuscire ad essere in linea con l’obiettivo di 1,5° degli Accordi di Parigi, è necessario ridurre di sette volte le emissioni entro il 2030.</h4>
<p><strong>Gli ultimi sette anni sono stati i più caldi mai registrati</strong>. Esiste una probabilità del 48% che, durante almeno un anno nei prossimi 5, la temperatura media annuale sia temporaneamente di 1,5 ° superiore alla media del 1850-1900. Con l&#8217;aumento del riscaldamento globale, non si possono escludere &#8220;punti critici&#8221; nel sistema climatico.</p>
<p>Le città che ospitano miliardi di persone e sono responsabili fino al 70% delle emissioni causate dall&#8217;uomo dovranno <strong>affrontare un impatto socioeconomico crescente</strong>. Le popolazioni più vulnerabili soffriranno di più, afferma il rapporto che fornisce esempi di condizioni meteorologiche estreme in diverse parti del mondo quest&#8217;anno.</p>
<p>Il segretario generale delle Nazioni Unite, <strong>Antonio Guterres</strong> ha affermato “<em>Alluvioni, siccità, ondate di calore, tempeste estreme, incendi, si stanno intensificando, superando record con una frequenza allarmante. Ondate di calore in Europa. Alluvioni gigantesche in Pakistan. Prolungate e intense siccità in Cina, Corno d&#8217;Africa e Stati Uniti. Non c&#8217;è niente di naturale nella portata di questi disastri. Sono il prezzo della dipendenza dell&#8217;umanità dai combustibili fossili</em>”.</p>
<p>Nel giugno e nel luglio 2022 <strong>l’Europa è stata colpita da due ondate di calore e siccità</strong>. Il Portogallo ha raggiunto un nuovo record nazionale, toccando i 47° e per la prima volta nella storia il Regno Unito ha superato i 40°. Le ondate hanno causato morti e anche ingenti problematiche sociali e perdite economiche.</p>
<p>Quello che rimane da fare, per i governi, è <strong>collaborare per cercare di mantenere le temperature al di sotto della soglia critica</strong> e di limitare i danni che i cambiamenti climatici stanno già mettendo in atto.</p>
<p><strong><em>Luna Riillo</em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’enzima che annienta la plastica</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/lenzima-che-annienta-la-plastica/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/lenzima-che-annienta-la-plastica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 11:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Enzima]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[pet]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=147944</guid>

					<description><![CDATA[Una soluzione dal Texas grazie alla degradazione enzimatica Dall’Università di Austin in Texas arrivano buone notizie dal punto di vista del riciclaggio della plastica PET, uno tra gli inquinanti al momento più diffusi e dannosi per il nostro ambiente. Uno studio sugli enzimi portato avanti dal 2016 e perfezionato negli ultimi anni è giunto ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-147946" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/05/bottles-4276208_1280.jpg" alt="enzima che mangia la plastica" width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/05/bottles-4276208_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/05/bottles-4276208_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/05/bottles-4276208_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3 align="justify">Una soluzione dal Texas grazie alla degradazione enzimatica</h3>
<p><span id="more-147944"></span></p>
<p align="justify">Dall’Università di Austin in Texas arrivano buone notizie dal punto di vista del <b>riciclaggio della plastica PET</b>, uno tra gli inquinanti al momento più diffusi e dannosi per il nostro ambiente.</p>
<p align="justify">Uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-022-04599-z.epdf?sharing_token=5XlYwFDtlQdDLQdqeiQMRNRgN0jAjWel9jnR3ZoTv0PeM6vTlVbebxCLhUAccDhih8V4_cqS0rGjHMFDcwcLPtRqRG7a4SzI_TNf5e7AUCk8fU2iwMBNodl5-TA3mvje4F9E4aJ0cZHAtU1kxdiB0teEi1rJU6FYU_cA9NgTKieXVhV12dxyGsjcKK1rc8YgruAtUPEaRjieD9UYKDXJc0QGIytEZAwk12DJhccEtqWu8o-t_b8eD30FnxXc3ibg7-Vzht5t-pOGypJd1MGE08c0mU5cQmhO1kNN-1wV2nGEqpbhQhFsSjQW_Sm4UlTY&amp;tracking_referrer=www.repubblica.it" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a> sugli enzimi portato avanti dal 2016 e perfezionato negli ultimi anni è giunto ad un punto di svolta, grazie al quale la <b>possibilità di riuscire a smaltire e riutilizzare correttamente i rifiuti plastici di tipo PET sembra concretizzarsi</b> sempre di più. Il problema del Polietilene Tereftalato (PET) risiede nella sua longevità. Infatti se da un lato la durabilità di questo materiale può essere considerata un punto di forza mentre viene utilizzato come un prodotto, il rovescio della medaglia è che una volta terminato il suo utilizzo si trasforma in un rifiuto che difficilmente può essere smaltito in modo naturale dall’ambiente, perché i legami delle molecole che compongono il PET sono strutturati per durare e non sciogliersi.</p>
<h4 align="justify">Ed è proprio qui che entra in gioco questa nuova risorsa, un enzima più precisamente.</h4>
<p align="justify">Si tratta di un processo chimico detto <b>degradazione enzimatica</b>, e permette di scomporre la plastica e rimodellarla completamente, ottenendo un prodotto di ottima qualità.</p>
<p align="justify">In questo modo si andrà a creare un’economia circolare del PET, in grado di prendere gli scarti e reimmetterli nel mercato sotto forma di un nuovo prodotto completamente rimodellato, evitando di accumulare quantità esagerate di rifiuti dovuti all’ormai obsoleto concetto di usa e getta.</p>
<h4 align="justify">Ma andiamo a vedere come funziona questo processo.</h4>
<p align="justify">Lo studio evidenzia come grazie ad un enzima in grado di scomporre i polimeri della plastica in una semplice molecola, <b>gli scarti in PET vengono letteralmente mangiati e scomposti nell’arco di massimo 48 ore</b>, per essere poi riforgiati e riutilizzati, invece di finire dispersi nell’ambiente.</p>
<p align="justify">Scoperto nel 2016, questo enzima è stato ora perfezionato grazie anche all’impiego di un algoritmo migliorato all’università di Austin che permette gli di svolgere correttamente la sua funzione di <b>mangia-plastica già alle basse temperature</b>, tra i 30 e i 50 gradi, permettendo così un grande risparmio di energia durante il processo. Cosa fino a poco tempo fa impossibile.</p>
<p align="justify">Questo metodo è ora pronto per essere applicato su scala industriale e permetterà di abbreviare di tantissimo i tempi necessari per il naturale smaltimento dei rifiuti plastici che, altrimenti, impiegherebbero migliaia di anni per deteriorarsi completamente, e promette di riuscire a smaltire la plastica che dagli anni 60 si sta accumulando in ogni angolo del nostro pianeta.</p>
<p align="justify"><em><strong>Luna Riillo</strong></em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/lenzima-che-annienta-la-plastica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>18</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Microplastiche nei polmoni</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/microplastiche-nei-polmoni/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/microplastiche-nei-polmoni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 09:21:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[effetti delle microplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[microplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[microplastiche nei polmoni]]></category>
		<category><![CDATA[polmoni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=145327</guid>

					<description><![CDATA[Trovate per la prima volta microplastiche nei polmoni umani Dopo essere state rintracciate in frutta e verdura, nella cacca dei bambini, nella pioggia, negli oceani e nei fiumi, nel suolo, nel sangue umano e nella placenta di donne incinta, le microplastiche sono arrivate anche nei polmoni. Le microplastiche sono da intendere come delle particelle plastiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-145328" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/04/eco-friendly-plastic-2619717_1280.jpg" alt="microplastiche nei polmoni" width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/04/eco-friendly-plastic-2619717_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/04/eco-friendly-plastic-2619717_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/04/eco-friendly-plastic-2619717_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3 align="justify">Trovate per la prima volta microplastiche nei polmoni umani</h3>
<p><span id="more-145327"></span></p>
<p align="justify">Dopo essere state rintracciate in <a href="https://www.ecoseven.net/alimentazione/quando-insieme-a-mele-e-carote-mangiamo-anche-la-plastica/">frutta e verdura</a>, nella<a href="https://www.ecoseven.net/alimentazione/bambini/cosa-ce-nella-cacca-dei-bambini/"> cacca dei bambini</a>, nella <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/plastica-come-se-piovesse/">pioggia</a>, negli oceani e <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/animali/uccelli-di-fiume-e-microplastiche/">nei fiumi</a>, nel suolo, nel sangue umano e nella placenta di donne incinta, <b>le microplastiche sono arrivate anche nei polmoni</b>.</p>
<p align="justify">Le microplastiche sono da intendere come delle particelle plastiche che si possono misurare fra 1 e 5 mm, che in base a studi recenti, sono state trovate nella maggior parte delle superfici ambientali sia esterne che interne, come le abitazioni o gli spazi di lavoro e anche in cibi e nell’acqua che ingeriamo quotidianamente.</p>
<p align="justify">La scoperta, realizzata da un gruppo di studio del Regno Unito, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969722020009#" target="_blank" rel="noopener noreferrer">disponibile online su Science Direct</a>, è preoccupante, perché tracce di micro pezzi di plastica sono stati trovati anche nella parte più profonda del tratto polmonare. In base a questi risultati sembrerebbe che l’organo non abbia la capacità di filtrare queste particelle.</p>
<p align="justify">In passato, studi su persone decedute e sottoposte ad autopsia, avevano <b>segnalato la presenza di microplastiche nelle vie respiratorie</b>. Come segnalato sul <a href="https://www.theguardian.com/environment/2022/apr/06/microplastics-found-deep-in-lungs-of-living-people-for-first-time" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian</a> nel 2021 uno studio su 20 cadaveri in Brasile aveva rilevato le particelle in 13 corpi, mentre un altra ricerca condotta nel 1998 su pazienti affetti da cancro ai polmoni aveva intercettato plastica e fibre vegetali (come il cotone) in più di 100 soggetti.</p>
<p align="justify">Lo studio recente è stato affrontato su tredici pazienti, che dovevano subire un’operazione, e le microplastiche sono state trovate nei tessuti polmonari di undici di essi.</p>
<p align="justify">Le tipologie di particelle di plastica più diffuse sono state il <b>polipropilene</b>, che viene impiegato per realizzare imballaggi e il <b>PET</b> (polietilene tereftalato) usato per produrre bottiglie di plastica e moltissimi altri prodotti.</p>
<p align="justify">Nella ricerca, il team non avanza ipotesi sulla pericolosità eventuale delle microplastiche, ma si concentra soltanto sui dati riscontrati, fornendo però una base molto solida su cui incentrarsi per continuare gli studi sull’eventuale tossicità di queste particelle per la salute umana.</p>
<p align="justify"><i>Luna Riillo</i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/microplastiche-nei-polmoni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Che sacchetto usi?</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/che-sacchetto-usi/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/ambiente/che-sacchetto-usi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Feb 2022 07:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[quale sacchetti usare]]></category>
		<category><![CDATA[sacchetti green]]></category>
		<category><![CDATA[sacchetto della spesa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=136466</guid>

					<description><![CDATA[I sacchetti “green” non sempre lo sono davvero Negli ultimi periodi il servizio della “spesa a casa” soprattutto nelle grandi città è aumentato in modo esponenziale. La maggior parte delle persone però si reca ancora al supermercato per fare la spesa e utilizzando ovviamente dei sacchetti per contenerla. Alcuni usano le borse in tela acquistate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-136467" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/02/cart-6164635_1280.jpg" alt="sacchetto spesa" width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/02/cart-6164635_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/02/cart-6164635_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/02/cart-6164635_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3 align="justify">I sacchetti “green” non sempre lo sono davvero</h3>
<p><span id="more-136466"></span></p>
<p align="justify">Negli ultimi periodi il servizio della “spesa a casa” soprattutto nelle grandi città è aumentato in modo esponenziale. La maggior parte delle persone però si reca ancora al supermercato per fare la spesa e utilizzando ovviamente dei sacchetti per contenerla.</p>
<p align="justify">Alcuni usano le borse in tela acquistate al supermercato che permettono di essere sempre riutilizzate. Altri utilizzano sacchetti in iuta o in poliestere o ancora i più classici in cotone.</p>
<p align="justify">Se invece andate senza sacchetti, il supermercato vi propone (a pagamento) quelli compostabili, che spesso riutilizziamo per la raccolta differenziata dell’umido.</p>
<h4 align="justify"><b>Quanto inquinano i sacchetti che utilizziamo?</b></h4>
<p align="justify">Prendiamo come esempio i<strong> sacchetti compostabili</strong>, quelli che ci danno alla cassa del Super.</p>
<p align="justify">Le emissioni di Co2 durante le diverse fasi del ciclo di vita di questi sacchetti hanno un indice pari a 1, cioè poco inquinante.</p>
<p align="justify">Il suo prezzo si aggira tra i 0,08 e i 0,10 euro/cent. Terremo dunque questa tipologia come “<i>riferimento</i>”.</p>
<p align="justify">I <strong>sacchetti in polipropilene</strong>, costano da 0.70 cent a 1 euro. Servirebbe dai 3 ai 6 utilizzi per avere un impatto equivalente a quello di riferimento.</p>
<p align="justify">Gli effetti nocivi per la salute umana sono fino a 2 volte maggiori a quello compostabile.</p>
<p align="justify">I <strong>sacchetti in cotone</strong> costano tra gli 80 centesimi e i 4 euro. Servirebbe dai 155 ai 239 utilizzi per avere un impatto equivalente a quello di riferimento.</p>
<p align="justify">Gli effetti nocivi per la salute umana superano le 200 volte quello compostabile.</p>
<p align="justify">I <strong>sacchetti di carta</strong> costano tra i 10 centesimi e i 90 centesimi. Servirebbe dai 4 ai 5 utilizzi per avere un impatto equivalente a quello di riferimento.</p>
<p align="justify">Gli effetti nocivi per la salute umana sono fino a una volta e mezzo maggiori a quello compostabile.</p>
<p align="justify">I <strong>sacchetti in poliestere</strong> costano tra i 50 centesimi e i 2 euro. Servirebbe dai 2 ai 5 utilizzi per avere un impatto equivalente a quello di riferimento.</p>
<p align="justify">Gli effetti nocivi per la salute umana sono fino a 2 volte maggiori a quello compostabile, ma inferiori a 1 con quelli riciclati.</p>
<p align="justify">I <strong>sacchetti di iuta</strong> infine costano tra i 2 e i 3 euro. Servirebbe dai 45 agli 85 utilizzi per avere un impatto equivalente a quello di riferimento.</p>
<p align="justify">Gli effetti nocivi per la salute umana sono tra le 20 e le 35 volte maggiori a quello compostabile.</p>
<h4 align="justify"><b>I consigli per diminuire l’inquinamento</b></h4>
<p align="justify">Una volta appresi i dati e scoperto quanto possono inquinare i vari sacchetti che utilizziamo quotidianamente, il consiglio che vi diamo per inquinare di meno è ovviamente <strong>usare i sacchetti in tela in modo da non acquistarne altri</strong> evitandone così il consumo e di conseguenza una maggiore produzione.</p>
<p align="justify">La seconda scelta ricade sul <strong>sacchetto compostabile</strong>: è vero spesso si rompono perché molto fragili ma con questi siamo certi che <strong>l’impatto ambientale è quasi praticamene azzerato</strong>.</p>
<p align="justify">Tutti gli altri sarebbe meglio evitarli.</p>
<p align="justify"><em><strong>D.T.</strong></em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/ambiente/che-sacchetto-usi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>13</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gas serra: la responsabilità del settore zootecnico</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/gas-serra-la-responsabilita-del-settore-zootecnico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 10:14:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[gas serra]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[rilascio di gas serra]]></category>
		<category><![CDATA[settore zootecnico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=121834</guid>

					<description><![CDATA[Secondo un nuovo rapporto degli animalisti, 20 aziende zootecniche inquinano più di Gran Bretagna, Francia o Germania Cosa produce il 14,5% delle emissioni di gas serra nel mondo? Il settore zootecnico. The Guardian racconta che, secondo l&#8217;inchiesta Meat Atlas – compilata da Friends of the Earth e della fondazione Heinrich Böll Stiftung –, tra il 2015 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: left;" align="center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-121836" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/10/chickens-2522623_1280.jpg" alt="settore zootecnico" width="800" height="534" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/10/chickens-2522623_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/10/chickens-2522623_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/10/chickens-2522623_1280-768x513.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3 style="text-align: left;" align="center"><strong>Secondo un nuovo rapporto degli animalisti, 20 aziende zootecniche inquinano più di Gran Bretagna, Francia o Germania</strong></h3>
<p><span id="more-121834"></span></p>
<p align="justify">Cosa produce il 14,5% delle emissioni di gas serra nel mondo? Il settore zootecnico.</p>
<p align="justify"><a href="https://www.theguardian.com/environment/2021/sep/07/20-meat-and-dairy-firms-emit-more-greenhouse-gas-than-germany-britain-or-france" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian</a> racconta che, secondo <a href="https://friendsoftheearth.eu/wp-content/uploads/2021/09/MeatAtlas2021_final_web.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">l&#8217;inchiesta</a> Meat Atlas – compilata da <a href="https://www.foei.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Friends of the Earth</a> e della fondazione <a href="https://www.boell.de/de" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Heinrich Böll Stiftung</a> –, tra il 2015 e il 2020 circa 2.500 banche, fondi pensione e società di investimento hanno finanziato aziende che si occupano di carne e prodotti lattiero-caseari a livello globale per un importo di 478 miliardi di dollari.</p>
<h4 align="justify">Con questo livello di sostegno finanziario, 20 aziende zootecniche hanno finito per essere più inquinanti di Gran Bretagna, Francia o Germania.</h4>
<p align="justify">Oltretutto, le previsioni stimano che la produzione di carne è destinata a crescere di altri 40 milioni di tonnellate all&#8217;anno entro il 2029, fino a raggiungere 366 milioni di tonnellate di carne all&#8217;anno – i maggiori produttori di carne sono Cina, Brasile, Stati Uniti e alcuni membri dell&#8217;Unione europea, ma anche i paesi in via di sviluppo stanno iniziando a fare la loro parte.</p>
<p align="justify"><strong>Il pollame è la fetta di mercato che sta aumentando più rapidamente</strong>: gli esperti prevedono che rappresenterà il 41% di tutte le proteine ​​della carne a livello globale entro il 2030.</p>
<p align="justify">Come ha spiegato su The Guardian <strong>l&#8217;attivista per l&#8217;alimentazione e l&#8217;agricoltura Stanka Becheva, che lavora con Friends of the Earth</strong>, &#8220;<em>questo sistema alimentare incentrato sulle proteine ​​animali sta avendo un impatto devastante sul clima, sulla biodiversità e sta effettivamente danneggiando le persone in tutto il mondo</em>&#8220;, &#8220;<em>dobbiamo iniziare a ridurre il numero di animali da cibo sul pianeta e incentivare diversi modelli di consumo</em>&#8220;.</p>
<p align="justify">Anche le normative sull&#8217;industria della carne devono essere rafforzate &#8220;<em>per assicurarsi che le aziende paghino per i danni che hanno creato lungo tutta la catena di approvvigionamento e per ridurre al minimo ulteriori danni</em>&#8220;.</p>
<p align="justify">Sempre secondo quanto riportato da The Guardian, <strong>Paolo Patruno, vicesegretario generale dell&#8217;Associazione europea per l&#8217;industria della lavorazione della carne</strong>, ha invece minimizzato il ruolo di questa industria nelle emissioni, dicendo che nessun settore alimentare è più o meno sostenibile di un altro, ma che comunque si impegneranno a &#8220;<em>rendere la produzione di proteine ​​animali più sostenibile</em>&#8220;.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
