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**Roma: processo ‘talpa’ Clodio, presidenza Consiglio e ministero Giustizia parti civili**

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Roma, 7 giu. (Adnkronos) – La Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero della Giustizia saranno parti civili nel processo che si è aperto davanti ai giudici dell’ottava sezione penale nei confronti di Camilla Marianera, la praticante avvocato finita in carcere a Roma insieme al suo compagno Jacopo De Vivo con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

I due sono accusati dai pm capitolini, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, che hanno chiesto e ottenuto il giudizio immediato, di avere ‘venduto’ in cambio di ‘mazzette’, notizie coperte dal segreto istruttorio. De Vivo ha optato, invece, per il rito abbreviato. Oggi i giudici hanno ammesso le prove richieste e nella prossima udienza, in programma per il 3 luglio, verrà conferito l’incarico per la trascrizione delle intercettazioni e sarà sentito il primo teste del pm, il responsabile dell’ufficio intercettazioni della Procura di Roma.

Secondo l’atto d’accusa dei pm, dal 2021 al dicembre scorso, Marianera, oggi presente in aula, e il compagno ”erogavano utilità economiche a un pubblico ufficiale allo stato ignoto, appartenente agli uffici giudiziari di Roma e addetto all’ufficio intercettazioni, perché ponesse in essere atti contrari ai doveri del suo ufficio, consistenti nel rilevare l’esistenza di procedimenti penali coperti dal segreto, l’esistenza di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, atti remunerati mediamente nella misura di 300 euro a richiesta’’.

Lo scorso marzo il tribunale del Riesame ha confermato il carcere per Marianera (De Vivo aveva rinunciato al ricorso) non accogliendo l’istanza del difensore. La praticante avvocato, nel corso del suo interrogatorio si era avvalsa della facoltà di non rispondere dichiarando però che nei dialoghi intercettati aveva ‘’millantato’’ e che non aveva rapporti con alcun pubblico ufficiale nell’ufficio intercettazioni e che non aveva mai ricevuto e consegnato soldi.

Per i giudici del Riesame invece gli elementi in possesso di Marianera erano estremamente precisi e ‘riservati’, in particolare in relazione al funzionamento del programma utilizzato nella sala intercettazioni. La praticante avvocato riferiva, secondo quanto contenuto negli atti all’inchiesta, che quando l’intercettazione, i servizi ocp, di osservazione telematica erano terminati nel sistema veniva inserito il termine “cessato” che, dal programma, viene evidenziato con il colore rosso.

Un elemento conosciuto però, secondo quanto emerso dalle indagini, solo dalle persone interne all’ufficio intercettazioni e in uso esclusivo in procura a Roma, essendo stato, a suo tempo, ideato proprio da un appartenente all’ufficio. Un programma di intercettazione installato solo su quattro computer non inseriti nella rete interna della Procura nella zona front office e in un ufficio attiguo, non aperti agli avvocati o a loro delegati.

Nel motivare la loro decisione i giudici del Riesame sottolineano come le circostanze confermino i diversi dialoghi intercettati e dimostrino come la praticante avvocato abbia avuto effettivamente accesso ad informazioni riservate che non avrebbe potuto avere se non da un pubblico funzionario interno all’ufficio intercettazioni.

Nel confermare il carcere il Riesame sottolinea l’estrema gravità dei fatti, il contesto emerso dalle indagini definito inquietante e il ricorso dell’indagata con abitualità e naturalezza a canali “alternativi”, a sistemi corruttivi capaci di incidere sulle indagini, fino a comprometterle.

L’inchiesta prosegue e punta a individuare la ‘talpa’ che dall’ufficio intercettazioni di piazzale Clodio passava informazioni coperte da segreto d’ufficio alla praticante avvocato e al suo compagno.