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**Quirinale: la corsa al Colle, dall’intesa su De Nicola alla rottura del Patto del Nazareno** (18)

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(Adnkronos) – Il Pd allora decide di virare su Romano Prodi, un nome che si pensa possa pescare voti anche all’interno del Movimento 5 stelle e di Scelta civica, ma certo non tra le file del centrodestra, sconfitto due volte alle elezioni dalla coalizione guidata dal professore. Indicato per acclamazione dal centrosinistra prima ancora che si possa discutere di altre candidature, a partire da quella di D’Alema, l’ex premier, in quel momento nel Mali impegnato in una missione Onu, capta alcuni segnali che lo convincono che dal conclave uscirà cardinale. Previsione azzeccata, visto che alla quarta votazione si fermerà a quota 395 voti, impallinato da 101 franchi tiratori, un classico che ritorna nella storia dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Bersani rassegna le dimissioni dalla guida del Pd e la mattinata del 20 aprile i leader di tutti i partiti, tranne i Cinquestelle, e i presidenti di Regione che fanno parte del collegio dei grandi elettori, si recano al Quirinale a ‘incoronare’ Re Giorgio, per convincere cioè Napolitano a restare.

“Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la Nazione” dirà, accettando una rielezione destinata ad essere a tempo, naturalmente non da un punto di vista formale, ma considerando l’età, quasi 88 anni, e la comprensibile fatica accumulata negli anni. L’elezione arriva il pomeriggio, al sesto scrutinio, con 738 voti con 997 votanti, con 1007 grandi elettori, 10 schede bianche, 12 nulle e 6 voti dispersi.

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