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L’impatto della nuova oncologia sul Ssn, esperti a confronto

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Roma, 27 ott. (Adnkronos Salute) – Oltre a contrastare la pandemia, il governo della sanità deve mantenere uno sguardo di prospettiva. E può funzionare al meglio quando le decisioni sono condivise dai clinici e dagli amministratori. A partire da queste considerazione si è discusso ieri “dell’impatto della nuova oncologia mutazionale sul sistema sanitario nazionale”, online nella pagina youtube del Pensiero Scientifico Editore. I principali ‘attori’ si sono confrontati a partire dalle sfide che il modello emergente nel campo dei tumori, reso possibile dalla profilazione genomica, pone all’intero processo organizzativo.

Il nuovo modello si basa sull’individuazione nei tumori o nelle biopsie liquide di specifiche alterazioni molecolari che consentono di predire la sensibilità dei malati a terapie mirate o all’immunoterapia, a prescindere dalla sede del tumore e dagli organi interessati. Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, introducendo l’incontro ha ricordato che l’Italia è il Paese europeo che gestisce meglio le malattie oncologiche. Ha poi evidenziato la necessità di un approccio di sistema e di mantenere al ministero una regia dell’innovazione, condivisa con Regioni e Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Dal canto suo Nicola Magrini, direttore generale Aifa, ha ricordato che, a livello globale, quasi dappertutto la salute non è assicurata da sistemi universalistici. Ha inoltre sottolineato la necessità di ripensare l’organizzazione stessa dei servizi sanitari coinvolti nell’assistenza: prima ancora delle terapie e dell’accesso ai nuovi farmaci oncologici, spesso molto costosi, occorre ridisegnare le procedure diagnostiche, dalla profilazione genomica alla gestione dei dati. Secondo il Dg dell’Aifa qualsiasi strumento va contestualizzato, per una nuova governance del farmaco. Per questo, ha aggiunto Magrini, l’Aifa promuoverà già dai primi di dicembre un tavolo di confronto onco-ematologico.

Nello Martini, della Fondazione Ricerca e Salute, presentando il documento sull’oncologia mutazionale in Italia, condiviso da tutte le società scientifiche oncologiche, ha approfondito il tema della profilazione genomica e all’intero processo organizzativo. “Si tratta di un vero e proprio cambiamento culturale che segna un’epoca e che avrà effetti significativi sulla salute dei pazienti e sull’organizzazione del Servizio sanitario nazionale. E’ però un processo complesso, che richiede non solo un aggiornamento radicale del sapere medico, ma anche un governo razionale dei nuovi strumenti disponibili, delle procedure diagnostiche, come ad esempio l’impiego della profilazione genomica e dei test, la gestione dei dati o l’accesso ai nuovi farmaci oncologici”. Un documento che si propone come un tassello sperabilmente utile anche per il tavolo dell’Aifa in costituzione.

Dal confronto è emerso che attualmente le procedure per la profilazione genomica sono diverse. Un’eterogeneità dovuta a numerosi fattori. Ciò fa sì che i risultati ottenuti nei circa 20 centri che stanno conducendo oggi in Italia la maggior parte delle profilazioni, con le restanti eseguite in service da centri privati o aziende internazionali, non siano facilmente confrontabili e differiscano significativamente per la numerosità delle alterazioni molecolari indagate, la sensibilità e la specificità.

“L’elevata percentuale di risultati falsamente negativi o positivi è al momento uno dei principali ostacoli all’ottimizzazione dei nuovi trattamenti in oncologia”, ha spiegato Martini, ed è questa la ragione che rende necessaria una Piattaforma genomica nazionale condivisa che consenta di profilare adeguatamente tutti i pazienti oncologici italiani e di raccogliere dati genomici omogenei e analizzabili. “Questa piattaforma consentirà di produrre nuove, fondamentali conoscenze e renderà più rapido e mirato l’accesso dei malati alle terapie innovative, permettendo di valutare l’efficacia di questi trattamenti e di monitorare i costi, con un conseguente migliore governo della pratica clinica”, ha aggiunto Martini.

Un elemento centrale del nuovo modello organizzativo è costituito dai Molecular Tumor Board (Mtb), i team multidisciplinari delle Reti oncologiche regionali per superare l’attuale disparità tra conoscenza clinica e potenzialità genetica nella pratica oncologica, inclusa la valutazione e i progetti di ricerca derivanti dalla raccolta dei dati nascenti (raw data) della profilazione genomica.

“Una volta identificato dal Mtb il percorso ottimale per un determinato paziente – ha detto Paolo Marchetti, dell’università Sapienza di Roma, spiegando il ruolo dell’oncologo nel Mtb – in un determinato momento, non dobbiamo dimenticare che la medicina di precisione non si rivolge soltanto all’identificazione di questa o quella alterazione di vie di segnale per poi intervenire grazie ai farmaci disponibili. Tutto avviene all’interno di un organismo complesso. Il ruolo dell’oncologo medico è quindi indispensabile per porre al servizio del gruppo interdisciplinare l’esperienza di chi conosce il paziente nei suoi tanti aspetti clinici”.

Le sollecitazioni tecnologiche, la sfida dell’innovazione e la necessità di investimenti suggeriscono inoltre – hanno concluso gli oncologi – l’opportunità di attivare partnership con le imprese che stanno sviluppando nuovi farmaci basati sulla profilazione genomica e che hanno realizzato tecnologie ed efficaci piattaforme di raccolta delle informazioni genomiche. L’interazione pubblico/privato può facilitare lo sviluppo dell’oncologia mutazionale, oltre a favorire la generazione di dati clinici rigorosi, utili alla valutazione tempestiva dell’efficacia di nuove terapie, alla possibile registrazione di nuove indicazioni per i farmaci già approvati e, nel contempo, alla raccolta di dati dal mondo reale che consentano di valutare l’impatto assistenziale ed economico sul Servizio sanitario nazionale di questo nuovo approccio alla comprensione e alla cura delle malattie tumorali.

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