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Lavoro, “donne con figli più penalizzate”

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Roma, 9 giu. (Adnkronos/Labitalia) – “Le statistiche ci dicono che un aumento del numero dei figli determina drammaticamente una diminuzione del tasso di occupazione femminile: non tener conto di questa brutale verità significa destinare al fallimento ogni intervento che la politica introduca per favorire il lavoro delle donne”. Lo ha detto Mario Mantovani, presidente di Cida la confederazione dei dirigenti pubblici e privati e delle alte professionalità, commentando l’ultimo numero di ‘Labour Issues’ – l’Osservatorio sul mercato del lavoro che Cida realizza in collaborazione con Adapt – dedicato proprio al tema ‘Donne e lavoro’.

“L’Osservatorio è uno strumento -ha continuato- che approfondisce le problematiche del lavoro per capirne le dinamiche profonde e consentire al decisore politico di poter prendere decisioni al di fuori di emergenze o spinte emotive. In particolare, prestando attenzione al tasso di occupazione femminile per fascia d’età e per numero di figli si rileva anzitutto che, per ogni classe d’età, un aumento del numero dei figli determina inesorabilmente una diminuzione del tasso di occupazione”.

“È la classe d’età 25-34 anni -ha aggiunto ancora- che in presenza di 2 figli o 3 e più figli riporta i più bassi tassi di occupazione. Le donne tra i 25 e i 34 anni in presenza di 1 figlio hanno un tasso di occupazione pari al 49,9%, con 2 figli del 35,8% e con 3 e più figli il tasso si riduce al 21,5%. La presenza di 3 e più figli fa comunque registrare un tasso di occupazione pari al 53,1% per le donne tra i 45-54 anni”.

“Tale situazione evidenziata dall’Osservatorio Cida-Adapt, è stata anche confermata nel secondo rapporto BES (Benessere equo e sostenibile) dell’Istat, nel quale viene specificato che ‘in Italia, lo svantaggio delle madri occupate è evidente. La presenza di figli, soprattutto se in età prescolare, ha un effetto non trascurabile sulla partecipazione della donna al mercato del lavoro. Considerando le donne tra i 25 e i 49 anni, nel secondo trimestre 2020, il tasso di occupazione passa dal 71,9% per le donne senza figli, al 53,4% per quelle che ne hanno almeno uno di età inferiore ai 6 anni”, ha rimarcato.

“Ma non basta: le nude cifre -ha aggiunto ancora- esaminate nell’Osservatorio ci dicono che se per le donne l’esistenza di uno o più figli ha un impatto diretto sulla riduzione del tasso di occupazione, la stessa dinamica non è rilevabile per i maschi. Insomma, l’aumento del numero di figli non determina una riduzione del tasso di occupazione maschile. Al contrario si registra che il tasso di occupazione maschile è più alto tra coloro che hanno 2 figli (85,6%) o 3 e più figli (82,9%) rispetto a chi ne ha soltanto uno”.

“Ancora: i dati sul rapporto tra la nascita dei figli e le dimissioni dal lavoro, sono particolarmente preoccupanti -ha continuato- perché mostrano ancora oggi, dopo decenni di cui si parla del tema, di come la questione della ‘sostenibilità’ del lavoro sia una meta molto lontana da raggiungere. Un lavoro non sostenibile significa anche un lavoro nel quale non vi sia spazio per compiti di cura e di assistenza che vengono troppo spesso scaricati sulla componente femminile dei nuclei familiari. Una situazione inaccettabile e irragionevole in un contesto nel quale i carichi di cura sono destinati a crescere, e nel quale la denatalità colpisce duramente i paesi occidentali”.

“Tutto ciò ci rende consapevoli del fatto che parlare di occupazione femminile oggi, significa andare molto oltre al mero dato quantitativo, perché occorre allargare l’orizzonte al sistema e alle reti sociali, economiche e politiche del Paese per garantire un approccio al lavoro senza vincoli non detti e non scritti ma paradossalmente più difficili da sciogliere, per ragioni culturali sedimentate nei modelli organizzativi, rispetto ai tanti vincoli normativi che mutano in continuazione. Tornare a occuparsi di lavoro femminile significa quindi, in ultima istanza, ripensare alla nostra società”, ha concluso Mantovani.