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Lavoro, 2,5 milioni di occupati da sostituire nei prossimi 5 anni: ecco dove

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Roma, 25 ago. (Adnkronos) – Tra il 2020 e il 2024 il sistema economico italiano dovrà sostituire oltre 2,5 milioni degli attuali occupati, perché questi ultimi avranno raggiunto l’età di pensionamento o per altre cause. Questo dato, sommato agli incrementi (o alla diminuzione) degli occupati previsti in base ai possibili andamenti annuali del Pil, determinerà un fabbisogno complessivo compreso tra 1,9 e 2,7 milioni di lavoratori. Lo evidenziano i risultati dell’ultimo aggiornamento (luglio 2020) del modello di previsione dei fabbisogni occupazionali sviluppato nell’ambito del Sistema informativo Excelsior da Unioncamere, prendendo come base due possibili scenari per l’andamento (di espansione o di contrazione) dell’economia: secondo lo scenario A (‘base’) la crescita economica potrà generare nel quinquennio 2020-2024, in maniera molto differenziata nei vari settori, un incremento rispetto al 2019 dello stock di occupati di circa 179mila unità, mentre secondo lo scenario B (‘avverso’) si prospetterebbe una flessione dello stock di occupati di circa 556mila unità a fine quinquennio.

Nel dettaglio, nel quinquennio i settori privati esprimeranno un fabbisogno compreso tra 1,2 e 2 milioni di unità, per lo più determinato dal turnover di personale. La componente pubblica richiederà invece circa 720mila lavoratori, assumendo un peso più significativo rispetto al recente passato. Il fabbisogno di lavoratori autonomi si collocherà tra 400mila e 600mila unità nel prossimo quinquennio, grazie alla replacement demand che andrà a compensare la contrazione dello stock occupazionale previsto per questa componente. I dipendenti, con una richiesta tra 1,6 e 2,1 milioni di unità tra 2020 e 2024, peseranno sul fabbisogno totale per una quota compresa tra il 77% e l’80% a seconda degli scenari.

A livello di ripartizione territoriale, sarà il Nord Ovest ad avere bisogno della quota maggiore di occupati (609mila/844mila unità), seguito dal Nord Est (492mila/665mila unità), dal Mezzogiorno (500mila/661mila unità), e – in misura minore – dalle regioni del Centro (361mila/527mila unità).

Nell’analisi dei fabbisogni professionali del quinquennio è opportuno distinguere il biennio 2020-2021, in modo da caratterizzare più in dettaglio gli effetti senza precedenti dell’attuale crisi economica che ha colpito in misura diversa i vari settori produttivi, rispetto alle tendenze del triennio 2022-2024 per il quale si ipotizza un rimbalzo dell’economia. Tra il 2020 e il 2021 i settori privati e la pubblica amministrazione potrebbero esprimere un fabbisogno occupazionale di 272mila-799mila unità. In particolare, sarebbe la componente determinata dalla necessità di sostituzione di addetti in uscita per pensionamento o altre cause, stimata superiore a 1 milione di unità, a riportare in territorio positivo il fabbisogno, visto che nei due anni considerati è attesa una riduzione dello stock di occupati – a seconda dei due scenari considerati – compresa tra le 277mila e le 805mila unità rispetto al 2019 (rispettivamente -1,2% e -3,4%).

Dall’analisi per filiere produttive si rileva che tra il 2020 e il 2021 il maggiore fabbisogno sarà espresso dalla filiera “salute”, con una richiesta che riguarderà un numero di lavoratori che va dalle 223mila alle 241mila unità; seguono gli “altri servizi pubblici e privati”, con una domanda che si collocherà tra 145mila e 170mila occupati, e “formazione e cultura”, che richiederà tra i 152mila e i 169mila professionisti. Si tratta per lo più di fabbisogni espressi dal comparto pubblico. Infatti, si stima che nel primo biennio di previsione i dipendenti della pubblica amministrazione assumeranno un peso preponderante (con una quota di circa il 46% sul totale fabbisogno nello scenario A), mentre dipendenti privati e lavoratori autonomi presenteranno un’incidenza più ridotta.

Inoltre, nonostante il contributo positivo al fabbisogno da parte della componente di replacement, nel biennio la filiera “commercio e turismo” si caratterizzerà per un valore fortemente negativo (-172mila/-40mila unità). Ciò va interpretato come l’esito di una riduzione dello stock occupazionale medio nel periodo di entità tale da non poter essere compensato dalla componente potenzialmente sostitutiva rappresentata dalla domanda per turnover. Un ragionamento analogo, anche se con valori assoluti molto più bassi, vale per “legno e arredo” (-55mila/-9mila unità) e, per quanto riguarda lo scenario meno favorevole, per “moda” (-55mila/1mila unità), “Finanza e consulenza” (-40mila/43mila unità), “altre filiere industriali” (-33mila/8mila unità), ”meccatronica e robotica” (-10.400/19mila unità) e “costruzioni e infrastrutture” (-4mila/43mila unità).

Nel triennio 2022-2024, dopo lo shock epidemico e il primo rimbalzo, si ipotizza che l’economia italiana potrà riprendere un percorso di crescita. Nel complesso del triennio si stima una crescita dello stock nazionale di occupati di 456mila unità alla fine del 2024 rispetto al 2021. Nel dettaglio, l’aumento riguarderà per lo più i dipendenti privati, con una crescita determinata dall’espansione economica di quasi 355mila occupati (il 77% del totale), mentre per gli indipendenti si prevede un incremento di 80mila unità e per il comparto pubblico di 21mila lavoratori.

Se si considera anche la replacement demand, stimata per oltre 1,4 milioni nel triennio, il fabbisogno occupazionale previsto si avvicina a 1,9 milioni per gli anni 2022-2024. Si evidenzia per i dipendenti pubblici, caratterizzati in media da una maggiore anzianità, una quota di replacement demand stimata intorno al 94% del totale fabbisogno, a fronte dell’83% per gli indipendenti e del 67% dei dipendenti privati.

L’analisi a livello settoriale indica che “commercio e turismo” – con una richiesta di quasi 425mila unità – sarà la principale filiera per fabbisogno di occupati nel triennio, e a seguire si collocano gli “altri servizi pubblici e privati” e “salute”, con una domanda di 260mila professionisti ciascuno, e “formazione e cultura”, che avrà bisogno di 200mila unità nel triennio.

In particolare, si prevede che solo nella filiera dell’”informatica e telecomunicazioni” la replacement demand rappresenterà meno del 50% del fabbisogno del triennio, essendo prevista una ulteriore accelerazione della trasformazione digitale proprio per le conseguenze economiche della crisi sanitaria. Un rilevante ostacolo alla crescita di questa filiera sarà però rappresentata dall’elevata difficoltà di reperimento di molte delle figure richieste.

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